Show don’t tell: guida all’utilizzo

Ho già parlato, nel precedente articolo, della nascita e dello sviluppo della narrativa moderna e contemporanea. Uno dei cardini intorno ai quali ruota questa concezione di scrittura è la classica regoletta “Show, don’t tell“, ovvero “Mostra, non raccontare”.

Per comprendere appieno tale tecnica bisogna rifarsi ad alcuni degli scopi della narrativa moderna, ovvero:

  • Narrare una storia.
  • Emozionare il lettore.
  • Coinvolgere il lettore in modo tale che non chiuda il libro e che prosegua la lettura fino in fondo.
  • Farlo immedesimare nel personaggio.
  • Fargli vivere gli eventi come fossero reali.

Se questi punti non rappresentano la vostra idea di narrativa, non consiglio l’impiego dello Show don’t tell. Consiglio, anzi, di scrivere Literary Fiction, poesie o saggi, attraverso i quali potrete manifestare il vostro estro senza ammorbare i lettori.

H.G. Wells, infatti, dopo un esordio letterario di enorme successo (le prime opere di scientific romance, tanto amate dai suoi contemporanei e dalla critica, nonché gli unici suoi lavori ancora venduti e ricordati oggigiorno), decise di cambiare princìpi e iniziò a scrivere opere didascaliche, politicheggianti. Egli divenne, per sua stessa ammissione, poco interessato a narrare storie e a emozionare i lettori. Wells intese la scrittura come un mezzo attraverso cui diffondere le sue idee, perché si sentiva un giornalista piuttosto che un romanziere.

Perché non scrivere articoli, in tal caso?

Show don't tell Cechov

«Non dirmi che la luna splende; mostrami il riflesso sul vetro infranto». Anton Cechov

Tornando a noi, Show don’t tell non significa raccontare al lettore ciò che accade, ma permettergli di vivere direttamente gli eventi momento per momento. Mostrare qualcosa significa mettere una persona di fronte al fatto, alla realtà, e non farne una cronaca.

La superiorità di questa tecnica, in fatto di coinvolgimento e resa emotiva sul lettore, è auto-evidente. Vedere un uomo che muore o sentirlo al telegiornale ha su di voi il medesimo effetto? Guardare una partita dagli spalti o ascoltarne la telecronaca produce le stesse emozioni?

Facciamo un semplice esempio.

Raccontato: Incontrai Marcello e lo riempii di botte.
Mostrato (Show don’t tell): Marcello mi si parò davanti e mi spinse contro il muro. Gli mollai una testata in bocca, gli tagliai la fronte con una gomitata. Lui barcollò, si coprì la faccia grondante di sangue. «Fevmo!», biascicò tra i denti rotti. «Mi avvendo!».
Gli piantai un calcio in petto e lo scagliai sull’asfalto. Il grugno pelato sbatté sul selciato, lo sguardo si spense.

Ok, ho esagerato, ma era per rendere l’idea. Come avrete notato, il risultato è estremamente diverso in termini di drammatizzazione. Lo Show don’t tell implica una descrizione dettagliata di ciò che accade, a differenza del succinto raccontato. Ma ci sono altre finezze da cogliere.

Non è necessario focalizzarsi sulla scena, se la trama non lo richiede. Non è necessario essere truculenti, grotteschi o verbosi. Anzi: lo Show don’t tell brilla se conciso. Il punto è sviluppare azione per azione ciò che sta accadendo. Ricreare tali immagini nella mente del lettore man mano che si dipanano nella narrazione.

Raccontato: Mariotto lo uccise e se ne andò.
Mostrato cruento (Show don’t tell): Mariotto estrasse la pistola e gli sparò tre colpi. Due zampilli si aprirono sulla fronte dell’uomo; il terzo proiettile scivolò sotto i capelli e si portò via una striscia di scalpo.
Mostrato (Show don’t tell): Mariotto estrasse la pistola e gli sparò tre colpi in piena fronte. L’uomo cadde da fermo, come se gli avessero staccato la spina.
Mostrato succinto (Show don’t tell): Mariotto estrasse la pistola e gli sparò. Si precipitò fuori.

