Un bel Successo

Le vacanze sono ahimè terminate ed eccomi qui, dopo una lunga analisi, pronto ad annunciare il vincitore del contest letterario “Un Uomo Entra in un Caffè…“. Scrivo “lunga” non a caso: con oltre cento microstorie, molte delle quali sul limitare delle mille parole, l’operazione di lettura e selezione non è stata per nulla facile.

Tra partecipazioni e visualizzazioni, non posso che essere contento del successo riscosso dal Contest. Ho ricevuto parecchi complimenti per l’idea che, racconti alla mano, sembra aver stimolato la creatività degli scrittori. D’altro canto avrei preferito un maggior numero di microstorie da sei parole, ma mi rendo conto che il formato è inusuale e complicato da padroneggiare.

Purtroppo il livello degli invii non è stato tale da permettermi di pensare a un’antologia. Sono vari i racconti che mi hanno divertito e, come detto, il vincitore non ha avuto vita facile. Tuttavia, un’antologia richiederebbe dozzine di microstorie di tale caratura, anche a fronte di un intenso lavoro di editing (difficile per altro da realizzare, dato il numero di autori in ballo).

Per questo motivo ho preso alcune decisioni…

Buoni Propositi

  1. Invito i nuovi e vecchi iscritti a continuare a seguire il blog, che riprenderà a sfornare articoli nel 2019. Pezzi sulla scrittura, sulla narrativa, sulle microstorie e sugli svariati argomenti culturali che ho iniziato a sviluppare lo scorso anno. Nuove pubblicazioni, ovviamente, dopo Cuore di Tufo e soprattutto…
  2. Concorsi letterari periodici. Esatto, sulla scia del successo di “Un Uomo Entra in un Caffè” ho deciso di indire contest a cadenza periodica (da definire), tutti diversi e con premi stuzzicanti. Ho intenzione di contattare qualche Casa Editrice, stavolta, per concertare potenziali antologie a riguardo. Se un Editore mi stesse leggendo in questo momento, non esiti a contattarmi!
  3. Oltre al vincitore, nominerò i partecipanti che mi hanno colpito con le loro microstorie. Prendetela come una “segnalazione” al merito: non pubblicherò i racconti dei suddetti autori sul blog, ma ci tengo a far sapere che sono stati… più bravi degli altri (a mio parere). Quindi, congratulazioni!

Il Verdetto

Bando alle ciance, dunque. Il vincitore del contest di microstorie “Un Uomo Entra in un Caffè” è Gianluca Conti Borbone, col racconto Il Padre. Trattasi di una microstoria semplice ma raffinata, oltre che ben scritta. Ma soprattutto, come ogni opera di flash fiction che si rispetti, Il Padre riesce a superare i confini della pagina. C’è una storia implicata nella storia ed emozioni che aspettano al varco, all’uscita dal bar.

Contatterò l’autore al più presto (cioè nel momento stesso in cui pubblico questo articolo) per procedere all’invio dei premi. Per quanto riguarda i partecipanti “segnalati”, ecco i nomi: Alessio Aronne (simpaticissimo), Giuseppe Borasi (la miglior microstoria sotto le dieci parole, complimenti), Ergo Scripsit (terzo posto!), Friedrich L. Friede (racconti sfiziosi e ben scritti), Erika Franceschini (elegante e pregno di significato), Chiara Renda (molto, molto interessante), Elena Zilio (sono morto dalle risate), Alex Hendrick (una scena classica, ma ben realizzata), Serena Barsottelli (il miglior racconto da 1000 parole), Lisa Cammelli (secondo posto!).

Complimenti a tutti e continuate così: avete talento!

Vi lascio, finalmente, al racconto vincitore. Se avete opinioni in merito, o idee su futuri contest, non esitate a commentare!

Il Padre, di Gianluca Conti Borbone

Un uomo entra in un caffè.
“Splash”, dice il ragazzo posto al fianco dell’entrata. E ride come un matto, come se quella fosse la battuta più simpatica che avesse mai fatto in vita sua. Ha la testa reclinata sulla spalla destra, che è fortemente disallineata rispetto alla sinistra. Trema convulsamente mentre si sganascia. L’uomo è turbato, ma non riesce a staccare gli occhi da quella figura che sta farfugliando qualcosa di incomprensibile. 
“Gervasio, te l’ho già detto: non devi infastidire i miei clienti”, tuona il barista tirandogli, nel contempo, un’oliva. Lo colpisce su un occhio. Gervasio grugnisce, si china alla ricerca dell’oliva, la raccoglie e la mette in bocca, ingoiandola con tutto l’osso. All’uomo cade la mandibola.
“Mi scusi, signore. È che questo deficiente fa così ogni volta che qualcuno entra in questo bar. È un povero mentecatto, passa l’intera giornata a ciondolare di fianco alla porta del mio locale e a ripetere la solita, insulsa battuta a tutti quelli che entrano qui”.
“Ma cos’ha?” riesce appena a sussurrare l’uomo. 
“Chi? Il reietto? È così dalla nascita, basta non farci caso”.
“Non è così dalla nascita”, interviene un astante. “È che in passato ha abusato di sostanze stupefacenti. Guardi come si è ridotto, ‘sto drogato”.
“Ma quali sostanze stupefacenti?” interviene un altro astante. “Quello è l’esito di una manganellata di uno sbirro, altro che! Era una persona normale, prima; allo stadio uno sbirro di merda gli ha spaccato il cranio con una manganellata. È stato diversi giorni in coma e ne è uscito così”.
“Non dite cazzate”, interrompe tutti il barista. “Gervasio lo conosco da una vita, è uscito così dalla pancia della madre”.
“Voi non sapete un cazzo di un cazzo e pretendete di conoscere la verità. Non solo lo pretendete, ma vi arrogate del diritto di convincere l’altro che la vostra è la sola ed unica verità.” A parlare, stavolta, è un signore sulla cinquantina, seduto in disparte con una Peroni vuota per metà davanti a sé. Il tono è calmo, ma ha il potere di zittire tutti. “È stato il padre”, sibila uscendo dal locale. Sul tavolino restano la Peroni ed un bicchiere pieno, nel locale un silenzio greve. 
“Papà”, dice Gervasio interrompendo il silenzio. È un lamento, il suo. Prolungato. L’uomo lo guarda di sottecchi. Poi osserva dalla vetrina l’ultimo signore che ha parlato; dopo essersi acceso una bionda, si allontana con le mani sprofondate nelle tasche. Qualcuno tossisce piano.
“Un caffè, signore?”
“Eh? Ah, sì, grazie”. L’uomo paga e se ne va.
Scocca la mezza. Un altro uomo entra nel caffè.
“Splash”, urla Gervasio scoppiando a ridere sguaiatamente. Dal bancone parte con scarsa convinzione un’altra oliva, Gervasio la evita infilando l’uscita. L’oliva termina la sua corsa sul vetro e poi rotola a terra. Gervasio riapre la porta del bar, raccoglie l’oliva, fa il gesto dell’ombrello al barista e se ne va.