Steampunk, edited by Ann & Jeff VanderMeer

Titolo originale: Steampunk

Autore: AA.VV.

Anno: 2008

Genere: Steampunk, Fantasy

Lingua: Inglese

Editore: Tachyon Publications

Pagine: 373

Steampunk? Steampunk!

Jeff VanderMeer è un famoso scrittore americano di New Weird e narrativa speculativa in generale, vincitore del World Fantasy Award. Ho recensito, sul blog, la sua Trilogia dell’Area X.

Sua moglie Ann, invece, è stata curatrice per diversi anni della rivista Weird Tales ed è un’estimatrice della narrativa fantastica. I due hanno compilato la qui presente antologia nel tentativo di trasmettere il concept e le diverse tendenze che animano un sottogenere letterario ormai mainstream a tutti gli effetti: lo Steampunk.

Partiamo dalle fondamenta. Lo steampunk è una derivazione ibrida del fantasy e della fantascienza in cui la tecnologia a vapore dell’epoca vittoriana prende pieghe inaspettate e decisamente ipertrofiche.

Si tratta di una retro-fantascienza o di un retrofuturismo che, spesso, abbandona il “potrebbe accadere” della sci-fi per abbracciare l’assurdo e il sense of wonder del fantasy. Ma non è soltanto questo, ovviamente: c’è l’aspetto punk, cioè lo spirito di rivalsa nei confronti del capitalismo e dell’imperialismo, che contraddistingue le avventure steampunk, così la critica sociale e ai costumi contemporanei attraverso lo specchio dell’ambientazione vittoriana.

Eppure ci sono tanti tipi di steampunk, tra i quali figurano ambientazioni del tutto diverse e tecnologie sì retrofutristiche ma affatto vittoriane. Sono le varianti della derivazione: il clockpunk, il dieselpunk, il sandalpunk… tutti considerati, per associazionismo e affinità di spirito, parte del movimento steampunk.

Dai film ai fumetti, ai cartoni animati, ai romanzi, allo stile, all’estetica, ai gadget tecnologici, lo steampunk è diventato un vero fenomeno di costume e di massa.

Steampunk! fa un ottimo lavoro nello spiegarci tutto questo attraverso le voci degli esperti. In tre brevi articoli introduttivi, Jess Nevins, Bill Baker e Rick Klaw forniscono un’infarinatura di teoria dello steampunk al lettore che si sta accostando al genere.

Jess Nevins parla de Le radici del 19vesimo secolo dello Steampunk, un interessantissimo rodeo che parte dalle Edisonate e finisce al giorno d’oggi, in cui lo spirito punk appartiene largamente al passato e lo steampunk si è trasformato in tutto e per tutto in un retrofuturismo speculativo.

Sul finire del volume, invece, Rick Klaw ci fa Un’analisi della cultura pop, in cui l’autore ricostruisce per noi la genesi e lo sviluppo dello steampunk attraverso i film, i videogiochi, gli anime e le fiere, per poi lasciare un’utile lista di pellicole e libri preferiti. Infine, Bill Baker si dedica a Una modesta analisi del genere nel medium dei fumetti, che interesserà senz’altro gli appassionati.

Steampunk!, Libra Fantastica, Elara

L’edizione italiana

L’edizione italiana del volume, pubblicata da Elara nella sua collana Libra Fantastica, propone questo e altro. I curatori italiani dell’antologia hanno avuto la premura, infatti, di aggiungere due racconti che, a detta loro, rappresentassero adeguatamente lo steampunk mediterraneo. Si tratta di La Volpe e il Leone di Stefano Carducci e Abrace il Camminatore di Dario Tonani.

Scenderò più tardi nei dettagli riguardanti i singoli racconti, ma ammetto che l’idea mi ha fatto molto piacere. Di contro, debbo sottolineare un grave problema dell’edizione italiana: ci sono un bel po’ di refusi, e di ogni tipo. Si parte dalla doppia punteggiatura alla punteggiatura assente, passando per termini e articoli alterati, mancanti e così via.

Certo, esiste un margine di tolleranza che andrebbe applicato nei confronti dei libri; dovrei pretenderlo, ma non pretendo che in un libro non ci sia neanche un refuso. Tuttavia, in questo caso, non posso esimermi dall’affermare che il lavoro di editing è stato vergognoso, perché i refusi sono tanti e pure stupidi. Quello della doppia punteggiatura, per esempio, è uno degli errori più comuni e qualsiasi editor competente si accerterebbe di evitarlo attraverso una semplice ricerca automatica. Ci vogliono un paio di secondi, a differenza degli errori lessicali o sintattici.

> I Racconti di Steampunk!

Prima di tutto, occorre specificare che non c’è alcuna storia di Michael Moorcock nell’antologia, nonostante sia segnalato altrimenti nella quarta di copertina. C’è, invece, un brevissimo estratto introduttivo dal romanzo I Signori dell’Aria, che si poteva tranquillamente evitare. Parliamo di quattro paginette tronche. Non è una cosa da poco, poiché l’autore in questione è, probabilmente, il più influente tra quelli presenti nell’antologia. Si comincia col piede sbagliato.

La Macchina di Lord Kelvin, di James P. Blaylock

James P. Blaylock, steampunk

James P. Blaylock

Il primo, vero racconto dell’antologia è la novella La Macchina di Lord Kelvin, di James P. Blaylock, poi trasformato in romanzo dall’autore. Questi è certamente uno degli scrittori fondamentali della prima fase del movimento steampunk e la vicenda, afferma VanderMeer, «può essere considerata la quintessenza del racconto steampunk».

In realtà non c’è granché, né dal punto di vista speculativo né da quello fantascientifico: una cometa potrebbe colpire la terra e un cattivone, tale Narbondo, minaccia la Corona inglese di spingere la terra nella sua traiettoria, attraverso delle esplosioni ben piazzate in certi crateri vulcanici sparsi sul globo. Il protagonista dovrà fermare sia Narbondo che Lord Kelvin, geniale inventore dell’Accademia Regale delle Scienze la cui “macchina infernale” potrebbe salvare o distruggere la terra invertendone la polarità e sospendendone il campo magnetico.

L’idea non è malvagia di per sé, ma non viene approfondita in alcun modo e, da sola, non riesce a reggere l’intera novella. In effetti non c’è quasi nient’altro, se non St. Ives, il suo simpatico servitore Hasbro, e altri scagnozzi piacevoli ma insignificanti.

La prosa, d’altro canto, è davvero pessima, a causa delle descrizioni confusionarie e i periodi prolissi, ricchi di subordinate. È uno stile certamente coerente al contesto, ma a tratti difficile da seguire e di scarso impatto. Lo humour è elegante, stuzzicante, ma il racconto, alla fine della fiera, trasmette ben poche emozioni. Non oso immaginare quanto sia stato ulteriormente annacquato per trasformarlo in un romanzo.

Il Sorriso Generoso, di Ian MacLeod

Ian R. MacLeod, steampunk

Ian R. MacLeod

Il Sorriso Generoso di Ian MacLeod è un racconto molto particolare, ambientato in una società feudale dalla fanta-tecnologia steampunk.

La storia parla del giovane figlio del Re di Castelferro, dominio facente parte del Regno Minerale. Questo presenta un’ambientazione decadente di paludi e Pozzi, la cui flora è composta in gran parte da minerali di superficie. Un luogo tossico, mefitico, in cui anche gli animali sono strani, pericolosi, e sopravvivono nutrendosi di metalli et similia.

Di primaria importanza sono, manco a dirlo, le miniere, lo sfruttamento delle quali ha generato la tecnologia e la sopravvivenza dei cittadini. Tecnologia a vapore, chiaramente, che si concretizza in poche occasioni: coi cavalli a vapore e con dei peculiari macchinari per la masticazione. In ogni modo, il Regno è gestito dalla crudele Regina Gormal, che ha sotto di sé i Re dei vari territori. È un mondo crudele, duro, in cui la popolazione vive in condizioni di povertà e sfruttamento. A cambiare tutto, però, sopraggiunge la Peste, che rende incoscienti i contagiati e stampa sul loro viso un sorriso ebete.