Mille le sensibilità, mille i modi di scrivere una scena. Lo Show don’t tell non priva l’autore di alcuna libertà. Ma torneremo in seguito su questo argomento.

Raccontato: Margaret era una meraviglia, altissima e sfavillante come il sole che le gonfiava la lunga chioma.
Mostrato (Show don’t tell): Margherita balzò in piedi. Urtò il soffitto con la testa. «Ow! Che male!», si massaggiò la parte dolente. Abbassò gli occhi, notò che la stavo guardando e sfoggiò un sorriso a trentadue denti. Venne verso di me; la chioma bionda grattò il parquet e lasciò una scia nitida tra i banchi di polvere.

In un esempio ho mostrato la straordinaria altezza di Margherita e la lunghezza dei suoi capelli. Nell’altro l’ho semplicemente detto. Complica la vita? È più difficile e dispendioso di tempo e fatica? Certo, ovvio, ma i risultati parlano da soli.

Al raccontato si associa il discorso indiretto, mentre allo Show don’t tell va associato il discorso diretto. I dialoghi giocano un ruolo importante nella scrittura immersiva.

Ernest Hemingway Iceberg, mostra non raccontare

«Mostra ogni cosa ai lettori, non dir loro nulla». Ernest Hemingway

Raccontato: Jennifer disse a Jacqueline che poteva venire con lei alla fattoria.
Mostrato (Show don’t tell): Gennarina si staccò un brandello di pollo dagli incisivi sporchi di rossetto. «Allora? Vieni dal porcaro?».
Gioacchina annuì. «Muoviamoci zoccolè!».

Attenzione, però. Show don’t tell significa comporre sequenze visuali, ma non descrivere immagini statiche. Queste sono preferibili al raccontato, ma sono una forma piatta e scialba di mostrato.

Mostrato statico: Prendo la mutanda. È bianca, con un grosso buco nel mezzo da cui far uscire il pistolino.
Mostrato (Show don’t tell): Indosso le mutande. Il pisello spunta dal buco centrale e si affloscia sulla stoffa bianca.

Qual è la differenza? Nella versione Show don’t tell abbiamo descritto la scena attraverso un’azione e non una descrizione. Dinamico batte statico. Sempre. Una buona scrittura mostrata presenta un gran numero di verbi d’azione e una minoranza di passivi o ausiliari. Questi ultimi danno vita a immagini concrete ma immobili.

E che ci sarebbe di male nelle immagini statiche? Beh, per cominciare esse rallentano il ritmo, poiché non fanno progredire la sequenza in atto (da notare che, nel secondo esempio, le mutande le abbiamo già indossate). Poi, esercitano un impatto minore sul lettore. L’azione le rende più vivide, le relaziona al contesto, permette di associare più stimoli sensoriali contemporaneamente. Insomma, il dinamismo risulta senz’altro più stimolante ed efficiente.

A proposito di immagini concrete: Show don’t tell implica l’uso di termini precisi, al contrario della vaghezza che contraddistingue il raccontato.

Scrivere mostrando significa abolire le parole inutili, quelle che non aggiungono nulla alla scena, e soprattutto i termini aulici o altisonanti. Secondo il principio d’immedesimazione, tutto ciò che distrae dalla scena e dalla narrazione è considerato errore, poiché spezza la magia dell’immersione del lettore negli eventi e nel personaggio.

Aggiungere fumo annacqua la narrazione. Per non parlare dell’assoluta trasparenza che deve vigere nel testo, per la quale il lettore deve capire al volo e non dubitare di ciò che legge.

Mark Twain Show don't tell

«Non dire che la vecchia signora gridò. Mandala in scena e lasciala urlare». Mark Twain.

Stando a tali motivazioni, possiamo giungere a una prima conclusione. Uno spartiacque nel mondo della narrativa.
Scrivere belle parole per il gusto di farlo invece che scrivere in modo concreto è una pessima forma di raccontato e un errore comune tra i neofiti (come l’intrusione dell’autore nel testo o il punto di vista vacillante).

Raccontato: Mi gettai in acqua. Nuotai nel brodo primordiale che un tempo mi diede alla luce. L’acqua nera si tramutò in spazio siderale, coralli come stelle del firmamento. Fluttuavo tra i pianeti, novello astronauta di un mondo perduto.

Bellissimo, fantastico, bravò! Ma che significa? Qui si può notare la classica brodaglia che non aggiunge nulla alla narrazione e che, anzi, la ostacola. Già il fatto che il lettore possa fermarsi per riflettere sul senso o sulla musicalità delle parole è uno svantaggio, in quanto spezza il ritmo e l’immersione nella storia. Coinvolgimento e tensione diminuiscono in un istante.

Mostrato (Show don’t tell): Mi gettai in acqua e nuotai verso la barca.

Regola avanzata: in certi casi, il raccontato non è considerato tale. Parliamo dei giudizi espressi dal personaggio punto di vista in forma di dialogo o di pensieri. Questi possono funzionare, soprattutto se aggiungono qualcosa all’identità di chi li esprime. O se la ribadiscono.

Raccontato: Prendo la foto. È bellissima.

Non dice niente sul personaggio (che coincide con la voce narrante, POV in prima persona con filtro totale).

Mostrato (Show don’t tell): Prendo la foto. Bella come una prigione che brucia, falsa come una birra analcolica.

In questo caso il giudizio del personaggio ci suggerisce che si tratta di un ex-galeotto, o un uomo che odia lo stato, o una persona poco raccomandabile. In ogni caso ci dice qualcosa su di lui e ci aiuta a entrare nel personaggio. Il lettore, però, non vede la bellezza della donna in prima persona. Pertanto la versione migliore sarebbe:

Mostrato (Show don’t tell): Prendo la foto. Scorro il dito sulle labbra siliconate, seguo il profilo del nasino e accarezzo le iridi azzurre dei suoi occhi a mandorla. Bella come una prigione che brucia, falsa come una birra analcolica.

Le azioni parlano più delle parole

Sembra che la narrativa abbia fatto suo un vecchio adagio, tanto utile nella vita di tutti i giorni quanto nella scrittura

Raccontato: È brutto e avido. Indietreggio e cambio strada.
Mostrato (Show don’t tell): È un rabbinaccio col nasone. Indietreggio e cambio strada.

Nella seconda il giudizio ci dà un’idea migliore del POV, che evidentemente non va pazzo per gli ebrei.

Altra regola avanzata: le similitudini. Metafore, analogie e similitudini sono armi a doppio taglio. Mai, mai usarne di banali o già viste, a meno che non calzino perfettamente. Inoltre rischiano di distrarre il lettore dalla narrazione, se usate troppo spesso, se vaghe o se “ardite”.

Al contrario, un uso moderato e preciso di analogie ha un fortissimo valore persuasivo, in termini retorici. Del resto, nella vita reale ricorriamo spesso a similitudini quando vogliamo far capire qualcosa a qualcuno.

Raccontato: Era bella come il sole.
Raccontato: Mi scruta col suo sguardo da predatore. Spalanca le fauci leonine e balza su di me come un gatto di montagna. (Troppe!)
Raccontato: Corse via con la foga di un uomo orgoglioso, ma indispettito dallo svolgersi degli eventi. (Cosa dovrei visualizzare, esattamente?)

Mostrato (Show don’t tell): Maurigno cadde a terra come un sacco di patate. (Rende l’idea ma è inutile specificarlo ed è una similitudine banale)
Mostrato (Show don’t tell): Maurigno cadde sul castello come un albero su una catapecchia. Si rialzò e rivelò un disco di plastica laddove si trovava il secchiello.

Il segreto della scrittura immersiva e dello Show don’t tell è scrivere in modo evocativo, mai banale. Termini netti, significativi. Non dovete edulcorare, non dovete usare inutili mitigators come quasi, piuttosto, abbastanza ecc. Più netti siete, più evocate. Più concreti e precisi siete, più evocate. Ricordate la citazione di Ezra Pound nell’articolo sulla narratologia? L’oggetto è sempre il simbolo adeguato.

Il mondo cambia con il tuo esempio, non con la tua opinione. Paulo Coelho

È l’esempio a generare ispirazione. A smuovere le coscienze. Allo stesso modo, una storia che ci mette (non a chiacchiere) nei panni di qualcuno può sensibilizzarci. Colpirci. Insegnarci davvero qualcosa

L’accuratezza è estremamente importante, soprattutto quando si parla di verbi: bisogna usare quello giusto, sempre, in modo da non doverlo correggere con ulteriori aggettivi. Pensateci: meglio tagliare di netto le dita con una mannaia o tranciarle? Meglio leggere un libro tutto d’un fiato o divorarlo? Meglio farsi rossi in faccia o arrossire? Meglio mangiare con una grande foga o ingozzarsi?
L’uso di verbi appropriati separa una scrittura generica da una d’impatto.

A proposito di verbi: quando si narra al passato, è preferibile l’uso del Passato remoto rispetto all’Imperfetto. Il perché è presto detto: il primo definisce azioni compiute; il secondo definisce azioni «considerate nello svolgimento, nella durata, senza riferimento all’inizio, alla conclusione o allo scopo». (Da Treccani).

L’Imperfetto è adatto al raccontato. “Mangiavo”, “dormivo”, “dicevo”, “andavo”…
Il Passato remoto è adatto allo Show don’t tell. “Mangiai”, “dormii”, “dissi”, “andai”…

Parlavamo, poi, di nettezza nella prosa. Possiamo fare un passo in più per definire l’essenza stessa della terminologia evocativa: sensorialità. Un verbo o un aggettivo, per stimolare il lettore a dovere, devono suscitare la risposta di uno dei cinque sensi. Ciò è spiegato, scientificamente, da alcuni studi sulle neuroscienze di cui parlo approfonditamente in questo articolo.

In breve: non dobbiamo parlare di odore, ma di caffè o limone. La scrittura evocativa è rasposa, rugosa, liscia; è appiccicosa, gelata, gommosa. Non fa rumore, ma ronza, romba, fischia. Non è buona, brutta o gustosa, ma salata. Ferrica. Pungente. Non puzza e basta, ma puzza di stalla; di benzina, di formaggio stagionato. Non fa male, ma punge, scotta, pulsa…

Questo è Show don’t tell. Ciò che non è vago, ciò che rimane, ciò a cui risponde intimamente il cuore e il corpo di chi legge è sensoriale. È realtà. Maggiore è la frequenza con cui utilizziamo termini di tale valore, maggiore è l’efficacia della nostra scrittura.

Non dimenticate che Show don’t tell non significa descrivere immagini al lettore, ma creare immagini nella mente del lettore. Questa è una differenza fondamentale. Pensare in tali termini vi aiuterà a creare una prosa dinamica, attiva, immaginifica.

Show don't tell emozioni

I colori caldi evidenziano le parti del corpo che si attivano maggiormente quando si provano certe emozioni. Non scrivete che un personaggio è triste, felice, depresso… mostrate le lacrime che scorrono, le risate fragorose, la fiacchezza fisica e mentale. Mostrate quell’energia che fa ballare, che fa impettire, che fa raggomitolare o tremare dalla testa ai piedi.
Funziona così, nella vita: se una persona ci dice che è triste o felice, non proviamo nulla. Se la vediamo piangere a dirotto, l’empatia ci sincronizza su quella tristezza. Lo stesso dicasi della gioia, che si definisce contagiosa

Show don’t tell: pro e contro

Sebbene Show don’t tell sia una regoletta ormai largamente accettata anche dai critici letterari, non tutti concordano sull’applicazione della stessa. C’è chi dice che il raccontato sia importante quanto o più del mostrato, da cui Storytelling e non Storyshowing. C’è chi dice che si debba raccontare per passare da una scena all’altra, o per impostare l’atmosfera, o per allargare il respiro temporale della narrazione.

Orson Scott Card, autore del Ciclo di Ender, in Characters & Viewpoint afferma, in merito allo Show don’t tell, che «in alcune circostanze è un buon consiglio; in altre è proprio errato. Chi racconta storie deve costantemente scegliere tra il mostrare, il raccontare e l’ignorare. Mostrare è ciò che si fa meno spesso».

I romanzi non sono film e non si può mostrare tutto, poiché «mostrare è terribilmente dispendioso di tempo». Per cui, secondo Scott Card, bisognerebbe limitarsi a mostrare le scene importanti in modo da drammatizzarle. Lo Show don’t tell, infatti, servirebbe a enfatizzare certe sequenze.

In un commento l’autore reitera dicendo che «Show don’t tell è una pessima idea, eccetto nelle scene che scegli di mostrare perché sono le scene chiave che creano dramma».

Characters & Viewpoint Scott Card

Characters & Viewpoint, di Orson Scott Card. Questo manuale parla dei personaggi e del POV, o punto di vista. Non è eccezionale ma non è per niente male; va letto, però, con una certa accortezza. Potete acquistarlo a quest’indirizzo

Personalmente ritengo che queste opinioni derivino da una mancanza di esperienza nell’uso dello Show don’t tell e da una parziale ignoranza dei principi da cui scaturisce tale tecnica. Ciò le rende facilmente attaccabili.

Per prima cosa, lo Show don’t tell va impostato in un contesto di narrazione qui-e-ora, in cui la storia scorre scena per scena. Per compiere dei salti temporali è sufficiente interrompere il capitolo e iniziarne un altro a salto avvenuto, oppure aggiungere i tre asterischi col medesimo effetto.

Mettiamo che, per esempio, Marcovaldo debba andare a casa della nonna ma non c’interessi mostrare il viaggio in macchina. Non c’è bisogno di raccontarlo: essendo inutile ai fini della trama, basta tagliare la scena interrompendo il capitolo e facendo iniziare il prossimo con Marcovaldo che entra a casa della nonna.

Se invece volete includere il viaggio per qualche ragione, basta mostrare pochi dettagli per liquidarlo. È facile dimenticare che Show don’t tell non significa necessariamente mettere in risalto qualcosa o essere prolissi. Anzi, come insegna la teoria dell’Iceberg di Hemingway sono sufficienti pochi, precisi, perfetti dettagli per sottintendere il resto (come anche provato tempo addietro da Cechov).

L’arte della scrittura è tanto più raffinata quanto più asciutta, come tutte le arti in generale. Ma raggiungere questo livello di tecnica è assai difficile.

In ogni caso, se volessimo mostrare il viaggio di Marcovaldo senza dilungarci (e con una ragione ai fini della storia, altrimenti va tagliato) agiremmo, per esempio, così:

Marcovaldo montò sulla Cresta, accese i fari e partì. Prese l’autostrada; il contachilometri toccò i duecento all’ora. «Ah, la mia Cresta! La mia splendida Cresta!».
Imboccò l’uscita per Via dei Vecchi. La casa della nonna spuntò sul fondo della strada.

… e stop! Ci siamo, basta che parcheggi ed entri.

Per farla breve: non è tanto lo stile a condizionare l’importanza del testo, ma la struttura. Lo Show don’t tell si limita a trasmettere il contenuto al lettore con la massima trasparenza. Il coinvolgimento viene da sé, e solo se il contenuto è effettivamente coinvolgente. È da illusi pensare che il lettore, alla lunga, s’interessi della vicenda in base alla prosa, se la vicenda non stimola interesse di per sé.

Di questo parlo nei miei articoli su come Costruire una Storia. Monomito, Arco di trasformazione del personaggio, Premessa narrativa, What-if, Archetipi, Storie a tre, quattro e cinque atti… trovate tutto nella succitata rubrica!

 

Correlativo oggettivo T. S. Eliot

«L’unico modo per esprimere un’emozione in forma d’arte consiste nel trovare un “correlativo oggettivo”; in altre parole, una serie d’oggetti, una situazione, una catena di eventi che costituiscano la formula di quella particolare emozione; cosicché, quando siano dati i fatti esterni, che devono concludersi in un’esperienza sensoriale, l’emozione ne risulti immediatamente evocata». T. S. Eliot. Vi ricorda qualcosa?

C’è un punto sollevato da Scott Card che mi sento di condividere, però. Lo Show don’t tell richiede tempo e fatica, specie all’inizio. A maggior ragione se le scene non sono già definite nella mente di chi scrive.
Provare per credere. Scrivere come capita è assai più semplice e rapido.

In linea teorica direi che questa non è una giustificazione; non è un segreto che per fare un buon lavoro si debba buttare il sangue in qualsiasi disciplina. È altrettanto vero che, se doveste esordire con un’epopea bestiale da tremila pagine, mostrare ogni scena potrebbe costarvi la vita (ammesso e non concesso che quelle 3000 pagine siano necessarie, ma stiamo ipotizzando).

Una volta fatto il callo, lo Show don’t tell diventa una seconda natura e i tempi di scrittura si accorciano notevolmente. Ma è anche facile lasciarsi prendere la mano e riscrivere più e più volte porzioni di testo per renderle più pregnanti. Del resto, come ho dimostrato prima, c’è mostrato e mostrato.

Parlando di opere di altissimo livello, ovvero di casi che non riguardano né me né la quasi totalità di quelli che mi leggeranno, trovo comprensibile fare un compromesso tra valore artistico e impegno profuso. Credo che a pochi interessi creare l’opera stilisticamente perfetta (col contenuto ovviamente non all’altezza, come spesso è il caso. E viceversa) se il prezzo da pagare è l’intera propria esistenza.

Bisogna accontentarsi: un romanzo è lungo e si può sempre migliorare qualcosa in termini artistici. La mia modesta opinione è che si debba semplicemente cercare di dare il massimo in base alle proprie possibilità e ai propri bisogni, a 360°. Il che significa imparare a scrivere e documentarsi, oltre che scrivere. Fatto questo, la soddisfazione personale è più importante di qualsiasi valutazione artistica. Chi sogna di vivere di scrittura, poi, non può lasciarsi rallentare dalle ideologie.

Ciò detto, raccontare significa accontentarsi prima di averci davvero provato. Ricordate? Lo Show don’t tell si può applicare nei modi più disparati. Scegliere il modo giusto per sé e per la propria opera; scegliere i dettagli che si vogliono mostrare; scegliere i sensi che si vogliono colpire e le immagini che si vogliono evocare; scegliere le scene da sviscerare con maggiore impatto e dinamismo… tutto ciò contribuisce a rendere unico lo stile di uno scrittore.

Perché sì, uno stile c’è. In teoria, lo Show don’t tell si limiterebbe a mettere il lettore davanti ai fatti, ma… un mediatore esiste. Un interprete. Il solo fatto di filtrare quegli eventi attraverso il nostro cervello, le nostre emozioni, la nostra lingua e la nostra penna, li trasforma inconsciamente. Proprio come essi vengono ri-trasformati dagli occhi del personaggio POV, mediante i quali li vive il lettore.

Io mi regolo così, nella scrittura. Mi sforzo e ritengo di mostrare tutto. Certo, troverete verbi passivi e ausiliari. Troverete immagini poco nitide e descrizioni statiche. In certi casi, passaggi verbosi o a dir poco rocamboleschi. Potrei fare meglio. Possiamo far meglio.

E voi che ne pensate di questa tecnica? Se avete esempi da proporre o domande da porre, commentate!

Se avete apprezzato l’articolo, non dimenticate di leggere gli altri della rubrica Scrivere Narrativa!

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *

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