1.

 

 

Inizializzazione archivi. Registrazione – 0/00/X0XXX. Hēméra Hēlíou.
Riprendo coscienza, qualcuno mi richiama dalla sospensione. Eurinomio mi scruta dalle feritoie della sua maschera sporca di ruggine.
Mi metto a sedere sul baldacchino, mi massaggio le gambe intorpidite. «Sei stato fuori», impasto la bocca gelata. «Cos’è accaduto?», ho la voce ancora roca.
Lui si pulisce il volto con un ritaglio di pelle autentica. La macchia si allunga sullo zigomo, un detrito casca dai boccoli metallici. «Ho notizie, Megamede. Carne sull’Asopo, quadrante S.O. Lambda. La Pattuglia è stata neutralizzata».
L’occasione che aspettavo. Il petto riprende a vibrare e m’irradia di calore. «Chi c’era? Andreifonte?». Il MU è a pieno regime. Balzo in piedi, mi precipito nell’andrion. Attraverso il vestibolo.
Eurinomio esita. «Sì. È stato neutralizzato».
Esco dalla Cupola. Mi getto nelle tempeste d’acciaio.
I rottami piovono a cascata, riempiono il cielo e spezzano i raggi del sole.
«Non c’è tempo, Eurinomio. Dobbiamo trovarli prima che li trovi qualcun altro. Aiutami».
«Sissignore», si piega, gli monto sulla schiena rombante. «Testa bassa, Megamede».
Eurinomio scatta sul prato, brucia i fili d’erba e solleva il terriccio. La pioggia mi sferza sui deltoidi e sulla fronte. I detriti ticchettano sulle piastre cutanee; una melodia sorda, tra i boati delle esplosioni.
Un rottame mi scoppia contro il petto e la polvere mi annebbia un occhio. Infilo il dito nella feritoia della maschera, lo striscio sulla cornea e pulisco il sensore.
Saliamo sulle dune. Un branco di ibridi ruminanti pascola il metallo. Attraversiamo la discarica ed entriamo nella Cupola del fiume. La luce splende dai triangoli geodetici, il ferro piove e svanisce sulle travi incandescenti.
Eurinomio rallenta fino a fermarsi. Uno sparo; il colpo gli scheggia e annerisce il volto. Proviene dall’Asopo. Un fosso si allunga innanzi all’argine.
Scendo, ricevo alcune fucilate sul cranio. Avevo già intenzione di lucidarlo.
«Grazie, Eurinomio. Ci penso io».
«Serve altro, Megamede?».
«Sì». Mi sparano alla mano. Mi annuso le dita: puzzano di polvere pirica. «Sorveglia le Pattuglie sul corso e avvertimi se si avvicina qualcuno».
«Sarà fatto». Sparisce in un battito di ciglia, e con lui una chiazza di arbusti.
Cammino verso il fosso. Un uomo fa capolino, imbraccia un arnese antidiluviano. Mira dritto al MU, tra il petto e l’addome. Il proiettile rimbalza sulle placche toraciche, trancia il fusto di un giunco.
«Non mi fermi con quello», gli grido. «Dov’è Andreifonte?».
«Il giocattolo?». L’uomo sbircia a filo del terreno. Ingrandisco la visuale: ha due occhi ferini, la fronte alta e madida di sudore. Un combattente. «È qui. Avvicinati e lo uccido!».
Mi arresto. «Dove sono gli altri? Chi hai fatto spostare?».
«Chiama il tuo amico e andatevene. Se vedo rinforzi ammazzo l’ostaggio!».
Si alza il vento, il fiume si agita. Il tanfo di ferraglia invade la Cupola. Mi muovo, l’umano sparisce nel fosso.
«Per chi ti sei sacrificato?», adotto un tono comprensivo. Innocuo. «Non sono neanche tornati a prenderti. Non hai scampo, arrenditi e ti aiuterò. Non sono…».
«Lo uccido!».
«E come intendi fare?».
Rumore di passi. Corro, salto il fossato. Andreifonte giace sul terreno con una lancia conficcata nella schiena. È a doppia lama, l’elettricità scoppietta nella biforcazione.
L’uomo sta scappando verso l’argine. Lo raggiungo in tre falcate.
Si getta in acqua, lo afferro per la caviglia e lo tiro ai miei piedi. La gamba si stacca di netto dall’anca; lui inizia a urlare.
«Non volevo. Io non voglio ucciderti, umano, cerca di calmarti. Quell’acqua ti trascina a fondo. Ti ho salvato la vita».
L’uomo fa dei profondi respiri. Non è terrorizzato, o non lo dà a vedere. Notevole, in entrambi i casi. Regge il mio sguardo, sfiora la tasca dei pantaloni con i polpastrelli. La mano è avvolta in un nastro nero. Sguaina un coltello paralizzante.
Gli sradico il braccio dalla spalla con uno strattone. Uno spruzzo di sangue mi coglie sulla maschera, l’acquolina mi allaga la bocca. Non devo leccarmi le labbra, non devo spaventarlo ulteriormente.
«Shhh, tranquillo. Ti rimetteremo in sesto. Sei speciale, tu, sei fortunato. Davvero un esemplare interessante».


