La «superiore razionalità dell’altruismo»

Anche questo Natale è passato e, con esso, le solite polemiche. Qual è il vero significato del Natale? Di certo non l’aspetto consumistico, di cui il 25 dicembre viene qualunquisticamente tacciato, né quello “godereccio” fatto d’ozio, cene e così via.

No. Cristianamente parlando, il senso del Natale è… l’amore! Come di ogni festa, evento e rito, del resto. Più precisamente, l’altruismo, ovvero (secondo il dizionario) la «viva inclinazione o amore verso il prossimo, che si traduce in un’attiva partecipazione alla risoluzione di problemi, difficoltà, necessità altrui».

Ma chi è questo “prossimo” di cui parlano tanto i laici e i cristiani? E perché tale pratica gode di un primato morale presso l’opinione pubblica?

È presto detto: l’altruismo è la celebrazione dell’altro da sé. Julios Evola, in Ricognizioni: uomini e problemi, lo definisce «L’amore pel lontano». L’altruismo è l’atto creatore e caritatevole che antepone il bene altrui alla tirannia dell’io. Uno slancio disinteressato e, come tale, a modo suo “eroico”.

Ma sarà proprio così? Del resto, Marx affermava che «Il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo degli altri». Ciò, tuttavia, pregiudica la presunta superiorità morale che attiene all’altruismo: o l’atto è disinteressato o non è altruistico.

Se ci fosse un legame, una reciprocità reale tra noi e il prossimo, l’atto cesserebbe di essere altruistico in virtù di un ritorno. E non parlo necessariamente di un guadagno materiale, si badi, ma della percezione di un guadagno, che si tratti di coscienza, relazioni personali, ideologia e collettività. L’io, insomma, rientrerebbe nel calcolo. Si potrebbe parlare, a questo punto, del margine di convenienza, come per qualsiasi prosaico scambio.

Lo stesso filosofo marxista spagnolo, Carlos Parìs, nel tentativo di dimostrare la «superiore razionalità dell’altruismo» definisce quest’ultimo come «il rafforzamento mutuo tra l’io e l’altro, in una sinergia in cui entrambi si potenziano». E ancora, l’apertura «verso una meta che è universalmente fonte di realizzazione dell’umano».

Carlos Parìs filosofo marxista

Carlos Parìs

In altre parole, l’altruismo ha una funzione sociale chiara. Una sua utilità, tanto per chi ne è oggetto quanto per chi lo mette in pratica.

Certo, anche gli slanci realmente eroici (come il sacrificio personale) impattano positivamente le società e gli individui. Anzi, esercitano una renovatio, ma questa è un’altra storia. Occorre evitare di confondere causa ed effetto: l’atto altruistico potrebbe causare all’altruista un forte riscontro in termini di immagine, per esempio, nonostante egli non covasse quel fine dietro le sue azioni.

Per detenere se un atto sia o meno realmente altruistico, dunque, non restano che i processi alle intenzioni.

Nietzsche ha le idee chiare in merito. Per il filosofo tedesco ogni azione altruistica ha, in realtà, un movente egoistico. Ancora, non necessariamente di natura materiale. Cose come il senso di colpa, l’appagamento personale e l’auto-compiacimento sono sufficienti a spingere verso il cosiddetto atto disinteressato, che disinteressato non è.

Siamo di fronte, in altri termini, non a un de-potenziamento dell’io, ma a una tracotanza dell’io. Una perversione narcisistica, una mania squisitamente individualistica.

Il presunto «primato morale» di cui parlavamo, quindi, si ridurrebbe a un semplice bisogno egoistico. Ciò si accorda alle parole del sopracitato Carlos Parìs, che celebra l’altruismo in virtù non dell’atto in sé, ma dei suoi effetti benefici.

Friedrich Wilhelm Nietzsche contro l'altruismo

Friedrich Wilhelm Nietzsche

Non è chiaro, allora, perché l’azione altruistica goda di tanta stima presso l’opinione pubblica. Ebbene, anche in questo caso Nietzsche offre una spiegazione convincente, di natura storica e sociale.

Nella Genealogia della Morale, il filosofo tedesco afferma a chiare lettere che il concetto morale di «buono» imperante nelle società occidentali non sia archetipico, a differenza di ciò che affermano i genealogisti della morale, ma che sia invece il prodotto di un cambio di forze. La moralità vigente è dettata dai potenti sui deboli ed è funzionale al dominio di una classe su un’altra. Alla sostituzione di un gruppo di potere corrisponde un nuovo sistema valoriale.

«Il “pathos” dell’aristocrazia e della distanza, come ho detto, il duraturo e dominante sentimento totale e basilare di una specie superiore e dominante nei confronti di una specie inferiore, di un «sotto», “questa” è l’origine dell’opposizione tra «buono» e «cattivo» (Il diritto signorile di imporre nomi, risale così indietro nel tempo, che si sarebbe autorizzati a ritenere l’origine della lingua stessa come espressione di potenza di chi era al potere: essi dicono «questo “è” questo e questo» e con un suono impongono il loro sigillo a cose e avvenimenti e, così facendo, se ne impossessano.) Si deve a questa origine il fatto che il termine «buono» non si ricollega di necessità, sin dagli inizi, ad azioni «non egoistiche», come crede la superstizione di questi genealogisti della morale. È vero invece che solo con la “decadenza” dei giudizi di valore aristocratici si impone sempre di più alla coscienza umana tutta questa opposizione tra «egoistico» e «non egoistico» – si tratta, per usare la mia lingua, “dell’istinto gregario”, che con essa acquista infine parola (o anche “parole”). E anche a questo punto ci vorrà ancora molto tempo perché questo istinto acquisti tanta forza che l’apprezzamento morale dei valori si fissi, si ancori proprio a questa opposizione (come è, ad esempio, il caso dell’Europa odierna: oggi il pregiudizio secondo cui «morale», «non egoistico», «”desinteressé”» sarebbero concetti equivalenti, domina già con la violenza di un’idea fissa e di una malattia mentale».

E ancora, sull’utilità dell’altruismo:

«(…) In secondo luogo poi, prescindendo completamente dalla insostenibilità storica di quella ipotesi sull’origine del giudizio di valore «buono», essa soffre, in se stessa, di una contraddizione di ordine psicologico. L’utilità dell’azione non egoistica deve essere l’origine della sua lode, e questa origine deve essere stata “dimenticata”, – ma come è mai “possibile” questo oblio? Forse che l’utilità di tali azioni ha cessato un bel giorno di essere tale? È invece vero il contrario: questa utilità è stata piuttosto, in ogni epoca, esperienza quotidiana, qualcosa, cioè, che continuamente veniva sempre e di nuovo sottolineata; di conseguenza, invece di scomparire dalla coscienza, di diventare obliabile, essa vi si impresse con sempre maggiore chiarezza. – Quanto più razionale è invece la teoria opposta (che non per questo è più vera -) sostenuta per esempio da Herbert Spencer, che riconosce come sostanzialmente analoghi il concetto di «buono» e quello di «utile» e «funzionale», così che nei giudizi di «buono» e «cattivo» l’umanità avrebbe sommato e confermato proprio le sue esperienze “inobliate” e “inobliabili” su quello che è utile e funzionale, dannoso e non funzionale. Secondo questa teoria, è buono ciò che da sempre si è dimostrato utile, con ciò esso può farsi valere come «valido al massimo grado» e «valido in sé». Come ho già detto, anche questa via di spiegazione è falsa, ma la spiegazione è, per lo meno, in se stessa razionale e psicologicamente fondata».

Vi ricorda qualcosa? Se, un tempo, l’aristocrazia dominava la società e imprimeva la propria morale sul popolo, chi sono oggi i potenti che detengono le redini dell’opinione pubblica? E chi trae vantaggio da questo incanalamento delle masse?

Una domanda: chi ci guadagna e cosa ci guadagna l’individuo, la classe, l’ordine, il corpo sociale o extra-sociale che impone il primato morale dell’altruismo sui “plebei” di oggi? Non sto parlando di rettiliani e amenità simili, ma di stringente attualità.

Vorrei timidamente ricordare, e qui apro un breve inciso, che sull’altruismo di massa sono sorte vere e proprie multinazionali, società dagli incassi astronomici. Le Organizzazioni non Governative (ONG), ad esempio, vantano numeri da capogiro. Prendiamo l’Unicef, per dirne una; solo nel 2016, l’ONG costola delle Nazioni Unite ha incassato 60 milioni di euro, e ciò attraverso lasciti, donazioni di privati, finanziamenti da parte di banche, assicurazioni, società e perfino enti come la Polizia di Stato.

Slave The Children stipendi

i lauti stipendi di Save The Children in UK

Perché tutto questo? Ovvio, semplice: sono «buoni», fanno del bene. Eppure, risale a pochi giorni fa il tweet dell’account Unicef in cui l’ONG bollava come «#Idiot & #Fascist» gli utenti che fossero contro lo Ius Soli, per la cui approvazione l’ONG si è per altro battuta strenuamente. «Buoni», insomma, con precisi connotati e precise intenzioni, come le tante “associazioni benefiche” salite alla ribalta della cronaca a causa dei contatti con gli scafisti e del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, dal dossier Frontex alle inchieste dei nostri PM.

Unicef tweet Ius Soli

Non dico che sia sbagliato agire secondo la propria agenda politica, ma che non si spacci per generosità disinteressata, almeno, come per la Chiesa e i suoi emissari (la Caritas, per dirne una), le cooperative eccetera che gestiscono il fenomeno immigratorio in Italia e ne raccolgono frutti di platino. I benefattori non esistono.

A tal proposito, basti pensare alle grandi aziende e alle donazioni benefiche versate dalle stesse. Tutti, dai colossi come Amazon e Microsoft alle società più modeste, effettuano corpose donazioni. Vi siete mai chiesti il perché di questa filantropia aziendale?

Le aziende hanno scoperto che la filantropia può essere uno strumento assai efficace per intervenire sulle questioni che incidono sui loro affari. Ciò ha portato a un crescendo di partnership stabilite tra le società e le ONG (o gli enti benefici in generale). Da qui la massima: «Fare del bene fa bene al business».

Tornando a noi, l’altruismo sarebbe quella che Nietzsche chiama «cattiva coscienza», inquadrata in un sistema di umiliazione dell’io in atto nella società. Qui, però, il filosofo sembrerebbe contraddirsi: o il «buono» è massima espressione dell’io individuale, per quanto deviata dalle norme morali vigenti, o ne è l’umiliazione.

In realtà, la «cattiva coscienza» di cui parla Nietzsche è una vera e propria tendenza all’autodistruzione dell’individuo contro l’individuo. O, ancora meglio, contro la sublimazione simbolica dell’individuo: la collettività.

Qui ci ricolleghiamo all’essenza stessa del concetto di altruismo: per essere davvero altro (scevro da legami e reciprocità), l’oggetto dell’atto altruistico non può essere il prossimo di cui si parla, ma il distante, ovvero la persona estranea alla propria comunità. È a questo punto che l’atto altruistico si tramuta in un vero e proprio delirio dell’io, che tenta a ogni costo di affermare la propria «bontà» (ovvero di auto-affermarsi e cessando, per altro, di sortire qualsiasi utilità reale).

«Guardatevi dall’altruismo. Si basa sull’autoinganno, la radice di tutti i mali».
Robert A. Heinlein

Da Così parlò Zarathustra:

«Voi creatori, uomini superiori. Si è gravidi solo per il proprio figlio. Non lasciatevi menare per il naso, non lasciatevi convincere. Chi è mai il vostro prossimo? E se anche agite ‘per il prossimo’, – pure non create nulla per lui.

Disimparatemi questo ‘per’, creatori: proprio la vostra virtù vuole che voi non facciate alcuna cosa con ‘per’ e ‘a causa’ e ‘perché’. Tappatevi l’orecchio a queste false parolette. ‘Per il prossimo’ è solo la virtù della piccola gente: in mezzo ad essa si dice ‘uguale e uguale’ e ‘una mano lava l’altra’: – essi non hanno né il diritto né la forza al vostro egoismo.

Nel vostro egoismo, o creatori, è la previdenza e la provvidenza della donna gravida. Ciò che mai alcuno vide con gli occhi, il frutto – e ciò che il vostro amore intero protegge, e tiene di conto e nutre.

Là dove è tutto il vostro amore, presso il vostro figlio, là è anche la vostra intera virtù. La vostra opera, la vostra volontà è il vostro prossimo: non lasciatevi indurre a riconoscere falsi valori».

Il lettore attento e sagace mi potrà rispondere che non si fanno i processi alle intenzioni. Che l’importante sono i risultati. Sono d’accordo: la moralità di un gesto si dovrebbe valutare in base agli effetti che sortisce il medesimo. Ammettiamo, dunque, che altruismo significhi fare del bene a un’altra persona, indipendentemente dalle motivazioni.

A questo punto, però, dobbiamo parlare di efficienza. L’atto altruistico produce risultati apprezzabili? E se sì, potrebbero esserci alternative più fruttuose alla realizzazione del benessere degli individui?

Quando Nietzsche scrive «E se anche agite ‘per il prossimo’, pure non create nulla per lui», egli afferma un’altra grande e tragica verità dell’azione altruistica.

Ricordate gli SMS per il terremoto di Amatrice? Ebbene, le donazioni ammontano a 32 milioni di euro e, come affermato dal sindaco della città, «Non un euro donato dagli Italiani è finito ad Amatrice». Poi, ricordate gli SMS per il terremoto dell’Emilia? Furono raccolti 15 milioni di euro attraverso i messaggi e i soldi restarono bloccati a lungo, con tanto di scandalo. In seguito, finirono in pasto alla Regione che finanziò vari progetti di ricostruzione di opere pubbliche, alla faccia degli emiliani che ancora vivono nei container. E ancora, ricordate gli SMS per il terremoto dell’Aquila? Anche lì, 5 milioni raccolti e mai arrivati ai terremotati.

Perché? È presto detto: donare via SMS è facile, veloce e… inutile. È una valvola di sfogo creata per l’Italiano medio, al quale basta sacrificare un minuto per sentirsi soddisfatto di sé stesso e dimenticare il resto. Che importa dove vanno a finire i soldi? Che importa che li usino dopo anni per far partire progetti (lucrativi) dalla dubbia utilità, mentre gli sfollati crepano di freddo? Basta inviare l’SMS, allungare una moneta all’accattone, donare qualcosa all’associazione di turno e sentirsi, per una volta, umani.

La carità è la principale espressione dell’azione altruistica e i suoi effetti sono sotto gli occhi di tutti. L’accattone continuerà a bivaccare fuori alla chiesa o al bar grazie ai soldi raccattati al mattino, che poi si giocherà prontamente alle slot (lo fa una buona percentuale). D’altronde, che ci fai col cash? Un cornetto e una giocata!

I soldi gettati a pioggia sugli stati africani negli anni (parliamo di più di mille miliardi di dollari) non hanno fatto altro che causare maggiore corruzione e favorire l’emigrazione, poiché hanno generato l’illusione della El Dorado occidentale. Ancora la doppiezza morale dell’azione altruistica: il fenomeno migratorio distrugge l’Africa, che si svuota della sua forza lavoro e sprofonda nell’abbandono, mentre arricchisce i padroni occidentali.

Poverty, Inc. Il film documentario che smaschera l'industria della beneficenza

Bisognerebbe andare in quei paesi a creare infrastrutture, ma… cosa ci guadagneremmo? Meglio fare la carità, pagando pure qualche ricatto e qualche amico nel frattempo.

Un saggio proverbio cinese afferma: «Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita». Ma se lo nutri per un giorno, tornerà il giorno dopo. E il giorno dopo ancora. Alla tua mercé, per sempre. Diversamente, cosa ci guadagneresti?

Ciò, del resto, funziona secondo logica. Come ho spiegato prima, l’altruismo è dettato da un capriccio dell’io nei confronti di sé stesso, perciò si esaurisce nel momento in cui l’atto altruistico viene perpetrato. L’altro è un semplice pretesto e finisce paradossalmente per pagare le spese della farsa.

Il potere del Nostrismo

Carlos Parìs, nella sua battaglia nel nome dell’altruismo, affronta anche il tema dell’egoismo e lo fa in modo interessante. Oltre all’egoismo individuale e a tutti i suoi evidenti limiti, Parìs parla di un egoismo collettivo che definisce nostrilatria o nostrismo, che si articola in «norma pubblica d’azione». Per Parìs si tratterebbe di un esclusivismo e, come tale, di un atteggiamento di chiusura verso l’esterno, di autoreferenzialità, il cui esito non può che essere l’odio, la violenza, l’intolleranza e il genocidio (tanto per cambiare).

Invero, il termine nostrismo fu coniato dal nazista Walther Pembaur e si basa sull’esaltazione dell’unità collettiva da parte di colui che vi partecipa (e, pertanto, anche sull’esaltazione di sé stessi). La propria nazione, il proprio credo religioso o movimento politico… perfino il proprio quartiere può fungere da vessillo del nostrismo, ma con un distinguo. L’entità di cui parliamo deve essere partecipata, cioè comunità di destino.

Un esempio della suddetta entità lo si potrebbe riscontare nelle trincee della Grande Guerra: lì i soldati vivevano insieme, condividevano ansie, sofferenze e gioie. L’unità d’intenti della vittoria sulle forze nemiche univa gli uomini come un filo rosso del destino: la morte di uno pregiudicava la sopravvivenza degli altri. Si lottava spalla a spalla, per sé e per il camerata accanto a sé, come per l’intero esercito.

La comunità di destino è forgiata, in altre parole, col sangue del sacrificio e col sudore quotidiano, ed è foriera di diritti e di doveri.

Perché tutto questo? Perché in caso contrario non si articolerebbe in «norma pubblica d’azione». «Non basta essere convinti della bellezza di un’Idea e della giustezza della sua causa se in essa non ci si compenetra al punto che questa convinzione diventi forza agente per la realizzazione di tali principi», affermò Niccolò Giani. In altri termini, l’altruismo differisce dal nostrismo nei termini in cui l’idea differisce dall’idea-forza. La prima è passiva e astratta, la seconda è vissuta, dinamica, permeante.

Share my women; share my wine
Share my soul; burn the Sun
This is all, just for Rome...

A tal proposito, José Ortega y Gasset scriveva in L’Uomo e la gente:

«Tuttavia, perché ci sia con-vivenza, è indispensabile uscire da quella generica situazione di apertura all’altro: quella situazione che abbiamo chiamato altruismo fondamentale dell’uomo. Essere aperto all’altro è qualcosa di passivo. È necessario invece che, basandosi su una certa apertura, io agisca su l’altro ed egli mi risponda o mi reciprochi. (…) La parola “vivimos” nel suo mos esprime molto bene questa nuova realtà che è la relazione “noi”: unus et alter. Io e l’altro facciamo insieme qualcosa e, nel farlo, noi ci siamo. Ho chiamato altruismo l’essere aperti all’altro. Chiamerò ora nostrismo o nostridad il fatto che noi ci siamo reciprocamente. È questa la prima forma di relazione concreta con l’altro. Si tratta pertanto della prima realtà sociale (…)»

Julius Evola, al contrario, disprezza il concetto di nostrismo. Da Ricognizioni: uomini e problemi:

«Nel campo delle reazioni interiori e di quella che, con un neologismo, è stata chiamata l’etologia, si possono distinguere due forme fondamentali, contrassegnabili rispettivamente con le formule «amore pel vicino» e «amore pel lontano» (il quale è la nietzschiana Liebe der Ferne). Nell’un caso si è attratti da ciò che ci è vicino, nel secondo da ciò che ci è lontano. Il primo ha attinenza con la «democrazia» nel suo senso più ampio e soprattutto esistenziale; il secondo ha relazione con un più alto tipo umano, reperibile prevalentemente nel mondo della Tradizione.

Nel primo caso, affinché una persona, un capo, sia seguito occorre che lo si senta come «uno di noi ». Così qualcuno a tale riguardo ha coniato una felice formula, il «nostrismo ». Le relazioni di esso con la «popolarità », con l’« andare verso il popolo» o «fra il popolo », come pure, dall’altra parte, con l’insofferenza per ogni differenza qualitativa, sono evidenti. Recenti aspetti di tale orientamento sono noti a tutti; vi si può includere anche l’insipido circolare e «viaggiare» degli stessi Pontefici, laddove normale sarebbe invece il curare una quasi-inaccessibilità, quella stessa per cui certi sovrani apparvero al popolo come «altezze solitarie». È da sottolineare, qui, il pathos della situazione, perché può esservi una vicinanza fisica la quale non esclude ma mantiene la distanza interiore.

Si sa della parte rilevante che il «nostrismo» ha avuto anche nei regimi totalitari di ieri e di oggi. Sono patetiche le scene, che non si è mancato di ritrarre e diffondere, di dittatori che si compiacciono di figurare fra «il popolo». Se la base del potere è più o meno demagogica, ciò, del resto, è quasi una necessità. Il «Grande Compagno» (Stalin) non ha cessato di essere il compagno. Tutto questo corrisponde ad un preciso clima collettivo. Già più di un secolo e mezzo fa Donoso Cortés, filosofo e uomo di Stato spagnolo, ebbe a scrivere, con amarezza, che non vi sono sovrani i quali intendano veramente presentarsi come tali; se lo facessero, forse quasi nessuno li seguirebbe. Così sembra imporsi una specie di prostituzione, messa in risalto dal Weininger nel mondo della politica. Non è azzardato affermare che se oggi vi fossero dei capi in un autentico senso aristocratico, essi spesso sarebbero costretti a celare la loro natura e a presentarsi in veste di agitatori democratici di masse se intendono esercitare una influenza. L’unico settore che in parte è restato ancora immune da tale contaminazione è quello dell’esercito, anche se non è facile ritrovarvi sempre lo stile severo e impersonale che caratterizzò ad esempio il prussianesimo».

Evola non ha tutti i torti, ma il suo punto di vista è, come sempre, poco attinente alla realtà. Come egli stesso riconosce, infatti, si tratta di una “quasi necessità”, ovvero di una necessità nel mondo in cui viviamo. Non esiste più l’aristocrazia di sangue, né i sovrani per diritto divino; e se anche fosse, questi ultimi sarebbero marionette nelle mani di uomini più capaci. Il vantaggio del nostrismo politico, da questo punto di vista, sta nel fatto che i leader nascono dal basso e si affermano per mezzo delle loro capacità, non perché eredi di una certa tradizione politica, sociale e quant’altro.

Julius Evola

Julius Evola

In un movimento o una società partecipativa e organica in cui l’idea-forza si fa «norma pubblica d’azione», per citare ancora Carlos Parìs, il valore dell’individuo è corrispettivo della partecipazione di quest’ultimo nell’idea-forza in questione. In altre parole, non contano i soldi, l’influenza, la moralità e amenità simili, se non in una misura relativa al benessere dell’entità di specie. Conta ciò che l’individuo fa di «buono» non in senso assoluto o altruistico, ma di utile per la sua unità collettiva. Perché? Perché è quello il valore morale di riferimento. Non una effimera, ipocrita, puritana “bontà d’animo” al servizio dell’io.

Si tratta della concretizzazione del motto Dannunziano, «Io ho quel che ho donato».

Ciò contraddice Evola quando egli afferma che il nostrismo sarebbe «insofferente a ogni differenza qualitativa». Al contrario, il nostrismo provocherebbe l’ascesa di una nuova aristocrazia, proprio come dalla Grande Guerra sorse la «trincerocrazia» degli ex-combattenti. Del resto, le stirpi gloriose dell’antichità forgiarono il dominio attraverso il merito presso gli Imperi e le Potenze. Le dinastie si affermarono prima del sangue e non il contrario. Poi, le stirpi decaddero col tempo, com’è naturale che sia qualora non si rinnovino regolarmente.

Evola cita l’esercito e, anche lì, l’ordinamento tradizionale genera problemi a noi noti. Quante battaglie sono state perse a causa dell’assoluta incapacità dei vertici militari? Spesso, ciò è dovuto alla siderale distanza che intercorre tra coloro i quali prendono le decisioni e i campi di battaglia. Quelli del soldato di leva e degli ufficiali sono due mondi agli antipodi: il primo vive la realtà del campo di battaglia, il secondo ascende alle gerarchie e al bel mondo attraverso diplomazia e sotterfugi politici.

Ma torniamo alla questione dirimente. Si parlava della «superiore razionalità dell’altruismo», nonché del suo primato morale (che poi, in certi casi, si trasforma in imperativo morale. I media ci insegnano che dobbiamo essere altruisti, se vogliamo fregiarci del titolo di esseri umani. Noi soldati, dico. Gli ufficiali si limitano solo a dare ordini, mai a metterli in pratica).

Eppure, guardiamo ai fatti. Il nostrismo impegna l’individuo all’utilità e all’efficienza. L’io non tenta di elevarsi a Dio personale e dispensatore di felicità, in una visione contortamente egocentrica e pertanto patologica, simile a quella dei malati di depressione cronica. Non delega la propria realizzazione all’altro, la cui figura ideologizzata (e non reale) assume le sembianze del messia e comporta l’avvizzimento sia dell’altruista che del suo feticcio umano.

Diversamente, nel nostrista la realizzazione dell’io coincide con quella della sua comunità di destino, in cui egli stesso è incluso. Non a caso, si dice spesso che curare l’ambiente sia importante perché noi ci viviamo. Quella dell’uomo e dell’ambiente è una simbiosi totale. Così è per l’unità collettiva alla quale apparteniamo e nella quale ci realizziamo in virtù di ciò che facciamo per essa.

Nostrismo

Il Giuramento degli Orazi, di Jacques-Louis David

Per George Herbert Mead, la totale appartenenza all’organo comunitario (fusione) si realizza quando si è creata una coincidenza tra il me (il sociale, «l’altro generalizzato») e l’io (l’individualità attiva). La misura nella quale il soggetto sa rispondere a sé stesso nel modo in cui la comunità risponde a lui stabilisce la misura dell’appartenenza a quella comunità.

L’io dell’individuo non viene cancellato, né s’impone come valore assoluto. Non ci sono contorsioni di sorta, solo un cambiamento di percezione. L’io si riconosce nell’idea-forza; del resto, è proprio in virtù di questa coincidenza che il principio si fa agente presso l’individuo.

Tuttavia, non esiste la soluzione perfetta. Il nostrismo, che sia personale o politico, ha delle pecche. Carlos Parìs parla di autoreferenzialità, ed è vero. Si tratta, tuttavia, di un problema individuale e non sistemico.

Il nostrismo potrebbe apparentemente portare all’auto-ghettizzazione, ma tale evenienza danneggerebbe l’unità collettiva stessa. Come potrebbe essa competere con altre, altrimenti? Il nostrismo provoca un’apertura non ideologica come quella altruistica e, per esempio, cattolica, ma nella misura dei vantaggi che tale apertura apporterebbe all’unità collettiva.

D’altro canto ci saranno individui che, non vedendo l’utilità di tale apertura, cadranno nell’auto-ghetizzazione e autoreferenzialità. Si tratterebbe, in tal caso, di una deviazione patologica della mentalità nostristica.

Ecco perché ritengo che «l’amore pel lontano» supposto da Evola sia importante. Questo può fungere da aspirazione e ispirazione altra, elevazione dell’io dell’individuo, purché sia inserito all’interno del partecipazionismo comunitario e dell’unità d’intenti nostrista. Diversamente, l’io potrebbe cambiare nuovamente percezione e arrivare a una potenziale fuoriuscita dalla comunità, se non a una passività sterile nei confronti della stessa.

L’altruismo in quanto apertura all’altro, inteso anche in senso religioso, ha una sua importanza, per quanto relativa e non assoluta.

Si può parlare ancora di Nostrismo, oggi?

Nonostante tutto, viviamo ancora in una società e in una nazione, ovvero nella comunità di destino per definizione. Un’unità collettiva che conserva ancora oggi, almeno formalmente, una parvenza di partecipazione, organicismo, unità d’intenti.

Per quanto possiamo odiarla, la nazione ci dà della terra di diritto su cui camminare (e, un tempo e altrove, magari una casa in cui vivere), delle scuole dove mandare i nostri figli, degli ospedali dove curarci, dei diritti che non abbiamo dovuto reclamare noi stessi col nostro sangue in battaglie fratricide, né che abbiamo dovuto proteggere in guerre sanguinosissime. Ci hanno già pensato i nostri avi.

Certo, oggi tutto questo sta scomparendo, ma la colpa è proprio di uno sradicamento. Una dissonanza: non ci riconosciamo più nella nazione e la nazione sta diventando un corpo estraneo. Abusivo. E questo ci spaventa, perché dobbiamo cavarcela da soli. Non abbiamo chi ci guarda le spalle, né lottiamo spalla a spalla.

Eppure, mai come oggi c’è un così forte bisogno di appartenenza, soprattutto da parte dei giovani. E appartenenza in senso viscerale, totale, partecipativo. Ecco perché spopolano le gang, le bande, i club di motociclisti, i tatuaggi, le crew, gli ultras, i gruppi militanti di destra e di sinistra, gli skinhead e tutti quei fenomeni sociali e quelle subculture urbane giovanili che urlano all’identità e all’aggregazione.

«Il mondo», affermava Dominique Venner «non si arrende a un sistema, ma a una volontà. Non cercare un sistema, cerca una volontà».

 

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *

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