1.

 

 

— Sono ipocalorici, come li volevi tu. L’acqua c’è, l’olio pure, e poi ho preso i surgelati. Ho lavato a terra in tutte le stanze, meno la tua e la cantina (non capisco la tua ossessione per quest’ultima), quindi è il tuo turno. Scusa per la colla; come vedi ho pulito prima che si seccasse. Per quel poco che costa l’affitto, è il minimo che possa fare.
Sai, è già strano fare la spesa o i servizi per qualcun altro, ma questo…
È come se le cose si spostassero da sole. Come se ci fosse una presenza sovrannaturale a prendersi cura della casa. Mi sveglio e trovo cibo nuovo in frigo, il tavolo in ordine, il bagno incasinato; libri aperti e pentole in giro, la lavatrice in funzione, i piatti nel lavello e quei bei capelli bruni nella vasca…
Buona giornata, in bocca al lupo per l’esame.
Abele
 
— Grazie per i cereali! So che lo fai per pietà, vista la mia malattia, ma sei il primo coinquilino che soddisfa i miei capricci.
Hai fatto un buon lavoro, però… ancora (C4H6O2)n! Sai com’è, le tracce sul balcone si vedono. Sta’ più attento. E un’altra cosa: non mettere piede lì sotto, lo ripeto e non voglio sentire ragioni. Ti ho detto che è uno sfacelo, rischi una slavina di merda ‘ngopp’ ‘o cuollo, come dice mammà.
Comunque, ho sempre voluto chiedertelo: è dura lavorare di notte?
Capisco cosa intendi. Noto i segni che lasci, ma non vedo te. Mi mette una certa malinconia ._.
Ho lasciato qui dei panni. Ci ho messo il foglio sopra perché li notassi. Puoi fare tu il bucato? Grazie, sei un tesoro. Paolo aveva ragione su di te :)
 
Ps: come sapevi dell’esame? Crepi.
Andrea
 
— Quale malattia?
È una situazione assurda. Sono tre settimane che conviviamo, ormai, e ancora non ci siamo beccati. Orari diversi, sì, ma non ti fa strano? Cerchi di evitarmi? Anche la storia del seminterrato mi puzza, ma chiudo il becco dato che non è casa mia.
A volte mi viene da pensare che tu non esista realmente e che ci sia un barbone in cantina. Sai che in America accade? Si nascondono perfino nei soppalchi delle ville.
In ogni modo, attaccare manifesti non è difficile, e ad alzarsi a notte fonda ci si abitua. Qualche callo però te lo fai; io mica gioco con filtri e pozioni…
Ah, scusami per aver lasciato il bigliettino (per così dire, ormai sono dei veri “papielli”) sul sacchetto, immagino la puzza mentre leggi. Ehm… butti tu? Io se non sbatto a terra quando rincaso è già un miracolo.
 
Ps: l’ho notato sul calendario della cucina.
Che facevi ieri sera in bagno? Ti ho sentita sferragliare; sono uscito dalla stanza e ho intravisto una lama di luce sotto la porta. Volevo aspettare che uscissi, ma il sonno ha preso il sopravvento. Di lì a 2-3 ore mi sarei dovuto svegliare per preparare i rotoli e le taniche.
Ma forse era il barbone…
Abele
 
— Quando ti degni di tornare, io sto all’uni già da un pezzo. Che dobbiamo fare? Ti do un aiuto: ho i capelli di Shakira, ma bruni. Come Paolo.
Bella teoria quella del barbone. Scherzi a parte: i laboratori mi massacrano e non hai idea dei testi che devo studiare. La Chimica non è per tutti.
Hai ragione sui biglietti. Ho notato che strappiamo entrambi una pagina dallo stesso quaderno ogni volta. Non so perché, ma quando tocco i fogli sento un brivido. Come quando bevo dal tuo bicchiere, che puntualmente lasci sul tavolo.
Senti, non per essere pignola, ma i piatti li rimetti nella credenza dopo averli lavati? Sai com’è, ho bisogno del piano del lavello.
Bacetti ;)
 
Ps: visto che ci troviamo, alle volte? Stavo riparando i tubi del gabinetto. A proposito di delizie: nella vaschetta c’è la parmigiana. L’ho fatta con le mie manine, spero ti piaccia!
Andrea
 
— Non hai risposto alla domanda. Quale malattia?
Io non torno mica così tardi, e mi rimetto a dormire solo alle 21. Ho l’altro lavoro a cui badare. Se tu non rincasassi dopo cena tutti i santi giorni…
Chi ha detto che un barbone non possa essere carino?
Un po’ t’immagino, lo ammetto. Dal giorno in cui Paolo ti ha chiamata e ho sentito la tua voce. By the way, lui la chioma ce l’ha alla Mussolini…
Troviamo un compromesso. Tu ti accecheresti con la colla e io con l’acido solforico.
Ok per i capelli. E il resto?
 