2.

 

 

Gli vado incontro. Ha un bel colorito. Il moncherino alla spalla è ancora fresco, necessita di tempo. Le mie papille sussultano ogni volta che lo vedo.
«Stai migliorando. Ora mi credi?».
Lui si alza dal kline, si regge al bastone. Zoppica verso di me, accigliato, sulla gamba intonsa e sulla nuova protesi gambale. Cammina già da solo. «So cos’è che vuoi da me, mostro. Puoi anche torturarmi, non parlerò. Non tradirò i miei compagni».
Scaltro, fedele. Decisamente oltre la media della Carne.
«Non m’interessa, tenditrappole. Avrei potuto intercettarli, se avessi voluto».
L’umano mi guarda con sospetto. Porta dei capelli autentici, di cheratina. Sono corti e arruffati, ma dovrebbero valere una fortuna. «Come sai?».
«So tutto di voi, è il mio lavoro. Ne ho visti tanti come te. Sono una Pattuglia, staziono sull’Asopo. Il mio nome è Desmote. E il tuo, uomo?».
«Non ho un nome, mostro, e tu lo sai».
Il modulo di Asclepio inizia a lampeggiare. Le mani meccaniche sono pronte al controllo giornaliero. Ruotano i polsi, stiracchiano le falangi. Dovranno attendere.
«Sono un Demiurgo, come tu non sei Carne. Ricordalo». Gli faccio cenno di seguirmi. «Voglio il tuo soprannome».
Mi sta dietro, malvolentieri. Mi arriva a stento al sedere. Arranca, con quella coscetta infantile.
«Cinghiale», mormora.
Appropriato, ma lo sono sempre. I nomi lo sono un po’ meno.
Usciamo dalla clinica. Lui guarda in alto, gli trema il ginocchio. Non è abituato alle nostre volte, alle colonne in alabastro.
«Meglio dei cunicoli?», sorrido.
Non risponde. Andreifonte mi accosta all’improvviso. È in forma, il MU sembra aver ripreso a funzionare dopo la rimozione della picca. Anche il neo autentico è tornato al suo posto, incollato sullo zigomo. La maschera si contorce in una smorfia corrucciata. Sta adocchiando l’umano.
«Cosa c’è?» Schiocco le dita. Andreifonte mi guarda, cambia espressione.
«Un messaggio dalla Polis, Megamede», grugnisce. «La Pattuglia del quadrante N.E. Theta non ha fatto rapporto».
«Tuoi amici?», ammicco all’umano. Quello indietreggia, digrigna i denti. Ci vuole pazienza. «Occupatene tu, Andreifonte. Manda Brotoloigos a Nord-est. Mi fido di te».
«Sarà fatto, Megamede».
Varchiamo la soglia della sala del Santuario. Io e Cinghiale saliamo sulla rampa. L’umano osserva i fregi policromi sull’architrave.
«È l’Elevazione». Gli indico l’altorilievo dell’omuncolo, all’inizio della serie. «Quello sei tu. Il tuo corpo muta pian piano, come puoi vedere. Prima all’esterno e poi all’interno. Ma non è doloroso».
«Traditori». Contrae il tenero viso, ostenta il disgusto. Non durerà.
«In seguito, è la consapevolezza a mutare. A evolversi. Tutto quel caos…», gli tocco la testa. È molle come un melograno. «… I pensieri contrastanti, le direzioni che si aprono in voi organici, diventano una linea retta. Un flusso univoco e onnipotente».
«È per questo che ci cacciate e divorate?», Cinghiale alza la voce.
Gli rompo gli incisivi con un colpo d’indice. Lui ammutolisce, si appoggia alla parete e si porta la mano alla bocca. Inghiotte il sangue.
«Troppo fegato può nuocere». Passiamo le colonne, attraversiamo la peristasi. «Non fiatare, è un luogo sacro».
Entriamo nel pronao, gli sfilo la scarpa. Ci fermiamo davanti alla cella. «Chiudi gli occhi. Non aprirli per nessuna ragione, o dovrò terminarti».
Cinghiale obbedisce. Spegnimento canali visivi.
Avanziamo. La pietra rinfresca i piedi, un leggero profumo di olivi permea l’aria. Il Naos.
«Sedetevi».
La sua voce. M’inginocchio, sfioro Cinghiale che mi affianca. «Tiresia, ti consulto per il mio accompagnatore. Sarà degno? Dammi una risposta, te ne prego».
«Sento odore di Carne». Tiresia cigola. Un fischio rimbomba nella cella. «Fermi! Vedo qualcosa!».
Dei bagliori bianchi pulsano nel buio. Un tenue brusio mi stuzzica le orecchie.
«Sarà degno, più che degno. Il tuo miglior servitore, il tuo erede, un Titano tra i Demiurghi. Questo raccontano i cuori. Alzatevi, ora».
Neanche nelle mie più rosee previsioni. Mi inchino, usciamo. Collegamento sensori.
«Puoi aprire gli occhi, uomo».
Cinghiale è turbato, rosso in viso. «Chi era?». Parla con difficoltà. I denti spezzati gli conferiscono un aspetto ridicolo. «Che intendeva?». Il sangue gli sguscia sulle labbra.
Percorriamo la peristasi, costeggiamo il Santuario.
«Tiresia. Andreifonte. Eurinomio. Loro erano come te fino a poco tempo fa, a differenza di noialtri. Noi c’eravamo già prima. Prima che distruggessimo la Stazione Selene e la pioggia vi cacciasse sottoterra».
«Vuoi dire che tu…».
Scendiamo dalla rampa dell’opistodomo. Eurinomio ci aspetta nella sala dei banchetti; ha imbandito la tavola, il vapore si leva dalla carne adagiata sul granito.
«Sì, uomo. Li ho raccolti, li ho Elevati e resi ciò che sono. Sono il loro Megamede, ora, eccetto per Tiresia. Lui mi ricambia con gli auspici, grazie ai cuori che conserva nella formaldeide. E non ne sbaglia una».
«Sono i tuoi schiavi. È in questo che vuoi trasformarmi?».
Lo faccio sedere sulla klismos. Lui osserva la carne e sgrana gli occhi. Ha capito. Tenta di alzarsi, lo trattengo. Si avvicina Eurinomio, ghignante.
«Lasciatemi!», urla Cinghiale. «Non sono come voi! Siete dei mostri, degli assassini!».
Gli blocco il braccio. «Non mangiate gli animali, voi?».
Lui mi spinge col piede, invano. Gli immobilizzo anche la gamba. Sono arti esili, per me, ma spessi per un umano. Potrei tranciarli all’improvviso se non ci vado cauto.
«Li mangiate, uomo, perché li sovrastate nella catena evolutiva e in quella alimentare. Tutto secondo natura. Ma noi siamo in cima a entrambe le catene, adesso, e la vostra carne è alla stregua della loro. Solo più gustosa».
«Folli!», strilla lui con uno sguardo allucinato. Gli rimane solo la testa da agitare. «Le bestie non soffrono come noi. Non hanno una coscienza, non sono…».
«Non sono intelligenti, è vero. Non così intelligenti. E chi è intelligente soffre di più, non è così?».
Faccio cenno a Eurinomio. Lui annuisce, afferra Cinghiale per la nuca e gli schiaffa la testa nella carne bollente. Quello si dibatte, tossisce. Eurinomio lo tira fuori.
«Ascolta, ignorante». Stritolo il braccio. L’umano ha una forza notevole. «L’intelligenza degli animali si misura col quoziente di encefalizzazione. Non è una stima precisa, ma rende l’idea».
Cinghiale sbatte gli occhi umidi. Dei lembi di carne gli si staccano dal viso e ricadono nel piatto. È muto, ha perso la sua baldanza.
«Gli umani si attestano sulle sette, otto unità». Mi pulisco la maschera di rodio da uno schizzo. «Le bestie più intelligenti, invece, toccano le quattro unità. Noi siamo ben oltre quelle cifre».
Eurinomio agguanta la mandibola del riottoso. La spalanca, gliela sloga. Gli schiaffa un pezzo di carne in bocca. Cinghiale ha delle contrazioni, il corpo si solleva dalla sedia. Cerca di respingere il boccone con la lingua.
Eurinomio glielo fa masticare e ingoiare. «In altre parole, per noi siete animali». Ride, gli ricaccia il vomito in gola turandola di carne.
L’umano frigna, ma sa che gradisce. Il cibo è stato alterato per rispondere perfettamente ai suoi gusti. Sarà convinto di essere un cannibale, un orrido mostro, un traditore.
E presto, uno di noi.


