Come alcuni di voi sapranno, sono stato impegnato al Salone del libro di Torino per il lancio del mio nuovo romanzo, Cuore di Tufo. Ciò mi ha dato l’opportunità di partecipare a un dibattito indetto dalla casa editrice Gainsworth Publishing e i suoi autori di punta: Mostri in ritardo. Perché in Italia l’Urban Fantasy non arriva?

Qui la descrizione dell’evento come riportata dalla casa editrice:

È la branca del genere fantastico più venduta sul mercato internazionale negli ultimi quindici anni. Macina numeri che superano di molto tutti i “cugini” più classici. Ha prodotto capolavori universalmente riconosciuti. Eppure in Italia tanto gli editori quanto il pubblico sanno a stento che cosa sia. Per quale motivo il nostro Paese sembra incapace di accettare l’Urban Fantasy? Proviamo a scoprirlo in un dialogo aperto con i più diretti interessati: i lettori.

 
I moderatori del dibattito, vestiti a tema per l’occasione, sono tra gli autori italiani più rappresentativi del genere. La stessa CE è una certezza per quanto riguarda il fantasy in Italia e mette grande cura nelle pubblicazioni. Forse la ricorderete per i suoi G-book, lanciati alcuni anni addietro proprio al Salone.

Scopo del dibattito era sensibilizzare il pubblico sui problemi editoriali che affliggono il nostro paese e comprendere perché, a differenza di altre realtà, l’urban fantasy non riesce a emergere e viene relegato alla nicchia per appassionati e… bambini. La mia sarà una breve disamina sugli interventi fatti durante la conferenza e sulla questione in generale. Secondo il mio punto di vista, ovviamente!

Un appunto: la sala era gremita di partecipanti e questi erano il doppio, secondo le parole di Tarenzi, rispetto alla conferenza dello scorso anno. Ciò a conferma della crescita degli autori e del genere tutto.

Il dibattito è iniziato con una concisa introduzione dell’urban fantasy, per quelli che vi si fossero appena approcciati o per quelli capitati “per caso”. In breve: l’urban fantasy è il fantasy ambientato nelle nostre città. Mostri, vampiri, magie che imperversano negli ambienti urbani delle nostre società. Non urbani in senso stretto, si badi: le storie possono svolgersi in campagna o in ambientazioni rurali. Né necessariamente ai giorni nostri, come nelle commistioni col fantasy storico.

Conferenza urban fantasy

La conferenza

La nascita dell’urban fantasy è oggetto di controversie. Si ritiene che, con tutta probabilità, esso sia nato e si sia diffuso a partire dagli anni ’80. Tuttavia, si riscontrano pubblicazioni precedenti con caratteristiche simili. Basti pensare a Il figlio della notte di Jack Williamson, del 1948. In ogni caso, trattasi di mosche bianche.

Esempi importanti di urban fantasy sono senz’altro American Gods di Neil Gaiman (da cui è stata tratta, di recente, una serie tv); Nessun Dove dello stesso autore; la saga di Percy Jackson di Rick Riordan; la serie di The Dresden Files di Jim Butcher, purtroppo ancora inedita in Italia. Perfino il mondo di Harry Potter è, in parte, classificabile come urban fantasy.

Questo è un genere dalle forti implicazioni, come sottolineato da Helena Cornell: i mostri, o gli elementi fantastici in generale, sono qui. Insieme a noi, dietro di noi. Ciò spezza la distanza tipica del fantasy classico tra il mondo reale e quello incantato, o tra mondo ordinario e mondo straordinario. Dacché impalpabile e, pertanto, rassicurante, l’ignoto entra brutalmente a far parte delle nostre vite. È anche un grande pregio dell’urban fantasy, poiché ci costringe non a trascurare la realtà ma a considerarla con una percezione differente.

Detto questo, si snocciolano i numeri. Nonostante l’urban sia diventato il sottogenere preponderante del fantasy anglofono, nonché una corrente letteraria oramai mainstream e dai forti incassi, in Italia esso resta nell’ombra. Pochissimi gli autori che vi si dedicano, pochissimi i romanzi pubblicati, pochissimi quelli tradotti.

E qui si aprono parentesi sulle prassi delle CE nostrane, che comprano i primi tre volumi di una saga e poi la stoppano; che comprano i diritti di certe opere solo ed esclusivamente per evitare che le pubblichino altri, lasciandole marcire in un cassetto; che si focalizzano sulle opere per bambini.

A questo punto, la discussione s’infiamma. Abbiamo parlato di scarsità di urban fantasy, qui nel Bel Paese. Ebbene, una grossa fetta di quello che viene spacciato come urban fantasy (già di per sé in sottonumero) non è tale. Si parla, invece, di paranormal romance. Trattasi di romance mascherato da fantasy, ovvero di storie d’amore in cui l’elemento fantastico funge da pretesto e non da premessa, o motore della vicenda.