Ps: era buonissima, grazie. Sono abituato alla parmigiana “croccante” del minimarket. A proposito, te l’ho lasciata. Apri qui e la trovi.
Pps: grazie per aver pulito al posto mio. Credevo fossi già uscita. Purtroppo torno così stanco che a volte, dopo la doccia, stramazzo nel letto per un paio d’ore. E penso a te che entri dalla porta…
Abele
 
— Lo so, sono gli alambicchi e la palestra a trattenermi fino a sera.
Non sapevo avessi un altro lavoro. Di cosa ti occupi?
Anche la tua voce mi ispirava :*
La testa del Duce e i peli di Chewbacca! Babba bia! No, scherzi a parte: Paolo sarà un quattrocchi bruttino e imbarazzante, ma ha un cuore d’oro. Tu come l’hai conosciuto?
By the way (che sono questi inglesismi, attacchino? Ti credevo più rozzo!) non hai idea di quante volte mi sia divertita con l’H2SO4!
Ho trovato la vasca colma d’acqua, stamattina. Sei stato tu? Per un attimo mi sono spaventata. Ho stappato lo scarico, che già puzzava ._.
Altra cosa: oggi passano per il contatore nel primo pomeriggio. E ti ricordo che mi devi l’affitto. Sai com’è, mamma è pignola.
 
Ps: il resto? Labbra di Lilly Gruber, occhi della Boschi e tette di… Jack Black! Tu?
Pps: awww… anch’io ti penso, sai?
Scusa, credevo che Paolo ti avesse avvertito. Soffro di una patologia terminale. Me la diagnosticarono due anni fa.
Andrea
 
— Quale diavolo di patologia? “Terminale” in che senso? Spiegati, mi sto preoccupando…
Sono stato io, sì. Mi sono seduto davanti alla vasca e l’ho riempita fino all’orlo. Sono stato delle ore a guardare il mio riflesso. I miei occhi. Ho capito di non essere pazzo. Inoltre, il fatto che tu l’abbia scaricata significa che esisti. Se fossi stata un barbone ti ci saresti fatta il bagno, e i flaconi di bagnoschiuma sono intatti. Ergo… sei un fantasma.
Paolo è un grande. Non sai quante affissioni ci ha commissionato, per conto di terzi. Conosce una marea di gente. E conosceva te, perciò… gli devo molto.
In ogni modo, per essere un’universitaria te la cavi con la cultura televisiva. E mi fai un po’ paura con ‘sta storia dell’acido. Sarai mica Martina Levato?
Ho vissuto a Londra per un paio d’anni e poi sono fuggito a gambe levate. Ecco spiegato “l’arcaico”… come dice un mio rozzo amico. A quanto pare il mio destino è Napoli; Chiaiano per la precisione. Pensa che prima abitavo coi miei a Chiaia. In affitto, però, al contrario di te e mammina tua.
Dunque saresti così… (volta il foglio).
Abele
 
— Sei bravissimo! Un po’ m’inquieta che tu abbia preso le foto di quelle persone e sia riuscito a combinarle in qualcosa di ‘umano’. Mi piace molto, anche se non mi somiglia. È questo il tuo secondo lavoro?
Sei tu a farmi paura: non sapevo se ridere o chiamare la polizia, dopo aver letto il tuo incipit ._.
‘By the way’, che coincidenza! Anch’io sono stata a Londra. Chissà, magari ci siamo incontrati e non lo sappiamo. Magari sei una cotta che ho rimosso.
Proprio perché sono un’universitaria seguo l’attualità. Cioè il trash. E il mio nome è Alexander, non Martina.
Tu come sei? Non mi hai risposto. E come sei finito a fare un mestiere così zozzo?
 