Il racconto ha una narrazione immaginifica, ricca di spunti e stimoli, ma composta da scene spesso frettolose e affastellate, che si dividono tra le descrizioni e le sensazioni raccontate in prima persona dal protagonista. L’autore descrive en passant, però, e accenna a troppe cose contemporaneamente. Come se non bastasse, la trama è a dir poco enigmatica e rasenta il New Weird più che lo steampunk, in certe soluzioni.

Immagino si tratti di una qualche allegoria e che il finale nasconda una realtà da ricostruire, ma Il Sorriso Generoso necessiterebbe di più riletture per coglierne i reali significati. Una storia piena di elementi grotteschi e dalla grande fantasia, certamente, ma che avrebbe beneficiato di un pizzico di semplicità in più, in termini narrativi, e di una prosa più concreta e controllata. Non mi è dispiaciuto.

Un Sole nell’Attico, di Mary Gentle

Mary Gentle, steampunk

Mary Gentle

Segue Un Sole nell’Attico, di Mary Gentle. Si tratta di steampunk in una società matriarcale e poligama, dallo stampo femminista.

La città in questione è Tekne e la protagonista, Roslin di casa Mathury, vaga in cerca di uno dei suoi due mariti, Del, che pare essere sparito. Nella ricerca di Roslin incontriamo i patriarcali Barbari, approdati da poco a Tekne, e assistiamo alla rivalità tra casa Mathury e casa Rooke.

Partiamo col dire che l’ambientazione, in questa storia, è del tutto assente: l’autrice ci porta in giro con Roslin ma non ci mostra nulla, se non banalissimi e generici dettagli della città. Se, assieme ai tanti e inutili dialoghi, l’autrice ci avesse descritto Tekne e le sue meraviglie in modo approfondito, il racconto ne avrebbe grandemente giovato.

Oltre alla città, però, è anche la trama a essere pressoché inesistente: la ricerca di Del è una vera e propria perdita di tempo, tanto per noi quanto per i personaggi, nonché per l’autrice, che non la sfrutta a dovere. Ciò che viene dopo, poi, è un abbozzo frettoloso di colpo di scena privo di basi nella narrazione precedente e che non sortisce, quindi, alcun effetto. Il finale è inconcludente quanto l’intero racconto.

Chiudiamo con lo stile, che definirlo elementare è un eufemismo. Non c’è alcuna ricerca, alcuna pianificazione, alcuna mano dell’artista e alcun soggetto da dipingere. L’ho trovato meno che mediocre.

Arriva il Dio Pagliaccio, di Jay Lake

Jay Lake, steampunk

Jay Lake. Ucciso dal cancro nel 2014

Il racconto di Jay Lake, autore del fantastico di chiara fama, vede il dottor Cosimo Ferrante, geniale “scultore di carne” di città Triune, alla prese con la progettazione di un terribile Pagliaccio Morale, come richiesto dai mafiosi fratelli Sueno. L’ambientazione è una città claustrofobica, sporca e decadente, abitata dalle suddette sculture, simili agli androidi, create da artigiani attraverso una vaga tecnologia bio-meccanica.

Si tratta di una storia pulp, al limite della Bizzarro Fiction, in cui lo steampunk s’intravede a stento. Grottesca, quindi, e d’impatto, ma dalla trama di scarsa originalità. La prosa è semplice, concreta e visuale. Un racconto decente, il migliore tra quelli che ho già elencato.

L’Ultimo duello dell’uomo locomotiva della prateria e il cavaliere oscuro: un romanzo d’avventura, di Joe R. Lansdale

Joe R. Lansdale, steampunk

Joe R. Lansdale

Eccoci al contributo di Joe R. Lansdale, forse l’autore più conosciuto, in Italia, della raccolta. La storia pesca dai tropi fondamentali dello steampunk e delle Edisonate, con l’uomo locomotiva, per poi spaziare in un delirio fantasy e bizzarro. Si tratta di un racconto splatter, pulp e a dir poco osceno, non adatto a lettori impressionabili, pieno di humor e ironia.

I protagonisti sono Bill Beadle, a capo della spedizione per la ricerca (e l’eliminazione) del Cavaliere Oscuro, e il Cavaliere Oscuro, viaggiatore temporale che ha ottenuto, per qualche motivo, una super-forza e una fame insaziabile di sangue e carne umana.

Lo stile è volutamente gergale, volgare, approssimativo, e così la trama: l’autore fa un po’ quel che gli pare, si diverte a creare assurdità e a scrivere particolari disgustosi.
L’anarchia è simpatica nelle prime pagine, ma si fa in fretta noiosa e pesante. Lo stile suscita ilarità in qualche caso, ma questa, da sola, non può reggere un racconto di ben 40 pagine.

Sì, parliamo di una storia davvero lunghetta, una pessima scelta per il tono adottato. Lansdale riesce a farci affezionare ai due protagonisti, se non altro, ma a un certo punto sarei voluto saltare alla conclusione nel modo più veloce e indolore possibile.

Il punto di vista si alterna tra i due personaggi e questo rende il racconto più vario; ciononostante, la narrazione è ripetitiva e inutile, finché non si arriva al face off finale. Alcune scene, poi, sono così ricercatamente cinematografiche e americanamente “comiche” da risultare trash, e questo abbassa ulteriormente il livello del racconto. Si può prendere sul serio, ma solo fino a un certo punto.

Se Lansdale avesse misurato il tono, rendendo la prosa più sensoriale e seducente, se avesse accorciato il racconto a 10 pagine anziché 40 e non avesse calcato troppo la mano su alcune scene in modo pretenzioso… forse mi sarebbe piaciuto. Un pochino.

Il Club di Giardinaggio di Selene, di Molly Brown

Molly Brown, steampunk

Molly Brown?

La protagonista, Eveline Scorbitt, tenta di distrarre suo marito, l’ex artigliere e inventore J.T.Maston, dal suo nuovo hobby: il giardinaggio, che gli fa danneggiare casa e tralasciare sua moglie. Eveline si lamenta alla riunione del Club di Giardinaggio e alle donne viene un’idea: il ritorno dell’uomo sulla Luna, dopo il fallito tentativo della spedizione dello stesso J.T. Maston.

Ricordate il nome dell’artigliere? La storia è ambientata in un periodo successivo al romanzo Dalla Terra alla Luna di Jules Verne, proprio a Baltimora.

Il racconto è breve, leggero, e si articola quasi esclusivamente per mezzo di simpatici dialoghi tra le signore e i loro mariti, nel tentativo di riaccendere in loro l’interesse per una nuova spedizione lunare. Non c’è azione, descrizioni o qualunque genere di sollevazione emotiva, ma si tratta di una lettura abbastanza piacevole.

Parlando tra loro, i personaggi sviluppano l’idea fino a trovare una soluzione, tanto ovvia quanto impraticabile. La soluzione alla soluzione è banale e derivativa anch’essa, nonché abbozzata al punto da essere una non-soluzione (sorgono un milione di altri problemi che non vengono, ovviamente, presi in considerazione).

Settantadue Lettere, di Ted Chiang

Ted Chiang, steampunk

Ted Chiang

Eccoci a uno dei più famosi e talentuosi autori dell’antologia. Settantadue Lettere è ambientato in una società in cui i Golem vengono creati dagli esseri umani attraverso la scienza della Nomenclatura: i nomenclatori compongono dei nomi usando l’alfabeto ebraico e li inseriscono in dei manichini, dando vita agli automi. Dal nome dipende la capacità dell’automa. Ma la nomenclatura si può utilizzare in tanti altri campi, dalla biologia ai talismani che proteggono le persone. Il setting, manco a dirlo, è una Londra vittoriana alternativa.

Il protagonista, Robert Stratton, è un nomenclatore di grande inventiva e dai grandi sogni: è alle prese con la creazione di un nome in grado di conferire mani funzionali e quasi umane agli automi, così da renderli capaci di lavorare ai telai al posto degli uomini. In tal modo, egli spera di abbattere lo sfruttamento che contraddistingue il settore tessile: i tessitori potranno acquistare il loro automa personale e lavorare da casa come una volta.

Il lavoro di Stratton viene notato dal conte di Fieldhurst, Presidente della Royal Society ed eminente zoologo. Questi sta riunendo i migliori nomenclatori per la risoluzione di un problema assai urgente: l’estinzione della razza umana.

Come se tutto ciò non bastasse, infatti, nel mondo del racconto il Preformismo è realtà. Attraverso una coltura particolare e la mutazione degli spermatozoi mediante la nomenclatura, la Royal Society è riuscita ad accrescerli allo stadio di omuncoli in modo tale da poter estrarne gli spermatozoi, scoprendo che l’umanità ha le ore contate.

La trama è invero complicata e ricchissima di dettagli, il tutto portato avanti con razionalità matematica e prassi scientifica. Ted Chiang è riuscito a creare un’idea originale e a svilupparla ancora meglio. La nomenclatura suscita un grande interesse e un continuo sense of wonder, e la sfida che si pone a Stratton e all’umanità intera è foriera di colpi di scena.

Tuttavia, al racconto manca una vera e propria narrazione: il concept è talmente ricco di spunti e dettagli che la storia si limita, fondamentalmente, a spiegarne gli esiti. Si spiegano le potenzialità, si spiegano i processi, la genesi e l’applicazione tecnica delle scienze, gli effetti sulla società, i problemi collegati e così via, ma non succede praticamente nulla e ciò che succede viene annunciato tramite dei semplici dialoghi.

Fortunatamente verso il termine del racconto l’autore è costretto a muovere ‘sti benedetti personaggi e a preferire l’azione alle chiacchiere, così da portare il tutto a una risoluzione. Risoluzione, per altro, avviata in modo semplicistico da un deus ex machina; d’altronde non ci si poteva aspettare di meglio, o il racconto, già lungo di per sé, sarebbe diventato un romanzo breve. E una volta tanto l’avrei preferito: l’idea è talmente interessante, originale e pregnante che si sarebbe meritata un romanzo.

Ted Chiang avrebbe potuto sviluppare le cose più lentamente e attraverso scene, azioni, vicende, invece di compattare il tutto in un asettico e statico spiegone. Insomma, il racconto mi è piaciuto, ma credo fermamente che il What-if sia stato sprecato.

Vittoria, di Paul Di Filippo

Paul Di Filippo, steampunk

Paul Di Filippo

Tocca a Vittoria di Paul Di Filippo, anch’egli autore di grande fama. Il protagonista è Cosmo Cowperthwait, scienziato inglese ai tempi della neo incoronata regina Vittoria e creatore di un’altra Vittoria: una salamandra umanoide e procace, lo sfogo sessuale numero uno della Gran Bretagna, capace di mirabolanti prestazioni.

La vicenda inizia quando il Primo Ministro si annuncia allo scienziato e gli confida che la Regina è fuggita e che, date le circostanze politiche e sociali in tumulto, c’è bisogno di un rimpiazzo finché Ella non venga ritrovata. E chi meglio della salamandra Vittoria, così procace, muta, senza cervello e manipolabile, sebbene squamosa? Lo scienziato è costretto ad acconsentire e parte alla ricerca della vera Regina.

Come avrete notato si tratta di una vicenda assurda e spiritosa, ma l’autore la prende sul serio. Gli sviluppi sono interessanti, coerenti, divertenti e con alcuni colpi di scena. La prosa è anche piacevole, sebbene non brilli nelle descrizioni. L’unica pecca sono certi background e flashback di dubbia utilità, che allungano il brodo, e la natura poco incisiva dell’ambientazione steampunk, che avrebbe potuto essere più pregnante. Oltre alla salamandra, in effetti, di fantasy non c’è granché.

Un ottimo racconto, comunque; senz’altro uno dei migliori dell’antologia.

La Volpe e il Leone, di Stefano Carducci

Unknown, steampunk

Stefano Carducci?

Ecco il primo dei due contributi italici. Si tratta di un racconto steampunk in cui la Repubblica di Venezia ha costruito un vero e proprio Impero ed è in competizione col Regno Unito per l’influenza del Nordafrica. Un’ucronia, dunque, in cui la tecnologia inglese la fa da padrone e dirigibili bombardieri solcano i cieli.

Il protagonista della storia è Niccolò Venier, rettore dell’Istituto Orientale del Territorio di Suez, protettorato sotto il controllo di Venezia. Qui si tiene un evento di straordinaria importanza: i festeggiamenti del centenario del Trattato di Stoccarda, che ha sancito la pace tra le potenze europee e alla cui celebrazione parteciperanno tutti i grandi della terra. Ma l’Inghilterra, per spodestare l’influenza veneziana nella regione, ci metterà lo zampino.

Come nella miglior tradizione steampunk, il racconto presenta la comparsa di personaggi storici nel teatro ucronico, come Ataturk e Lawrence d’Arabia. L’idea, inoltre, è dettagliata, ben studiata e prepotentemente italiana: un’aggiunta senz’altro centrata da parte degli editori italiani.

Tuttavia, la narrazione lascia molto a desiderare: il protagonista si limita a presenziare, a guardare e a dialogare, senza avere alcun ruolo in ciò che accade. Un protagonista assolutamente passivo e una storia che si limita a fare della cronaca attraverso gli occhi di un testimone. Così facendo, però, il lettore stesso non è più partecipe e la storia diventa un resoconto, per quanto minimamente drammatizzato.

Peccato: l’autore avrebbe potuto costruire un romanzo breve o un racconto lungo in cui Niccolò plasmasse gli eventi (e noi con lui). Il finale, poi, è a dir poco irrealistico e cozza con quanto detto in precedenza sulla subalternità di Venezia agli Inglesi.

Abrace il Camminatore, di Dario Tonani

Dario Tonani, steampunk

Dario Tonani

Dei bambini trovano Abrace, il gigante leggendario in grado di generare vapore, e tentano di guidarlo fino alla città di Irylion.

L’ambientazione è dark e presenta una vaga tecnologia steampunk, ma ben delineata nelle sue applicazioni. La prosa si sofferma inutilmente sulle descrizioni, ripetitive e sterili come le azioni dei bambini nel tentativo di riportare Abrace. Per giunta, non vi è nulla di italiano nell’ambientazione, per cui non l’ho trovata nemmeno una scelta coerente da parte degli editori.

Certo, è una storia «criptica e pregna di motivazioni» in cui si può leggere qualcosa tra le righe, ma resta quel che è. Prolissa, ripetitiva e priva di sostanza.

Luce Riflessa, di Rachel E. Pollack

Rachel E. Pollock, steampunk

Rachel E. Pollock, o Pollack

Terminata la parentesi italiana, si continua con Luce Riflessa di Rachel E. Pollack. La narrazione si articola attraverso dei cilindri, ovvero delle registrazioni effettuate da Vick, lavoratrice del cuoio in una fabbrica, in proposito alla scomparsa di tale Della Dicely, sua collega. Scopriamo il perché, tra qualche termine fantasy assolutamente inutile e l’altro, nel breve e vago finale.

La narrazione, comunque, è piacevole e ricca di dettagli, inclusi gli sprazzi di tecnologia retrofuturistica. Un racconto succinto e gradevole.

Verbale dell’ultima riunione, di Stepan Chapman

Stepan Chapman, steampunk

Stepan Chapman, morto nel 2014

Eccoci al penultimo racconto dell’antologia. È steampunk? Forse un pochino, tra tutto il resto: il racconto è un fiume straripante di elementi fantastici, fantascientifici, bizzarri, ucronici e cyberpunk. Ma è, forse, la miglior opera dell’antologia.

La storia è ambientata in una Russia alternativa del 1917 in cui gli Zar sono protetti dall’I.S.E, o Imperiale Servizio Entelechia, un super-cervellone artificiale con spie e telecamere ovunque. Lo Zar Nicola II si trova in Lettonia, sul suo treno personale. Ma, oltre a lui, ci sono altri protagonisti in questa storia: il chirurgo ebreo Ostrokov, che tenta di salvare il figlio dello Zar nel vagone ospedale pilotando nanomacchine cinesi; Ivan Klosparik, l’ingegnere personale dello Zar, anch’egli nel treno; la Zarina Alessandra, che attende nel suo vagone personale; l’I.S.E., che vede e sente tutto; i bolscevichi e gli anarchici di Bakunin, che tentano di assaltare il treno dello Zar; Anya la telepate che vede la Baba Yaga e lavora al palazzo dell’I.S.E; Dunleavy, scienziato missilistico a capo del progetto di ricerca dello Zar per la costruzione di una testata bellica a trans-uranio; e altri ancora.

Si tratta di un racconto corale che unisce spionaggio, fantascienza, cyberpunk retrofuturistico, tropi fantasy come streghe e telepati, e tanto altro ancora. La narrazione salta da un punto di vista all’altro e lo fa, spesso, attraverso gli occhi dell’I.S.E. e delle sue vescicole cerebrali. La prosa è semplice, immediata, ma cruda. Crudele. Come le tante, forti scene che compongono questa ucronia drammatica, memorabile, apocalittica.

Se non ci si affeziona ai personaggi, marionette di una trama più grande di loro, la storia esercita comunque un impatto emotivo nella sua efferatezza e nella chiarezza delle immagini. Originale, completo… davvero un racconto coi fiocchi. L’unico neo è il focus sulle nanomacchine di Ostrokov, che rallenta enormemente la narrazione e crea un po’ di confusione, sebbene rientri nella premessa di impotenza e insensatezza dell’opera. Di steampunk, comunque, c’è soltanto l’aspetto rétro (che poi sarebbe dieselpunk, ma tant’è).

Estratto dal terzo e ultimo volume di Tribù della costa del Pacifico, di Neal Stephenson

Neal Stephenson, steampunk

Neal Stephenson

L’ultimo racconto si svolge nello stesso universo del romanzo The Diamond Age, «ma molto più tardi».

Non so se sia questo il motivo, ma della storia non ci ho capito davvero nulla. Nulla di nulla, eccetto la noia mortale che mi ha suscitato e l’orrore del monologo di Napier alla seconda pagina. Mi sono sforzato di finirlo ma dovrei rileggerlo per poterne parlare con reale cognizione. Forse.

La narrazione è un continuo divagare che fa perdere l’orientamento e il tema della nanotecnologia non aiuta. Sono tuttavia convinto che se un’opera necessita di più letture, per altro dolorose, per essere soltanto compresa, essa non sia meritevole di tali sforzi.

E con questo si chiude l’antologia Steampunk!, che mi ha, per molti versi, deluso, e per pochi versi esaltato.

Conclusione: Sconsigliato.

Contro:

  • Edizione ricca di refusi
  • Livello medio dei racconti… mediocre
  • Certi racconti sono steampunk a malapena, se non solo di facciata, e non dovrebbero rientrare nella «antologia definitiva» del genere
  • Nessuna storia di Michael Moorcock, nonostante sia segnalato diversamente nella quarta di copertina

Pro:

  • (Pochi) racconti di ottimo livello
  • Due racconti italiani aggiunti nell’edizione italiana
  • Utili e interessanti i contributi dei tre esperti: Jess Nevins, Bill Baker e Rick Klaw
  • È un’antologia steampunk,
    il che è già raro, e di una certa importanza
Voto: Due caschi!
Due caschi voto palombaro

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *

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