Paranormal romance

Paranormal romance

Per intenderci, ci riferiamo a tutte quelle storie (e sono tante) che vanno tra le ragazzine infoiate. Storie alla Twilight, con vampirelli sexy e palestrati che si dannano e fanno impazzire qualche liceale. O storie di angioletti altrettanto fisicati che si riproducono con qualche umana. Tipicamente, il tutto ambientato a New York, Los Angeles, Londra o città similmente “esotiche” per un dodicenne. Nomi: Brad, Jessica, Jack… la roba con cui si torturano i neonati all’anagrafe, in paese, quando alla mamma piacciono le telenovelas.

Sono stato cattivo? Cattivo ma giusto, come gli autori presenti alla conferenza. Si notava il dente avvelenato, poiché il paranormal romance è una delle cause per cui l’urban fantasy di qualità non viene tradotto, pubblicato, né preso sul serio. È uno dei motivi per cui esso viene relegato allo status di “storie per bambini” o “falsa letteratura”, o ancora “narrativa non impegnata”.

Di qui in poi, il dibattito si è aperto ai partecipanti. Ci sono stati vari interventi, molti dei quali andavano nella stessa direzione: la richiesta interna quasi assente e veicolata dal paranormal romance; l’arretratezza culturale e lo snobismo letterario italiano; il ritardo su tutto ciò che avviene nel resto del mondo; l’abbondanza di tematiche “sbagliate” quali abusi, stupri, violenze e melodrammi simili, da cui le piccole lettrici sarebbero stranamente attratte; la smania di copiare ciò che viene da oltreoceano.

Questo è uno degli apporti più interessanti, a mio avviso. Come sottolineato da uno dei partecipanti, la nostra è una cultura millenaria alla quale non mancano gli spunti. Al contrario, sono gli autori esteri a pescare dalla nostra cultura, a partire dai miti classici fino al Medioevo. Non si capisce perché, quindi, dovremmo scrivere di vampirelli newyorchesi o aberrazioni globalizzate, invece di abbeverarci direttamente alla fonte. Un po’ come se copiassimo la chicken parmesan americana al posto della parmigiana di melanzane, o usassimo la boloney invece della mortadella.

L’intervento di una ragazza ha sottolineato come, in realtà, il sistema stesso non valorizzi ciò che è nostro. A partire dalla scuola, dove non ci si sofferma sull’enorme bagaglio folkloristico, antropo-culturale e distintivo della nostra identità. La ragazza ha giustamente evidenziato come le fiabe di Grimm e Perrault, per esempio, derivassero dall’opera del nostro Giambattista Basile, di cui a scuola non si fa menzione. Al contrario, gli insegnanti si sforzano per farci odiare la Divina Commedia e I Promessi Sposi.

Divina Commedia Go Nagai

«B-Beatrice?!», dalla Divina Commedia del grande Go Nagai

Tarenzi ha risposto di star scrivendo proprio una storia basata sulla Divina Commedia. A conferma che «Yes we can», ce la possiamo fare. Si può perfino scrivere un romanzo usando ciò che ci hanno insegnato a scuola. Tutto sta nel riprendere in mano la materia, da adulti, e avere il coraggio di appropriarsene. Di usufruirne.

A proposito dell’apporto di poc’anzi, vorrei aggiungere un paio di note personali. Tornando alla mancanza di una formazione che valorizzi il territorio, ci sarebbe tantissimo da dire. Dei popoli italici, per esempio, si parla pochissimo e male, quando le nostre differenze regionali risalgono proprio a quelle antiche distinzioni. Perché il nome “Abruzzo”, “Campania”, “Umbria”, “Sardegna” o “Puglia”? Perché “Marsica”, “Val Camonica”, “Tigullio” o “Sannio”? Perché può capitarti di camminare nel bosco sacro ad Angizia e di assistere alla festa dei serpari, o di percorrere i Decumani e gli stenopoi napoletani?

I richiami al mondo antico sono tutt’intorno a noi. In ogni strada, ogni edificio… perfino ogni nome. Ti chiami Sabino? Valentina? C’è un motivo. La storia la viviamo ancora: per questo motivo abbiamo la “fonte” in casa e, a differenza dei popoli che attingono senza toccare con mano, possiamo sfruttare tale retroterra per comporre vicende sentite. Ricchissime di dettagli. Inedite. E tutto ciò senza nemmeno scomodare i Romani e i successivi 2000 anni.

In altre parole, non siamo i discendenti delle culture che ci hanno preceduto. Ne siamo pienamente parte. Ergo… possiamo e dobbiamo utilizzare tutto ciò come fanno i Giapponesi. Avete presente? Le produzioni nipponiche si distinguono nel mondo proprio grazie alla popolarizzazione della storia, delle leggende e del folklore locali. Dagli onnipresenti Yōkai alla riproposizione di personaggi storici, eventi, riti, credenze…

Il Sentiero di legno ed i sangue, di Luca Tarenzi

Il Sentiero di legno e di sangue, di Luca Tarenzi. Il Pinocchio di Collodi in chiave urban fantasy e new weird. Ecco cosa significa fare le cose “a modo nostro”.
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Ma torniamo a noi. Sono intervenuto anch’io in merito al problema urban fantasy.

Nella prima parte dell’intervento ho brevemente spiegato come, a mio avviso, le grandi CE nostrane si limitino a sfruttare la corrente per fare soldi facili e sicuri, invece di investire per lanciare qualcosa di nuovo. Non è un caso, del resto, che le traduzioni di autori stranieri subissino il numero di emergenti italiani; né che vengano pubblicati libracci di VIP e youtuber per fare cassa subito e senza guardare al lungo termine.

Parlando di fantasy, il paragone con Tolkien riesce facile. La popolarità de Il Signore degli Anelli ha aperto gli argini al genere anche a casa nostra, sebbene in misura ridotta rispetto ad altri paesi. La richiesta interna è aumentata, sono aumentate le pubblicazioni e millemila cloni continuano a cicciare fuori ancora oggi. Lo stesso si può dire di Harry Potter, forse la saga più venduta della storia e dal fandom più corposo di sempre (i Potterhead).

Insomma ho teorizzato che, per le CE nostrane, l’unico motivo per investire sull’urban fantasy sarebbe un’esplosione dalla simile portata, così da poter raccogliere senza sforzo ciò che altri avrebbero già seminato. È anche, in un certo senso, il modus operandi di chi sta con l’acqua alla gola, con un sistema in crisi e i debiti che aumentano esponenzialmente.

Tarenzi mi ha fatto giustamente notare che l’urban fantasy, in realtà, è già popolare: basti pensare alle serie di American Gods, Supernatural, Buffy, i film di Percy Jackson e così via. L’urban fantasy sarebbe, insomma, praticamente ovunque. Ed è senz’altro vero.
Tuttavia, il paragone non regge. Non del tutto, a mio avviso.

L’influenza di Tolkien non è mai stata eguagliata. La portata delle sue opere è stata tale da penetrare perfino la politica nostrana, con le destre dei campi hobbit e la battaglia delle sinistre per l’affermazione di un “Tolkien antifascista e antirazzista”. Per non parlare delle centinaia di associazioni culturali tolkieniane.

Per quanto riguarda la Rowling, invece, abbiamo una diffusione senza precedenti nella storia. Parliamo di un fenomeno di massa, di costume: oltre agli otto film (senza contare Animali Fantastici) abbiamo milioni di gadget, vestiti, perfino mostre e visite turistiche.

In soldoni, ritengo che per arrivare a quei livelli ci vorrà di più. Nello stato in cui sono (per colpa loro, sia chiaro), le Big non sono disposte a investire come un tempo (come nella fantascienza, con gli splendidi Urania). Per non parlare dei problemi che ci affliggono da sempre: pochissimi lettori, la predilezione per la narrativa non di genere e lo snobismo letterario di una casta ignorante.

Pan, di Francesco Dimitri. Urban fantasy

Pan, di Francesco Dimitri. Un grande classico dell’urban fantasy made in Italy

La seconda parte del mio intervento si riallacciava proprio al summenzionato American Gods, di Neil Gaiman. Il romanzo ha avuto un grande successo, secondo me, proprio per il modo in cui americanizza gli Dei e i miti di cui si appropria. Non si limita a piazzarli nelle strade americane, no: quella di American Gods è un’americanizzazione fortissima, totale, iconoclasta. Abbiamo un Ifrit della tradizione pre-islamica negli abiti di un tassista immigrato omosessuale; Odino è un vecchio truffatore con… vabbè, meglio non spoilerare.

In tal modo, Neil Gaiman mette i miti e l’urban fantasy alla portata degli Americani. Ed è ciò che dovremmo fare noi, prendendo spunto: non copiarlo, s’intende, ma fare le cose a modo nostro. Trovare la nostra via, così da mettere l’urban fantasy italiano alla portata degli Italiani. Non solo della nicchia e degli addetti ai lavori, ma anche di chi il genere non l’ha mai sentito nominare. Solo così possiamo sperare che cresca.

Come fare? Prendiamo, per esempio, Di Metallo e Stelle di Luca Tarenzi. Un romanzo simile attirerà, potenzialmente, i lettori del fantasy storico; quelli affascinati da Leonardo Da Vinci e i Milanesi che amano il Castello Sforzesco. Allo stesso modo, il mio Cuore di Tufo potrà interessare ai patiti di superstizioni, occultismo e leggende popolari napoletane.

Questa è la mia opinione. Certo, tali opere restano di nicchia rispetto a quelle sui vampirelli sexy, sulle quali sciamano migliaia di ragazzine. Tuttavia, queste ultime non portano lettori al di fuori della categoria, di per sé già sfruttatissima, né lasciano il segno. Sono prive di dettagli, di studio… di informazioni da trasmettere al lettore. E l’emozione spicciola si supera in fretta, se non supportata da qualcosa di più corposo.

Partecipanti conferenza urban fantasy

I partecipanti. Foto dalla pagina Facebook di Gainsworth Publishing

E voi che ne pensate? Credete che l’urban fantasy diverrà popolare anche in Italia? Ditemi la vostra nei commenti!

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *