Dying Inside, Robert Silverberg

Titolo originale: Dying Inside

Autore: Robert Silverberg

Anno: 1972

Genere: Sci-fi, Fantasy, Literary Fiction

Lingua: Inglese

Editore: Charles Scribner’s Sons

Pagine: 245

Il Capolavoro di Robert Silverberg

Come già spiegato nella mia recensione di Gilgamesh The King, Robert Silverberg è stato un autore eclettico nella sua produzione letteraria. Per questo motivo, a differenza di scrittori fondamentali della fantascienza come Heinlein, Clarke, Dick o Bradbury, è difficile individuare l’opera definitiva, il pezzo forte dei romanzi di Silverberg, a cui far riferimento nel confronto con gli altri lavori dell’autore. Ammesso che ce ne sia uno.

Come se non bastasse, Silverberg ha mantenuto un ottimo livello in un gran numero di storie, eccettuando la produzione giovanile. In questo senso, Morire Dentro non fa eccezione: si tratta, lo dico sin da subito, di un buon romanzo. Del migliore, per molti, che lo considerano il capolavoro dell’autore, nonostante esso si discosti da alcune delle sue opere più apprezzate.

Perché, dunque, Morire Dentro gode di una tale reputazione letteraria? Ho qualche idea in proposito.

In qualità di unicum letterario, Morire Dentro si distingue a prescindere dalle opere di fantascienza del suo periodo. Anzi, a essere precisi risulta difficile considerarlo sci-fi, tenendo per buona la considerazione secondo la quale la fantascienza si sviluppa nel reame del possibile (a differenza del fantasy, che narra dell’impossibile). Ma andiamo con ordine.

Qui di seguito la trama, come descritta nelle bandelle dell’edizione italiana del 2007, a cura di Fazi Editore.

David Selig è un giovane ebreo di New York. Non ha un lavoro né relazioni significative, ma evita la solitudine grazie a un’ambigua dote ricevuta alla nascita: la telepatia. David ha fin dall’infanzia il dono e la condanna di saper leggere nei pensieri della gente e da anni impiega il suo potere per aiutare gli studenti dell’università, scrivendo per loro tesine personalizzate a seconda dello stile e del grado d’intelligenza di ciascuno. Ma questa virtù è tutto ciò che David possiede e quando si accorge che la sta perdendo è come se iniziasse a morire dentro. Si aggrappa allora ai ricordi più intensi della sua vita: i rapporti umani e lavorativi con gli studenti, la relazione con la sorella adottiva Judith, morbosa fin quasi ai limiti dell’incesto, l’incontro con Tom, un altro essere telepatico che però usa spregiudicatamente il proprio potere per fare carriera. In un susseguirsi di flashback e riminiscenze di trionfi e disastri sessuali, emergono così la forza e la fragilità di David, la maledizione legata alla sua telepatia e la sua visione originale del mondo.
Morire Dentro, di Robert Silverberg. Fazi editore

Morire Dentro, Fazi Editore, 2007

Fantascienza o Narrativa non di genere?

La telepatia è, di per sé, un soggetto di fantasia, in quanto non ne è provata l’esistenza. Certo, sarebbe semplice renderla plausibile attraverso speculazioni pseudo-scientifiche e ciò basterebbe a connotarla come elemento di sci-fi. Del resto, nessuno vuole che l’elemento scientifico sia verificabile e attuabile. Per quello c’è la hard sci-fi.

Il problema è che l’autore non articola elementi scientifici alla base del potere soprannaturale. Anzi, non fornisce alcuna motivazione in generale: David Selig è telepate e basta. Questo assioma rimane tale per l’intera durata del romanzo.

Non si tratta di un difetto, badate, ma di una constatazione tecnica. Pensateci: una storia di fantasmi è collocabile nella fantascienza? Basterebbe un po’ di gergo tecnico alla Ghostbusters per dipingere il fenomeno in termini possibilistici ma, in caso contrario, avremmo la classica storia di fantasia.

Considerare Morire Dentro una storia sci-fi mi sembra, dunque, una forzatura. La considererei, al limite, di genere fantasy. E, anche in quel caso, di fantastico c’è ben poco, per cui parliamo di low fantasy. Tuttavia, quel singolo elemento funge da What-if alla storia, senza il quale non sussisterebbe alcun romanzo. In più, quel singolo elemento condiziona ciascuna scena della narrazione, nonché la medesima voce narrante.