3.

 

 

Cinghiale passeggia per la plateia, impettito e ammirato. Le occhiate dei Demiurghi non sembrano turbarlo. Volgono la testa al suo passaggio, intrigati dal suo aspetto meticcio.
Voglio mostrargli il Théētron. Percorriamo la discesa; il teatro si staglia a ridosso della valle. Saliamo sulle gradinate della cavea, sgombre come ogni mattina. Raggiungiamo le scale e scendiamo al diazoma.
Allargo le braccia. Siamo al centro perfetto tra i due settori. «È un bel posto, vero?».
Cinghiale stritola il drappo della toga. «Le nostre città sotterranee non hanno niente di simile».
«Sarà questa la tua città, d’ora in avanti».
Cinghiale salta giù di gradino in gradino. Sono ancora grandi per lui. «Voglio vederlo dal basso».
Giungiamo all’orchestra. Alcuni Demiurghi pregano intorno all’Ara. Un gruppo di curiosi mi si fa incontro, capeggiato da Maleros. Mi circondano. Ci circondano.
«Cos’è quel bastardo?», bercia Maleros, additando Cinghiale. Quello lo scruta, più incuriosito che spaventato. Il suo sguardo scivola sulle femmine e vi si sofferma.
«Solo un malriuscito», sfodero il mio sorriso di oro rosa.
Maleros mi guarda torvo, si liscia la barba di acciaio nero. «Come Capitano delle Guardie, debbo ricordarti che l’Elevazione privata non è tollerata dalla Polis. Così lo schiavismo». Gli altri si guardano intorno, fanno finta di niente. Sono dalla mia parte. «Sappiamo tutti da dove provengono Andreifonte, Brotoloigos e gli altri. Non credere di…».
«È sempre la solita storia, Capitano. Non avete prove, e io non ne so niente. Non è vero?», mi rivolgo a Cinghiale. Lui annuisce e sorride alle femmine, che ricambiano.
Lo attraggono, non vi è dubbio. Le loro forme procaci devono ricordargli le sue simili, sebbene le umane abbiano dei corpi miserevoli e sgraziati a confronto. Nonché di carne.
«Qual è il tuo nome?», Maleros gli adagia una mano sulla spalla. Cinghiale s’incurva per il peso.
«Desmote».
«Patetico». Maleros sospira, scuote la testa. Il pennacchio di cheratina sintetica ondeggia sull’elmo.
«Non sono un ladro di MU, Capitano», gli riempio il palmo di dracme. «Ho sempre svolto il mio dovere di onesta Pattuglia. Quello del quadrante Tau, piuttosto, il nuovo venuto: ho saputo che conduce esperimenti proibiti. Cattura umani e li viviseziona per le sue ricerche. Mi pare ben più pericoloso».
«Miaifone? È un pesce piccolo», Maleros intasca il bottino nella sua sacca di pelle ibrida. «A proposito, che succede sull’Asopo? Ho ricevuto delle segnalazioni».
«Sì, ho mandato Andreifonte a investigare. È tutto apposto, dovrebbe…»
«Abbiamo avuto conferma». Un ricciolo gli sfugge dall’elmo e ricade sulla maschera con un tonfo sordo. Maleros se lo scosta dalla feritoia dell’occhio. «Ma c’è stata un’altra segnalazione, stamattina».
L’ombra del portico si allunga sullo spiazzo. «Manderò Eurinomio e Brotoloigos. Voi vi ostinate a tenermi in disparte, Capitano, e questi sono i risultati. Sapete bene che potrei occuparmi del fiume con le mie sole mani».
«Non ci serve un altro Pisistrato, Desmote. Spero solo che tu non c’entri». Si avvicina. «In tutta onestà», sussurra. «Non mi fido della Pattuglia del quadrante Lambda. L’ultimo rapporto l’ho ricevuto dal suo schiavo dalle orecchie umane. Quello che ti soffiò, ricordi?».
Teikesiplete. Sarebbe stato mio, se quella stupida Pattuglia montanara non lo avesse reclamato. “Suo” il quadrante, “suo” il bottino. «Non ci sono schiavi, Capitano».
«Mi puzza». Maleros batte il pugno sull’aspis. Lo scudo trema per la botta. «Ho le Guardie pronte, ma…».
«Investigherò», annuisco con gravitas.
«Bene. Mi congedo». Maleros fa un leggero inchino e si allontana verso il proscenio.
Approccio le femmine.
«Vorreste passare del tempo con lui?», accenno a Cinghiale.
«Possiamo morderlo?», ride la più imponente. Una scottatura le brunisce la maschera, i capelli di ottone ammucchiati sulle spalle.
«Solo se non gli fate male».
Loro annuiscono, si recano sotto un arco all’uscita del teatro.
«Sei impazzito, Desmote?», bisbiglia Cinghiale.
«Non puoi avere il mio nome, sciocco. Sono unici. Comunque, hai paura?»
«No, ma loro non sono… carnose».
Le femmine si abbracciano, si strusciano sul muro di mattoni. Cercano di sedurlo.
«Tranquillo, Cinghiale. Sono morbide dove lo sono le tue. Usano i tessuti di certi ibridi arboricoli. E non mi faranno un torto, nessuno oserebbe».
Si alza un coro. I Demiurghi si inchinano, l’Ara di Selene Trafitta si erge tra i devoti. Cinghiale si avvicina al globo di marmo, ma la veduta retrostante lo rapisce.
«Ti faranno impazzire, Cinghiale». Gli sto dietro. Meglio tenerlo sotto mano. «Dovrai solo abituarti al clangore. Dopo, non penserai più a quelle umane molli e rattrappite».
Cinghiale si appoggia all’éntasi di una colonna e rimira il paesaggio. I suoi occhi, ancora ignudi e soffici, guizzano dal boschetto di cipressi che puntella la vallata alla linea costiera del lago, costellata dalle casette cicladiche. Le mura in bianco di titanio delle abitazioni avvampano al sole.
Le pupille umane migrano all’orizzonte, oltre la Cupola, verso le ombre delle montagne di detriti. «Non credevo esistessero donne tra voi».
«È un discorso complesso. Non ci sono uomini, non ci sono donne: si è ciò che si desidera essere. Loro hanno scelto questa forma esteriore».
Cinghiale crolla il capo. Un ciuffo ribelle spunta dalla nuca, a mo’ di codino. Gli ultimi, combattivi follicoli, che sopravvivono alla cura evolutiva. «Perché lo fai?».
«Ti aiuterà a capire. A cambiare».
«Non voglio cambiare, Desmote. Te l’ho detto».
«Tutti hanno paura di cambiare. Anche in meglio». Lo sospingo verso l’arco. Le donne si stanno spazientendo. «Tutti, qui, hanno avuto le tue stesse paure, anzitempo».
«E…?».
«E ora guarda l’Acropoli. Guarda queste strade, questi edifici. Guarda noi. Certo, riprendiamo le meraviglie del passato; nemmeno conosciamo gli idiomi antichi, eccetto alcuni nomi e alcuni termini. Ma abbiamo surclassato tutto ciò che è umano. La terra stessa, che è diventata una pattumiera rispetto alle Polis. Sai come? Sai perché?»
Cinghiale lambisce le sue nuove piastre cutanee. Accarezza le braccia, dure e lucenti. Quella prostetica e quella originale sono ormai identiche. Forse comincia a comprendere.
«Perché andava fatto». Mi siedo su una gradinata. «Perché l’ha voluto il destino, altrimenti non ci avrebbe resi capaci di tali prodigi. Ora va’. Dopo l’amore, ti farò provare l’arte della guerra».
Cinghiale annuisce, raggiunge le donne. Si trova già a suo agio sulle nuove gambe. Gli amanti imboccano lo stenopos e si allontanano.
Ora devo procurarmi il MU e preparare il patto. Poi, sarà la volta del Battesimo.
E infine, lui sarà mio.


4.

 

 

 
Si alza dal modulo di Asclepio. Ricordo quando mi arrivava ai fianchi. Ora ha questa armatura perfetta, uno splendido e inerte peso. La rete di organi e connessioni è pronta a ricevere il dono.
Cinghiale mi spia dalle feritoie della maschera con uno sguardo carico d’orgoglio. Ha scelto un modello romano, piuttosto che greco: i grandi occhi, il grande naso, le grandi orecchie, le sopracciglia sporgenti, i solchi sulla fronte, sulle guance, sotto il naso aquilino accentuano la sua ferocia.
Mai nessuno ha affrontato l’Elevazione con tale cipiglio. Sono fiero di lui.
«Te lo volevo chiedere da tempo». La sua voce è ancora imperfetta. Gutturale e robotica allo stesso tempo.
«Cosa, figliolo?»
«Il tuo nome da umano, Desmote. Tu sei nato con un nome, giusto? Cosa si prova?»
Mi sfuggirebbe un ghigno, se non avessi il controllo totale delle piastre facciali. Quel nome è sepolto sotto secoli di storia, sotto le rovine della S.S. Selene. La distruzione della Luna ha decretato la rinascita. Quella nullità non ero io. Ma Cinghiale non può arrivarci; non ancora, almeno. «Che importa? Ora avrai un nome anche tu. Manca una cosa soltanto».
«Che cosa, Desmote?»
Porto la mano al centro del petto. Il calore effonde sui circuiti del palmo. Piccole, costanti vibrazioni mi pulsano nelle falangi. «Ciò che ci rende immortali e invincibili. Il nostro legame. Il MU».
«Il MU?»
«È pesante, non è vero?», gli accarezzo la massiccia spalla. Premo sul deltoide, lui crolla a terra e sferraglia come una pila di rottami. Mugugna, si rialza con difficoltà. Mi segue.
Passeggiamo nel cortile, all’ombra delle colonne. Evitiamo i cespugli di Acanto per non calpestarli.
«Il Motore Universale». Tremo dentro di me. Ringrazio il firmamento per il miracoloso dono. «C’è un solo modo per procurarsene uno. Toglierlo a un altro».
«Come sarebbe? Non si possono creare?».
«Creare? Oh, no. Vedi, quando io e altri Demiurghi ci ribellammo agli umani e attaccammo la Stazione Selene, il mondo era diverso». Un ibrido da compagnia mi corre incontro. Mi chino, gli liscio la corazza. Lui scodinzola, emette uno stridio metallico. Ci accompagna. «Rubammo i nuclei dei reattori di alcune navi attraccate e li usammo, seguendo i progetti degli uomini, per realizzare i nostri simili». Il cielo è scuro, l’ora è giunta. Rientriamo nell’oikia. «Ma in seguito alla pioggia, altri MU caddero da Selene. E continuano a cadere, sebbene assai raramente».
Passiamo per il gineceo. «Non siamo… non siete immortali?», Cinghiale accarezza il petto di una delle mie Demiurghe, intente a fabbricare tessuti ibridi con i telai meccanici. Quella gli bacia la mano con riverenza. Quando hanno stabilito un rapporto così intimo?
«Siamo eterni se vogliamo esserlo, figliolo. Lo vedrai». Entriamo nell’andrion. I mosaici ci accolgono con la Demiurgomachia. I Nostri volteggiano nello spazio siderale e affrontano, con le lance biforcute, le sentinelle volanti che proteggono la Luna. «Io ho i miei metodi e corro seri rischi. Per questo, in cambio, tu devi accettare…»
«Il patto di schiavitù».
«Esatto, come Eurinomio e gli altri. La mia offerta è un MU speciale, uno che altero io stesso e che ci unirà per sempre. È la mia condizione a una vita eterna, figliolo».
«Capisco, Megamede». Sorride con malizia. Sarà felice con me.
Saliamo nella peristasi del Santuario. Le fiamme crepitano nelle sfere. Le torce ci guidano al pronao.
Lascio andare l’ibrido canino. «Hai già scelto il tuo nome?»
«Credo di sì».
Entriamo nel Naos, ciechi. Ci inginocchiamo. Tiresia ha acceso i nuovi incensi che gli ho donato. L’iris e lo storace risvegliano i sensi, purificano l’animo.
«Dimmi, Desmote», le parole di Tiresia riecheggiano nella cella.
«Oh Tiresia, predici per me. Come andrà il gran giorno di Cinghiale? Il Battesimo sarà un successo?»
«Andrà bene, e…»
«Che accade?»
«Lo leggo nei cuori». Tiresia esita. Geme. «È lui, il Capitano delle Guardie. Interromperà il Battesimo allo spegnimento. Una trappola!», urla.
«Non può essere! E poi, Tiresia?»
«L’invidia», sussurra. «I Demiurghi sono gelosi dei tuoi schiavi e delle tue ricchezze. Le Guardie rapiranno il tuo diletto, ti ruberanno il Motore Universale. Ti uccideranno, Desmote».
Impossibile. È assurdo, inconcepibile. Questa profezia è una sciagura! Non ho scampo, non mi rimane che la lotta. Stringo la mano di Cinghiale.
«Non c’è speranza nella lotta!», tuona Tiresia. «Il Capitano è la causa di tutto. Cedigli il tuo schiavo, offrilo alla Guardia della Polis. Ti resterà fedele. È l’unico modo che hai per vivere ancora».
Tiresia ha ragione, come sempre. Devo ingraziarmi le Guardie, farmi perdonare. Terrò un profilo basso, agirò in totale segretezza d’ora in poi. E una Guardia di mia proprietà potrebbe passarmi informazioni.
«Grazie, Tiresia. Agirò come mi consigli».