Ps: Ti ho cambiato le lenzuola. Avevano un buon profumo >_<
Pps: anch’io devo molto a Paolo. Quando mi sono fidata e gli ho dato le chiavi, perché le desse a te, ero titubante. Sai com’è, ci eravamo sentiti solo una volta. Ma non mi sbagliavo.
Un bacione,
Andrea
 
— E dalle. Mi tieni sulle spine o ti vergogni della tua condizione? Ho bisogno di sapere.
Sì, provo a fare il grafico. Me la cavo con le foto-manipolazioni. Non è stato difficile; ho ritagliato le varie parti con il lasso, le ho sovrapposte e ho impostato diverse opacità. Quindi ho sfumato i bordi e ho uniformato i colori.
Proverò a farti simile a come t’immagino realmente, più che alle coordinate che mi hai dato. Vediamo se mi avvicino.
Io… capelli neri, occhi verdi. Mi sono trasferito qui per essere autonomo. Mia la casa, mie le regole… anche se mia non è, in fondo. Il mestiere è umile, ma non mi dispiace; altro non so dire. Vuoi una foto?
Non suoni come una fichetta che studia Chimica coi soldi della mamma, in ogni modo.
 
Ps: grazie, non dovevi. Il profumo è il mio odore naturale. Vorresti approfondire?
Pps: a chi lo dici, ero nervoso. Ma ho fatto bene a fidarmi. E non credo di averti mai incontrata, ricorderei di certo una come te…
Abele
 
— Oggi torno tardi. Non pretendo che pulisci anche i fornelli, ma almeno non macchiarli. Metti da parte i panni sporchi, che poi faccio un bucato unico. Ah, c’è la riunione di condominio, domani sera: ti dispiace?
Andrea
 
— Te la sei presa? Guarda che non intendevo offenderti. Sono un cretino, lo so, a volte mi esprimo di merda… troppo tempo passato con quei grezzi degli amici miei.
Stanotte ha piovuto a dirotto, mi sono bagnato come un pulcino. Mi è piaciuto, devo dire, correre dentro e fuori l’auto e agitare la scopa come un ragazzino. Quand’è così non puoi guardare in alto che gli occhi ti si appannano, e i manifesti non vogliono saperne di attaccarsi. Anzi, spesso scivolano e devi tornare indietro, sempre di corsa. Ma i bandoni che gocciolano, le lamine che ululano al vento, lo scrosciare della pioggia sulla città deserta… sono sensazioni che restano impresse.
In ogni modo, siamo andati a mangiare i soliti cornetti. Eravamo fradici e brutti con le nostre tute collose e la crema nella barba. Ti ho lasciato una foto dell’evento, così puoi vedermi al mio peggio; nota lo sguardo disgustato degli avventori che fanno colazione prima di andare a lavoro.
Scusami,
Abele
 
— No, è vero: sono una figlia di papà. La foto è stupenda, sono scoppiata a ridere. E tu non sei come mi aspettavo.
Io non sarò un’artista, ma una passione ce l’ho. Adoro fotografare i momenti, le sensazioni, come la condensa alla finestra in un giorno assolato o le pieghe di una mano rugosa. Quando non indosso il camice ._.
Sai com’è, ho anch’io il mio mondo: non sono sanpietrini alla luce dei lampioni o cose altrettanto romantiche, certo, ma voglio lasciarti un assaggio. Il disco è già nello stereo, devi solo farlo partire. È la prima canzone.
In cambio, mi aspetto che tu rimuova quello striscione in corridoio. Quanti manifesti ti ci sono voluti per scrivere ‘scusami’? Esagerato. E se trovo una macchia di vernice…!
You’re sweet.
Andrea
 
— Eri tu, oggi? Ho sentito dei rumori in corridoio; mi sono affacciato e ho avvertito dei passi dalla scalinata che porta nel seminterrato. Volevo andare a controllare, ma… mi sono ricordato delle tue parole. Che succede?
Non volevo giudicarti, davvero. Ciò che hai scritto è la conferma di quello che pensavo. Sei di più. Parli la mia lingua.
Ho ascoltato la canzone mentre mangiavo qualcosa. Non è il mio genere, ma mi ha affascinato. Ci ho visto palme, spiagge e cieli tersi. È questo il tuo mondo?
Ora voglio mostrarti come credo che tu sia. C’è voluto qualche giorno, ho dovuto uniformare le texture della pelle. Ho usato parti di varie persone; vediamo se le riconosci…
Senti, non riesco più ad attendere un giorno per la tua risposta. Usi Facebook? Mi daresti il tuo numero di cellulare?
Un’ultima cosa. Posso invitare qualcuno nell’appartamento? Prometto di mettere in ordine e che nessuno entrerà di sotto.
 
Ps: …  Non come ti aspettavi?
You too.
Abele
 
— È bellissima! Ti stai avvicinando. Riconosco gli occhioni di Zooey Deschanel, la bocca di Scarlett Johansson. Ti do un aiutino: uno scatto, uno di quelli che mi piace fare per passare il tempo.
Ci sei quasi. Il mio è un luogo non luogo. Ho nascosto un altro disco: primo pezzo, ancora.
Ero io, ieri. Scusa :,( non volevo svegliarti! Mi serviva una cosa e sono corsa a rovistare nella mia ‘immondizia’. Sei stato bravissimo a non intervenire.
Puoi invitare chi vuoi, ricorda solo di non mettere piede in cantina. Off-limits.
 
Ps: … Sei carino. Molto. Tutto qui :P
Embè, non chiedi più della malattia? Guarda che sto crepando!
Andrea
 
— Tu sei fuori. Sono giorni che ti chiedo delucidazioni. Di cosa soffri, di preciso?
La credenza non è il nascondiglio perfetto, sai? Non so quante volte la apro ogni giorno. Ne ho approfittato e l’ho rimessa a posto, spero non ti dispiaccia.
Questo pezzo è carino, ancora più romantico. Un amplesso dolce e intrigante. Come te. Sovvengono dei posti… il mare e il cielo di sera, e si scopre che i due erano ormai lontani, se ho capito bene.
Mi spieghi questa paranoia verso la cantina? Ci hai messo addirittura il nastro giallo. Confesso che ho riso quando l’ho visto…
Lo scatto è interessante. Sono le tue spalle? Bell’effetto. Seducente.
 
Ps: grazie… anch’io t’immagino carina. Hai dimenticato un particolare importante; ho chiesto i tuoi contatti.
Abele
 
— Sei un amore. Erano mesi che volevo metterla a posto :*
Ancora un disco. Trovalo e dimentica il nastro. Se non lo farai, dovrò cacciarti via!
Sono le mie spalle nude, la mia schiena. E se fai il bravo te ne lascio altre ;)
Parlami ancora di te. Stamattina per poco non ci siamo incrociati. Sei rincasato prima che mi svegliassi, vero? Come mai così presto?
D’accordo, è giunto il momento di vuotare il sacco. Soffro di cuore, Abele: non faccio altro che sognare. Un individuo indefinito, un volto senza identità. Sogno di amarlo, di rincorrerlo. Sogno di eluderlo. Finché lui non mi afferra.
Ciao e prenditi cura di te.
 
Ps: ormai passo le sere pensando a cosa scriverti il mattino dopo.
Mi spiace ma non ho Facebook e non do a nessuno il mio numero di cellulare, se non per motivi di studio ._.
Andrea
 
— È uno scherzo? In tal caso, sei una deficiente. Anche se, forse, ci somigliamo più di quanto immaginassi. La differenza è che io sogno di stringere. Di cogliere…
Non trovavo il disco e sono entrato nella tua stanza. Lo confesso, scusami. Credevo di trovare qualche foto alle pareti, ma niente. Solo peluche, libri universitari e un paio d’occhiali; non credevo li portassi. Peccato, ho apprezzato le spalle.
La canzone mi è piaciuta. Ho fantasticato anch’io, alla fine. Di un volto senza volto, dai capelli lunghi…
Ho creato questa per te. Stanotte siamo stati sopra un ponte in disuso, sulla tangenziale; nei vicoli di Via Roma e a Piazza Garibaldi, tra le puttane che si riscaldano incendiando i cassonetti. Ho scattato le tre foto, le ho illuminate e le ho unite in questo pezzo per mostrartele.
 
Ps: anch’io, ormai sei il primo pensiero quando mi risveglio. Ma… mi pensi anche quando esci?
Vorrei sentirti più spesso, tutto qui. O magari, vederti…
Abele
 
— Colpa mia che tu fraintendi?
Tranquillo, pensavo ci fossi già entrato. Gli occhiali li indosso solo per leggere, o per lavoro. Quelli protettivi, intendo. Sai com’è, non vorrei che una goccia di vetriolo accecasse gli occhioni di Zooey!
Molto carino il collage e carinissimo tu a farmi viaggiare con te. Potresti farlo più spesso? Meriti un bacio e una foto, che ti lascio ;)
Quei posti trasmettono qualcosa. Dovrei spostarmi di più, in città, ma sono un’abitudinaria. E timorosa, per giunta.
Non hai risposto alla domanda: perché hai fatto così presto l’altro ieri?
 
Ps: awww!
Ieri sera sono uscita con amici. Nel bel mezzo del casino mi sono fermata e… ti…
Insomma, strano vero? Non ci siamo neanche mai visti. E le mie amiche mi prendono in giro: dicono che ho la testa tra le nuvole in questo periodo.
Pps: c’è un saggio giapponese denominato Hagakure. L’hai mai letto? Si tratta di una sorta di codice di condotta rivolto ai samurai.
Beh, c’è un aforisma che mi ha sempre colpito.
L’amore più profondo è l’amore nascosto.
Andrea
 
— Scuse accettate…
Ti porterò ogni notte, se ti va. Ed ecco i posti di oggi: le caserme sovietiche del rione Conocal, a Ponticelli, l’orrenda fontana della bella via Scarlatti, al Vomero, e la zona morta di Antignano, dove (col sole) aprono i mercati.
La foto… wow. È quello che penso? S’intravede solo, ma… da perderci la testa.
Parlarti di me? Vediamo… non frequento tante persone e non partecipo a eventi mondani; preferisco la tranquillità e l’intimità di pochi. Apprezzo chi ha un senso dell’umorismo non scontato e chi lotta per ottenere ciò che vuole, perché in tal modo si forgia il carattere. Poi… so fare un vortice perfetto quando sciolgo la colla. Sono il migliore a crearne una densa al punto giusto, senza grumi.
In ogni modo, l’altro ieri sono stato con una ragazza. Ho saltato il lavoro, ecco perché sono tornato prima.
Infine, potresti non spostare la mia roba sul balcone? Capisco che il mio equipaggiamento non sia un bel vedere all’ingresso, ma se non altro le scope non rotolano giù per il vento.
 
Ps: strano, sì. Dovremmo rimediare… facciamo da te o da me?
Pps: ne ho sentito parlare. Tuttavia, non sono d’accordo. Per me l’amore va urlato, va preso con la forza e goduto fino all’ultima goccia. Conosco un’altra citazione: meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.
Abele
 
— Ah, una ragazza. Com’è?
Non sposterò la tua roba quando tu non sposterai la mia.
Andrea
 
— Sei gelosa? Si chiama Silvia. L’ho incontrata alcuni pomeriggi fa. È interessante, simpatica, e pare che la cosa sia reciproca.
D’accordo, non toccherò più nulla. Trovo solo un po’ seccante che lasci la tua roba dappertutto. Trucchi, specchi, forcine ovunque… sembra quasi che tu l’abbia sparpagliata a bella posta.
Abele
 
— Bene, bravo: e io che pensavo fossi sincero. Parli pure di vederci, ma come ti viene? Non sono gelosa, sono una stupida.
Ciao.
Andrea
 
— Sono sincero. Sono interessato a te.
Sai, ieri sera ti ho sentita rincasare. Ero mezzo addormentato ma ti ho intravista in corridoio. Una silhouette dai capelli lunghi, sbarazzini. Per un attimo ti ho scambiata per Silvia, a causa della chioma…
Poi ho realizzato. Mi sono venuti i brividi, volevo uscire e fermarti. Toccarti, guardarti negli occhi. Ma sei entrata in stanza come una furia, hai chiuso la porta a chiave e hai subito spento la luce.
Tu m’interessi. Dovremmo vederci per capire se è una cosa seria, una sensazione concreta. Per quello che so potresti avere il volto ustionato, le gambe artificiali; potresti essere un metallaro o perfino tua madre…
Silvia, lei è reale. E io ho bisogno di realtà. Non possiamo rimandare oltre.
Abele
 
— Un piede in due scarpe, questo è ciò che vuoi. Se fosse come dici tu, non avresti bisogno di vedermi per confermare le tue sensazioni.
Il problema è che anch’io mi sento così: ti penso ogni ora, guardo le tue immagini e sono tentata di entrare mentre dormi. Vorrei svegliarti con un bacio. Vorrei saltarti addosso. Ma non posso, non sarebbe giusto. Questa ‘cosa’ platonica che abbiamo è speciale, anche se ci fa del male.
Una foto per te. Ciao… <3
Andrea
 
— Sei stata tu a spolverare i cubi nella mia stanza, vero? Hai messo in ordine anche i libri…
Sei troppo. Hai delle labbra fantastiche.
Stanotte non ho lavorato, sono stato qui con Silvia. Dovevo dirtelo. L’abbiamo fatto, ma lei mi ha pregato di non rivederci; non so perché, non era andata male. Non mi sono opposto, non ho detto nulla, perché… lo sai perché.
Voglio incontrarti. Voglio avere te. Sono stanco di ripetermi.
Abbandona i libri e i laboratori. Esci dalla cameretta. Io sono fuori, in strada, a toccare con mano il cemento. Non avere paura.
Svegliami quando torni…
Abele
 
— Non credo sia una buona idea: non roviniamo tutto.
Andrea
 
— Scherzi? Perché ti tiri indietro? Io voglio vederti. E se anche fosse per un semplice assaggio, che ci sarebbe di male? Sempre meglio di una lettera al giorno, di un’attesa insensata, perché di quello si tratta. Non è reale finché non siamo insieme; è fumo…
Così ti vedo, in questo momento. Volta la pagina. Un gradiente luminoso, reso globulare da una sfocatura gaussiana, beige e rosso. Capelli di un’attrice indiana sfumati come foglie secche, occhi che brillano di un bagliore diffuso, piani su piani di colorazioni e regolazioni di contrasto e lucentezza. Una striscia di pennello a secco, cremisi, di labbra.
Un fantasma, questo sei. Ma ancora per poco…
Abele
 
— Quell’immagine mi fa paura. È così che mi vedi, ora?
E se già ci fossimo tolti lo ‘sfizio’? Ti farebbe stare meglio?
Non insistere, ti avverto. Sai cosa succede a miscelare un elemento apparentemente inoffensivo, lo zucchero ad esempio, con l’aria in una sospensione e a darle fuoco? Esplode: basta una concentrazione adeguata della polvere e la nube di zucchero si trasforma in una nuvola di fuoco.
Andrea
 
— Pensi di spaventarmi? Esci dalla tua bolla e affrontami!
Non posso credere che ieri tu non sia rientrata. Dove sei stata? Sono perfino sceso nel seminterrato per cercarti, per contravvenire alle tue regole, per trovare qualcosa di tuo. Pensavo ti fossi rinchiusa in quella fottuta cantina. Ma avevi ragione, c’è solo spazzatura, nulla che mi parli davvero di te. Tuttavia, ancora non capisco la tua ossessione per quella stanza.
Ti ho lasciato un collage. L’ultimo, se ti ostini a non volermi incontrare.
L’autostrada. Di notte ha un sapore particolare, col poco traffico, la poca luce e la musica in stereo. Lampioni sparuti, sfocati. Sulla destra, la sagoma di un elettrodotto che svetta tra i cespugli.
L’immenso Albergo dei Poveri, a piazza Carlo III. Lì siamo esposti, nervosi al passaggio delle pantere.
Infine, la discesa di via Jannelli, dal Rione Alto. Una strada racchiusa tra le frasche, trafficata e pericolosa per i pedoni. Ma a quell’ora è tutta un’altra storia.
Correre liberamente sull’asfalto, la corsia tutta per noi; le suole degli stivali che echeggiano nella notte, prendendo velocità fino a non potersi più fermare. Il sapore delle urla, che tanto non c’è un’anima; avere la città solo per sé. Come vorrei avere te…
Abele
 
— Sei entrato. Ora so che di te non posso fidarmi.
Presto ci separeremo. Non cercarmi, non tornare più qui.
Tanto vale dirti tutto: ti ho lasciato la mia ultima fotografia. Mi dispiace aver mentito, averti tratto in inganno e poi lasciato, ma volevo quello che volevi tu. Senza comprometterci.
Ciao Abele. Continuerò a pensarti finché non avrò la mente di nuovo libera. E le notti sgombre.
Andrea
 
— Non posso crederci. Silvia? Come hai potuto ingannarmi così? Come hai fatto?
Sono senza parole. Sei tu, è lei, nella foto, e i capelli corrispondono a quelli che intravidi nel buio.
Ti prego, dammi un’altra possibilità. Ti lascerò in pace, promesso, ci siamo anche tolti il sassolino dalla scarpa. Ma se avessi saputo che eri tu… maledizione, sarebbe stato magico. Indimenticabile.
Non entrerò mai più di sotto, te lo giuro. Voglio solo conoscerti ancora, Andrea, dedicarti qualche pagina. E in futuro… si può sempre sperare nel futuro.
Vorrei dedicarti io un pezzo, questa volta. L’ho scoperto grazie a te; è il genere che ascolti tu.
 
When she talks,
she talks like me.
Whatever she does,
she does just like me…
 
Abele
 
She’s electric
Overprotected
She’s electric
Try to protect her…
 
È bellissima ed è una delle mie canzoni preferite. Nessuno me l’aveva mai dedicata.
Non hai idea di quanto stia sorridendo, adesso. Di quanto calore stia provando. Mi sento come se stessi cuocendo in un calderone. Hai presente Bugs Bunny?
Sai com’è… nemmeno io posso rinunciare a te.
In futuro… sì, in futuro… voglio continuare a sognarti, Abele. A stendermi sul letto e a guardare il soffitto, a cercare di ghermirlo con la mano. Me e te in situazioni surreali, in istantanee che mi passano innanzi agli occhi. La pellicola del nostro film. Del nostro dramma, o della nostra commedia romantica. Qualcosa come Se mi lasci ti cancello andrebbe bene: bittersweet, come diresti tu. Americio, Ossigeno e Renio, come direi io.
Presto sentirai di nuovo la mia voce e me lo sentirai proferire di persona. Da queste labbra che hai baciato. Di Lilly Gruber…
Andrea

2.

 

 

Le 3 di notte. Abele si alza.
Si trascina in corridoio, le gambe intorpidite; barcolla da una parete all’altra. Il sapore amaro del sonno persiste sul palato.
Andrea “continuerà a sognarlo”, ma a lui non basta. È stanco delle menzogne, dei travisamenti, dell’attesa.
Bussa alla porta. Bussa con insistenza. Come pensava: non c’è neanche stanotte. Ammesso che ci sia mai stata.
Entra e accende la luce.
La cameretta è come la ricorda: i libri di Chimica abbandonati sulle mensole con la stessa patina di polvere; i peluche seduti sul bordo del materasso. E quel letto! Mai un cambio di lenzuola, mai una piega sul cuscino. Imbalsamato, fuori dal tempo.
Abele si avvicina al portatile. Aloni di grasso sul mouse. Solleva il monitor, preme il pulsante di accensione. Caricamento. Era in stand-by. Squame di pelle sui tasti lucidi. Password richiesta.
Lui inserisce la pennetta USB. Un beep di conferma. Il software dovrebbe craccare la password in pochi minuti, a detta di Paolo. È lui il mago dei computer.
Veloce! Se Andrea tornasse in quel momento, Dio sa cosa farebbe. Se non altro, però, loro due si incontrerebbero…
Benvenuta, Andrea.
È dentro. Le braccia gli formicolano. Clicca sull’icona di un programma aperto nella barra delle applicazioni. Il cuore inerte si ridesta, lo martella.
Riprese in bianco e nero. Lo streaming di una webcam. Modalità notturna. Un letto sfatto, un armadio aperto; all’interno, un fascio di pali in un secchio ricolmo di setole.
«Ma cosa…».
Abele si precipita nella sua stanza. Approccia i cubi straripanti libri, si accuccia ad altezza letto. Scorre i volumi di impaginazione e desktop publishing. Un riflesso inusuale su un dorso. Book Cover Design 101. Proprio lì, proprio nello zero.
Abele prende il libro, lo sfoglia. Non l’ha mai visto prima. Strappa la copertina; la carta rivela una lente in una placca nera.
Figlia di puttana! È così che mi evita!
Si precipita al Pc. Si blocca. E se fosse meglio non sapere? Forse è una ragazza strana, sì, ma buona nel profondo. Come potrebbe non esserlo?
Un sorriso amaro gli affiora d’istinto. Non si può tornare indietro. Andrea si sarebbe accorta del suo accesso, in un modo o nell’altro.
Clicca sulla linguetta nel programma di streaming. Cam 2. Il video mostra la cantina, e i cumuli di scarti.
Perché?
Corre a prendere una scopa di legno dall’armadio; una delle poche a non spaccarsi su una testa, sebbene quelle di alluminio siano più maneggevoli.
Svita la mazza dalla setola, accende la lampadina in corridoio e si avvia per le scale del seminterrato. La luce lambisce i gradini e si esaurisce nelle tenebre.
Lui imbraccia l’asta, tasta la parete in cerca dell’interruttore. Eco dei suoi stessi passi. Solo mattoni sporgenti.
Le pile di rifiuti si distinguono nel buio. Puzza di chiuso e di vecchiume.
Abele avanza un passo alla volta. Si spinge tra i mucchi. Ciabatte, vestiti, giornali, mobilio, scatolame. Il silenzio e il vuoto gli danno le vertigini. Un fruscio.
Lui si arresta, carica il braccio. Mira alla sagoma. «Chi sei? Cosa vuoi?».
Adrenalina. Solo un’alta ossatura metallica; spranghe come gli arti affilati di un mostro.
Le membra si rilassano. Abele tira dritto fino a un muro. Lo tasta con mano: indumenti ammassati. E così tanti…
Fa un respiro profondo. Butta giù tutto con uno spintone. I tonfi spezzano la quiete; Abele scatta in avanti e incespica nei maglioni.
Un’altra scalinata. La percorre in punta di piedi, reggendosi ai mattoni. Un alone di luce pulsa in lontananza.
Abele entra in una sala illuminata dai faretti. Un megaschermo si erge sul fondo, con un tavolo e una sedia al suo cospetto. Lui si avvicina, guardingo.
Dalla spalliera pende una parrucca. Castana, lunga, mossa, di ottima fattura. Quei capelli…
Qualcosa in lui s’infrange. Andrea non è come dice di essere. Non è come se la immaginava.
Cam 1, Cam 2, Cam 3, Cam 4, Cam 5… riprese a incastro sullo schermo. A quelle conosciute se ne aggiungono di nuove: una nella camera di lei, una in corridoio. Una in bagno. Inquadra il soffitto, dal basso, racchiusa da pareti di ceramica.
È nella gabbietta del cesso.
Nausea fulminante. Abele pensa a sé stesso che siede, che si alza. Che si trastulla. La scatola di fazzoletti sul tavolo acquisisce un’aura inquietante. Il reflusso gli brucia il petto.
E la puzza! Da dove proviene?
Abele segue la scia di tanfo; si reca a destra del megaschermo. Trova una cassa distesa, simile a quei banchi frigo per gelati. Fa scivolare il pannello di apertura.
Un conato, una scarica di vomito; i fiotti si abbattono sulla testa carnosa di Silvia. Le hanno fatto lo scalpo. Lividi tempestano il corpo pallido. Lui scuote la testa, lotta per riprendere il respiro.
«Abele».
Terrore. Stritola la mazza di scopa, si volta di scatto.
«Che ti avevo detto, Abele? Era una convivenza perfetta. Ma tu dovevi rovinare tutto». Un tizio a torso nudo, tarchiato e peloso, avanza verso di lui. I faretti illuminano la testa calva. «Ora ti scanno come un maiale».
Paolo.
L’uomo sfoggia un sorriso sinistro, a trentadue denti. Rotti, marci di fumo e caffè. Gli occhi umidi sotto le lenti. «Non amavi sognarmi? Io sì». Accorcia la distanza. «Amavo toccarmi quando ti guardavo. Era destino che ci incontrassimo».
Abele scoppia a piangere come un agnellino. Nulla sarebbe stato più lo stesso. Solleva il bastone, tremante. «Non fare un altro passo», balbetta a voce rotta, «Fottuto malato!», urla. «Perché l’hai fatto? Perché… perché non sei Andrea?».
Andrea. Notti di baci sognate a occhi aperti. Andrea… Andrea… quella simpatia, quella scaltrezza. La ragazza ideale. La ragazza elettrica.
«… Andrea!», strilla. «Andrea!».
Paolo infila una mano nella tasca dei jeans. Stringe un riflesso metallico. Prende la parrucca dalla sedia e la indossa. «Sono qui, Abele», recita con tono dolce, con quelle labbra piene. «Sono sempre io. Sai com’è, volevo vederti».
Accende lo stereo sul tavolo. La sua pelle ruvida e butterata si fa morbida, liscia. Il nasino alla francese, gli occhioni cerulei, il corpo slanciato e appena formoso. La melodia illanguidisce lo sguardo.
Splendida.
Irrompe il refrain.
 
Sotto circostanze innaturali, dimentico i tuoi vani pretesti.
Mai se vuoi ricreare il mare, un altro cielo per me, ho te.
Perciò stringimi, sai che non era previsto.
Stringimi forte, mi avrai.
Stringimi ora, per…
 
«Ti amo, Abele».
«Ti amo, Andrea».
Asfalto, selciato, manifesti sparpagliati.
Uno sparo.

 
 
 
 
 
 

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *

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