In questo, l’autore ha svolto un ottimo lavoro: è riuscito a trattare un tropo del fantastico come la telepatia in maniera pregnante, approfondita e originale, trasformando la “penuria” di elementi speculativi nel punto di forza del romanzo. Questo risulta infatti coeso, compatto, univoco e, al tempo stesso, affatto scontato. Ma come ci è riuscito Silverberg? Abbiamo appena visto che non c’è granché sotto al tappeto, quindi…

È presto detto. La telepatia di David Selig è un espediente letterario. Un pretesto per sviscerarne l’anima, mandare un messaggio e, contemporaneamente, aggiungere un twist alla stantia formula confessionale che tanto va di moda nella narrativa contemporanea.

Ho detto “pretesto”, sì, ma non fraintendetemi: non si tratta di una gimmick, cioè di una trovata commerciale priva di sostanza, anzi. La telepatia, come detto, fonda e permea il personaggio il quale, a sua volta, narra le sue vicende e i suoi pensieri. In tal modo Silverberg può andare oltre le comuni introiezioni, oltre gli stilemi diaristici. E potenziare la portata della premessa narrativa.

Dying Inside, iBooks, 2002

Dying Inside, iBooks, 2002

Qui giungiamo a un punto fondamentale. Morire Dentro è un’opera letteraria in tutti i sensi, cioè un romanzo di literary fiction travestito da fantasy. Quella che chiamiamo, per intenderci, narrativa non di genere, cioè opere il cui fine non è la storia in sé ma altri aspetti: la critica politica o sociale, riflessioni sulla condizione umana, studi della personalità e così via.

Per questo motivo, la literary fiction non teme di distrarre il lettore dalla storia; al contrario, utilizza uno stile lirico che ne esalti lo “spessore artistico”, qualsiasi cosa significhi. E Morire Dentro è letterario nella prosa, nelle intenzioni… lo è in tutto e per tutto.

Questa è la ragione fondamentale, secondo me, per cui Morire Dentro è considerato il capolavoro di Silverberg. Perché si tratta, nel cuore, di un’opera letteraria e quel genere di romanzi gode di una grande stima da parte dei critici.

Il limite di questa impostazione è, ovviamente, il relativismo che essa sottende. Sono d’accordo nel valutare le implicazioni di una storia, certo, ma con quali criteri si può affermare che tali implicazioni siano degne di meriti letterari? Morire Dentro è l’esempio perfetto di tale incertezza: è un capolavoro per tanti critici, ma non per me. Sono cresciuto con mostri lucidi dell’introiezione e dell’auto-psicanalisi come Drieu La Rochelle, Yukio Mishima e Louis-Ferdinand Céline, per cui Morire Dentro non può stupirmi in quegli aspetti.

Proprio a Céline s’ispira evidentemente Silverberg, che ne mutua in parte lo stile e che cita direttamente nel testo, assieme ad autori greci della sua formazione classica e grandi nomi della letteratura europea. Nomi che mette in bocca a David Selig, certo, ma David Selig è Robert Silverberg, o almeno in parte.

Morire Dentro: un romanzo autobiografico?

Se conoscete Silverberg avrete riscontrato, nella descrizione della trama, delle forti assonanze con le vicende del telepate David Selig. Entrambi ebrei di New York, entrambi fortemente segnati dalla cultura classica ed europea (Silverberg studiò anche in Italia), entrambi scrittori. David Selig fa costantemente riferimento agli autori amati da Silverberg, tra cui, come detto, Céline, Pound o anche Sofocle, il cui Filottète ha ispirato il suo L’Uomo nel Labirinto.

Entrambi laureati alla Columbia University, il cui campus compare più volte nel romanzo. Entrambi memori degli avvenimenti storici che scandiscono la narrazione e i ricordi di Selig; entrambi cresciuti con un’educazione ebraica soffocante e pregna di odio razziale nei confronti dei goy; entrambi testimoni degli anni ’70, coi suoi disordini razziali, il boom delle droghe, quello del femminismo, le proteste studentesche, la rivoluzione sessuale, l’avvento di Richard Nixon e così via.

Dying Inside, Orb Books, 2009

Dying Inside, Orb Books, 2009

Silverberg ha avuto la trovata, inoltre, di inserire nel romanzo delle tesine scritte ai tempi dell’università, relative ad alcuni degli autori citati. Le ha modificate per adattarle alla vicenda e le ha intestate a David Selig, quali scorci del suo lavoro di ghostwriter telepatico.

Non a caso quando Silverberg consegnò il manoscritto alla sua editor, Betty Ballentine, lei gli scrisse, come raccontato dallo stesso Silverberg: «Caro Bob, penso che tu stia dicendo molto più in questo libro di quanto tu abbia mai detto in qualsiasi tuo precedente lavoro che io conosca. Non si può fare a meno di identificare uno scrittore, almeno in parte, con un protagonista così visceralmente onesto. Quindi, sebbene io ammiri il tuo lavoro, sono anche preoccupata per te».

Morire Dentro è, dunque, un romanzo autobiografico? La risposta è «No», come afferma l’autore in persona nell’introduzione all’edizione del 2009, pubblicata da Orb Books. Tuttavia, anch’egli riconosce di aver attinto a piene mani dalla sua vita. Perfino alcuni episodi della sua infanzia sono stati presi, alterati e inseriti tra i ricordi di David Selig.

La risposta a Betty Ballentine fu, pertanto, la seguente: «In molti importanti aspetti, lo ammetto, David Selig e io siamo la stessa persona. In molti altri, non lo siamo. Non sono preoccupato dall’affievolimento di poteri: ovviamente la mia forza di scrittore sta aumentando, non diminuendo, e, sebbene Selig stia avendo anche problemi metaforico-sessuali, l’impotenza non è un mio cruccio… Non preoccuparti. Annasperò e mi agiterò pure, ma non sto affondando».

Silverberg scrisse il libro in sole nove settimane. Eppure, molte storie della sua gioventù gli costarono appena tre o quattro settimane e affermò di aver realizzato il suo romanzo Brivido crudele, nel 1967, in soli dieci giorni. Il suo picco produttivo lo ebbe, probabilmente, dal 1956 al 1960, quando, per sua stessa ammissione, scrisse circa un milione di parole l’anno.

Morire Dentro segnò, in quest’ottica, una netta inversione di tendenza. Come l’autore stesso ebbe a dire, non avrebbe mai più scritto un romanzo in un lasso di tempo così breve.

Insomma, Morire Dentro è bello o brutto?

Torniamo al punto dirimente delle recensione.
Dal punto di vista letterario, come anticipato, Silverberg ha saputo mettere su carta una buona introiezione, impreziosita dalla componente fantastica. Ci sono alti e bassi da questo punto di vista, con rivelazioni particolarmente interessanti e rese bene stilisticamente.

Dying Inside, Gollancz, 2005

Dying Inside, Gollancz, 2005

Risultano molto stuzzicanti, in particolare, i brevi momenti in cui Selig si lascia andare all’emozione pura e alla comunione telepatica, che Silverberg descrive con poeticità e ricercatezza. Non va sempre a segno, si badi; spesso la prosa non raggiunge la chiarezza di immagine a cui aspira. Il romanzo è, in questo senso, anni luce meno ispirato del già recensito Gilgamesh the King.

Per il resto, la voce di Selig è scoppiettante e vivace alla céliniana maniera, ma in potenza. Silverberg non si è spinto troppo in là e la narrazione non raggiunge neanche lontanamente l’impetuosità del Céline dei pamphlet. Né del più controllato Céline di Viaggio al Termine della Notte. Tuttavia, come quest’ultimo, il romanzo incornicia le sue velleità letterarie in una storia, risultando scorrevole e piacevole da leggere.

La vicenda in sé, comunque, delude le aspettative: si spera sempre che vada a parare da qualche parte ma continua a temporeggiare, finché non succede quello che deve succedere. E anche lì non c’è molto da vedere, poiché Silverberg conclude frettolosamente. Non che sia necessariamente un male dal punto di vista letterario, poiché sottintende l’ineluttabilità, ma fallisce nel migliorare un già scarno impianto narrativo.

Morire Dentro è, per fortuna, breve e ben scritto. Se Silverberg avesse optato per una voce più sobria, sarebbe risultato noioso. Se la storia fosse stata più coinvolgente e partecipe delle sorti di Selig, tagliando alcune sequenze di ricordi in favore di una narrazione nel presente, avremmo di fronte un ottimo romanzo.

L’opera è, come detto, narrata in prima persona, ma non solo. Silverberg impiega spesso la terza persona limitata con focalizzazione interna, soprattutto per i ricordi cronologicamente distanti. Questo crea, di primo acchito, un certo spiazzamento, poiché la narrazione diventa quasi “oggettiva” rispetto alla distintiva e intrusiva voce di Selig.

Fecero qualche altro gioco. Ce n’era uno con delle carte grandi più o meno come quelle da gioco, che avevano dei disegni di animali, uccelli, alberi e case; David doveva sistemarle in modo che raccontassero una storia e poi spiegare al dottore la trama. Le sparse a caso sulla scrivania e cominciò a inventare la storia. «La papera va nella foresta, vedi, e incontra un lupo, così si trasforma in una rana e scappa dal lupo con un salto e finisce nella bocca dell’elefante, solo che poi scappa dal sedere dell’elefante e casca nel lago, e quando esce vede la bella principessa, che gli dice vieni a casa mia che ti do il pane di zenzero, ma poi gli legge nei pensieri e vede che in realtà è una strega cattiva, che…». Un altro gioco era con dei pezzetti di carta, che avevano delle grandi macchie di inchiostro azzurro. «C’è qualcuna di queste forme che ti ricorda una cosa in particolare?», domandò il medico. «Sì», disse David, «questo è un elefante, vedi, la coda è qui, tutta arricciata, e questo è il sedere, e da qui gli esce la pipì». Aveva capito che il dottor Hittner diventava molto interessato ogni volta che diceva pipì e sedere, così gli diede molte altre occasioni di interessarsi, trovando spunti un po’ in tutte le macchie. In realtà gli sembrava un gioco molto stupido, ma pareva che il dottor Hittner ci tenesse moltissimo, perché continuava a prendere appunti ogni volta che lui diceva qualcosa. Mentre lo psichiatra scriveva, David gli leggeva nei pensieri. La maggior parte delle parole che aveva in testa erano incomprensibili, però ne riconobbe qualcuna. Erano le stesse che gli aveva insegnato sua madre, quelle che usavano gli adulti per indicare certe parti del corpo: pene, vulva, natiche, retto e altre cose del genere. Ovviamente al dottor Hittner piacevano un sacco, così David cominciò a usarle. «Questo è il disegno di un’aquila che prende un agnellino e vola via con lui. Questo è il pene dell’aquila, qui sotto, e quello sopra è il retto dell’agnellino. E in quest’altra ci sono un uomo e una donna, e sono tutti e due nudi, e l’uomo sta cercando di mettere il suo pene nella vulva della donna, solo che non c’entra, e…». La penna stilografica correva sul foglio sotto gli occhi di David. Con un sorrisetto al dottor Hittner passò alla macchia successiva.
Poi fecero dei giochi di parole. Il medico diceva una parola e David doveva rispondere con la prima cosa che gli veniva in mente. Ma David pensò che sarebbe stato più divertente se avesse detto la prima cosa che veniva in mente al dottor Hittner. Gli bastava solo una frazione di secondo per leggergli nei pensieri e il dottor Hittner sembrava non accorgersi di niente. Il gioco quindi andò avanti così:
«Padre».
«Pene».
«Madre».
«Letto».
«Bambino».
«Morto».
«Acqua».
«Pancia».
«Tunnel».
«Pala».
«Bara».
«Madre».
(Pag. 29-30)

Dying Inside, Bantam, 1972

Dying Inside, Bantam, 1972

Continuando la lettura, tuttavia, mi sono reso conto che è lo stesso Selig a narrare quegli eventi. Potrei sbagliarmi, badate; è una mia interpretazione. Eppure, ci sono momenti nella narrazione in cui l’autore suggerisce questa evenienza, facendo rivolgere Selig al lettore alternando la prima e la terza persona.

È una scelta coerente, tutto sommato, alla forma mentis del protagonista. Di contro, avrei preferito che l’autore chiarisse in modo netto la dinamica, così da non restare interdetto nei primi capitoli (poi ci si fa il callo). A essere onesti, non ne ho nemmeno compreso la necessità: il romanzo avrebbe potuto essere narrato in prima dall’inizio alla fine.

Per quanto riguarda le tesine universitarie, esse occupano, in certi casi, varie pagine e rallentano ulteriormente lo svolgimento del romanzo. Ciò detto, la sequenza di eventi è così rarefatta che gli inserti non pesano eccessivamente; in più, sono scritti in modo scorrevole, professionale e comprensibile.

L’autore è stato bravo ad adeguarli alla mente di Selig: alcuni pezzi trasmettono lo stato d’animo del protagonista, l’atmosfera del libro, e impreziosiscono entrambi. In un caso in particolare, la tesina entra a far parte della narrazione e del flusso di coscienza del personaggio, con un risultato a dir poco eccezionale. Lì si tocca il genio, come in pochi altri punti. Ma sono trovate, e le trovate, per definizione, non sono costanti.

Un avvertimento ai lettori, e un ultimo pregio del libro: Silverberg non si è preoccupato di essere politicamente corretto, anzi. Molti pensieri di Selig potrebbero essere considerati, oggi, come razzisti, sessisti, omofobi e via discorrendo, nonostante il protagonista sia volutamente dipinto in toni decadenti.

Silverberg è stato bravissimo, in tal senso, a sviluppare il personaggio con totale onestà, senza edulcorazioni e forzature. Anche lo stile, così vivace ed espressivo, è gretto e volgare proprio in virtù della sua espressività autentica, genuina.

Morire Dentro, Mondadori, 1989

Morire Dentro, Mondadori, 1989

Martedì. Giorno di elezioni. Da mesi il clamore della campagna ammorba l’aria. Il mondo libero sceglie il suo nuovo leader maximus. Le grancasse tuonano per tutta Broadway, eruttando i loro slogan. Viva il nostro prossimo presidente! L’uomo per tutta l’America! Vota! Vota! Vota X! Vota Y! Queste parole vuote emergono dal nulla, si confondono nell’aria e scompaiono. Repubblocratico Demicano. Bum. Perché dovrei votare? Non voterò. Non voto. Stacco la spina. Non sono parte del circuito. Votare è una faccenda loro.
(…)
C’è silenzio nelle mie orecchie. Il vuoto riecheggia nell’oscurità. Oggi non sento niente di niente. Forse il potere è scomparso una volta per tutte. Non mi arrivano neanche le voci dei portoricani dell’appartamento accanto. Novembre è il più crudele dei mesi, nella mia mente morta crescono cipolle. Ormai vivo in un poema di Eliot. Mi sto trasformando in un testo scritto. Devo forse restarmene qui, a piangermi addosso? No. No. No. No. Resisterò. Con esercizi spirituali pensati apposta per ristabilire il mio potere. In ginocchio, Selig. China la testa. Concentrati. Trasformati in un sottile ago di pensiero, in un finissimo ago telepatico, e proiettati da questa stanza fino a raggiungere l’amata stella Betelgeuse. Ci sei? Bene. Il raggio mentale attraversa tutto l’universo. Tienilo. Tienilo compatto. I bordi non devono sfrangiarsi, amico. Bene. Ora ascendi. Stiamo salendo la scala di Giacobbe. Stai per uscire dal tuo corpo, Daavid. Sali, sali, e poi via! Attraversa il soffitto, il tetto, l’atmosfera, la ionosfera, la stratosfera e tutte le altre sfere possibili e immaginabili. E via, negli spazi interstellari vacanti. Oh, buio, buio, buio. Freddi i sensi, perso il motivo dell’azione. No, basta con questa roba! In questo viaggio sono consentiti solo pensieri positivi. Vola! Vola! Verso i piccoli ometti verdi di Betelgeuse IX. Raggiungi le loro menti, Selig. Stabilisci un contatto. Stabilisci un… E vola, maledetto ebreo polentone! Muovi il culo! Perché non voli? Vola!
Be’?
(Pag. 194/, 210-211)

Conclusione: Consigliato.

Contro:

  • La storia è debole e temporeggia.
    Il ritmo è incostante
  • Narrazione lenta e rarefatta; tanti, troppi flashback e ricordi
  • Finale frettoloso
  • Un po’ di confusione tra prima persona, terza persona e inserti in forma saggistica
  • Narrativa non di genere mascherata da fantasy
  • La prosa tocca raramente la chiarezza d’immagine a cui aspira…

Pro:

  • … Ma ci sono delle vette liriche e stilistiche di nota
  • Voce narrante originale e scoppiettante, influenzata da Céline
  • Buona introiezione, con momenti di eccezionale profondità ed espressività
  • Velleità letterarie inserite nella cornice di una storia che, sebbene debole, vanta alcune sequenze coinvolgenti
  • Un’atmosfera, un messaggio pregnante che attraversa il romanzo compattandolo e appuntendolo come una freccia
  • Tanti dettagli storici, ambientali, culturali ecc. che donano spessore e realismo tanto al romanzo quanto al personaggio in sé
Voto: Tre caschi!
Tre caschi Palombaro

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *

Latest posts by Il Palombaro (see all)