5.

 

 

L’erba ondeggia al vento, tra i lastricati d’argilla. Gli archi bianchi si stagliano sull’Acropoli; nessuno siede sugli spigoli o sui capitelli, e proietta sagome sulla plateia. Il sole penetra gli anfratti, tra un mattone e l’altro. Da quassù le nicchie delle oikiai, sulle strade dell’asty, sembrano vuote da sempre. Nessuno si scorge nella lontana Agorà, sempre gremita, nessuno coltiva le terre nella chora. Pare una città morta. Quella che una volta chiamavamo “antica civiltà”. Ma noi non scompariremo mai. Siamo i sogni di queste rovine, e oggi dal sogno nascerà un prezioso frutto. Il mio.
Anche lui è stranito da quest’atmosfera. Non ha mai partecipato a un Battesimo, non si aspettava nulla di così solenne. Oggi capirà, una volta per tutte, l’importanza della sua metamorfosi. Dimenticherà le miserie della vita precedente.
Percorriamo lo stenopos che porta al pianoro. I Santuari Selenici si ergono nel crocevia, e l’Olimpo s’innalza tra di essi. Saliamo i gradini, iniziamo la scalata.
Solo il clangore dei nostri piedi sulla pietra del crepidoma. Il vento sbuffa con maggiore intensità, in direzione contraria.
Odore di foglie bruciate. Di opoponax.
I Demiurghi ci seguono con lo sguardo, muti. Riconosco varie maschere. Qualcuna non mi sembra di conoscerla; dovrei cercare nei miei archivi mentali. Le toghe svolazzano e brontolano.
Uno scalino dopo l’altro, lasciamo gli astanti e ne incontriamo altri. Ci sono tutti eccetto le Guardie, assiepate sulla vetta. Perfino Miaifone del quadrante Tau, rivestito di pelli autentiche e incoronato da una testa mozzata. Perfino Teikesiplete, lo schiavo dalle orecchie umane del quadrante Lambda, senza il suo padrone. La sua presenza è un raro avvenimento.
Cinghiale prosegue a testa alta e non si volta indietro. Buon segno. I denti umani brillano al collo, preziosi come perle autentiche.
Giungiamo in cima, allo stilobate. Le Guardie cingono le quattro colonne che reggono il cielo. L’Altare giace al centro del quadrato.
Il calore incandescente della Cupola si fa palpabile, a quest’altezza. La vaporizzazione sibila nel silenzio. La pioggia ci mostra gli intrecci tubolari nei rottami cadenti, prima che svaniscano sui triangoli geodetici. La brezza disperde le lingue di fumo.
Accolgo il dono di Selene Trafitta, accolgo la bellezza che ci ha offerto.
La città si è fatta piccola come un diorama. In lontananza, oltre la Polis e le dune detritiche, s’intravede la zona dei grandi crateri. Poi, la Cupola dei boschi dell’Arcadia.
Maleros si fa avanti. Indossa la panoplia delle belle occasioni, l’elmo sotto braccio. La luna spezzata rifulge sulla pettorina e sull’aspis.
Il Capitano stringe la mano di Cinghiale, gli adagia una corona d’alloro e d’ulivo sul capo. È il momento.
Sollevo il coperchio del cofanetto. Prendo il Motore Universale. Palpita nelle mie mani, avvolto in uno strato di roccia lunare.
Cinghiale siede sull’Altare. Dischiude le piastre del petto.
Pongo il MU sui circuiti del suo alloggiamento. Richiudo la cassa toracica.
«Nasco!» Urla lui. «Efialte!»
Perché quel nome? Serro gli occhi. Spegnimento momentaneo. I MU circostanti si quietano, l’energia si affievolisce. Tempo: sessanta minuti, sessanta secondi, sei decimi. Discollegamento.
 
La coscienza è tornata come se non mi avesse mai lasciato.
Accensione.
Resta solo un sentore di putrescina in bocca, e un torpore diffuso.
Grida. Che accade? Le Guardie?
Riapro gli occhi. Efialte stringe un coltello nella mano nera, avvolta dal nastro isolante. Lo affonda nella pettorina di Maleros. Scosse elettriche rischiarano la lama. Maleros crolla a terra, neutralizzato.
Altri corpi sdraiati intorno a me: Demiurghi infilzati alla schiena, all’addome, percorsi da ronzii e lampi azzurri.
«Cosa succede?», sbraito. Il frastuono copre la mia voce.
Il combattimento infuria, in basso, con degli umani alle prese con una Guardia. Umani! Un altro Demiurgo, Teikesiplete, la carica e la accoltella allo sterno.
«Fermi!», provo a muovermi, ma gli arti non rispondono agli stimoli. Le braccia giacciono inerti sui fianchi. «Blasfemi!».
Efialte mi nota, solleva un angolo della bocca metallica. Gli umani scalano la cima dell’Olimpo e mi circondano. Sono ovunque, come cavallette. Carne inferiore, come hanno…
Ora capisco. Teikesiplete. «Il tuo padrone è morto, non è vero? L’hai ucciso tu!», gli urlo.
«Mettetelo a sedere». Efialte rimuove la fasciatura dalla mano.
Mi sollevano, mi portano all’Altare. Mi adagiano, supino, sul podio. Andreifonte ed Eurinomio mi tengono i polsi, Tiresia e Brotoloigos mi stritolano le caviglie.
«Voi! Come avete potuto?». Riesco a muovere le dita. «Dopo tutto quello che ho fatto per voi. Razza di traditori. Abbiamo un patto, se muoio io morite tutti!»
«Siamo pronti alla morte, Megamede». Brotoloigos fa tintinnare il suo orecchino. L’unghia autentica oscilla sotto il lobo. «Noi non abbiamo tradito, non abbiamo mai dimenticato».
Tutte menzogne. Le segnalazioni, i rapporti, le predizioni. Hanno lasciato che gli umani uscissero dai loro formicai e che si nascondessero in superficie. Preparavano un agguato, una trappola per questo momento. Mi hanno mentito sin dal primo giorno!
«Oh, ma non vogliamo ucciderti». Ride Efialte. «Portate gli ibridi».
«Non la passerete liscia. Non ci ammazzerete, noi siamo immortali! Spazzeremo via la vostra razza, la estingueremo non appena si saprà ciò che avete fatto. Insetti!», strillo. «Insetti!»
«La nostra razza? Proprio non ricordi il tuo nome, Desmote? Tu eri come noi. Proprio come noi».
Gli infami mi inchiodano le braccia e le gambe all’Altare con delle grosse morse da banco. Che hanno intenzione di fare?
«Puah», sputo ai loro piedi. Le formiche possono mangiare un cadavere, non un’intera specie. La Carne sa solo riprodursi, non fa altro. Null’altro che cuccioli infetti! Ma li fermeremo, oh se li fermeremo. E io sarò alla testa dei battaglioni della nuova Polis, quando mi risveglieranno!
«Eccoli qua». Efialte prende in braccio due ibridi piumati di grandi dimensioni. Delle aquile meccaniche. «Adesso capirai, Desmote. Capirai tutto».
Le lascia sull’Altare. Gli uccelli si avvicendano sul mio corpo, lanciano grida assordanti.
«Che fai? Portali via!». Uno mi becca l’addome. Penetra le piastre, il dolore esplode nelle terminazioni. L’altro mi trafigge il costato. Scoperchiano l’armatura, piluccano le viscere. «Guardie, aiuto!»
Mi sventrano. Il dolore sommerge i sensi. Dio mio, non posso sopportarlo.
«Da quanto non lo invochi?» Efialte rimuove la corona trionfale e la getta nel vuoto. «Come chi? Dio. Noi ogni giorno. Non ci ha mai salvato».
Le forze mi abbandonano. Qualcuno, qualcosa…
Buio. Il frastuono è cessato; solo le beccate.
«Ti resta soltanto una cosa». La voce di Efialte mi echeggia nella mente. «Ricorda il tuo nome».
«Desmote», sussurro. «Desmote. Megamede. Desmote…»
Fratelli, dove siete? Figli miei. Andreifonte, Eurinomio, Brotoloigos, Tiresia!
Ricorda il tuo nome.
Qual era il mio nome?
Ah, sì, i miei grandissimi occhi verdi. I miei capelli biondi, le mie spalle morbide.
 
«Aurora».
 
Chiusura archivi. Registrazione – 0/00/X0XXX. Hēméra Krónou.

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *