L'Uomo StocasticoL'Uomo Stocastico di
Genere: Distopia, Fantapolitica, Fantascienza
Editore: Harper & Row il
Pagine: 229
Punteggio: 3/5
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Descrizione:

Stocastico: voce dotta dal greco Stochéstikos (congetturale, dovuto al caso, aleatorio). Questo dice il dizionario. Ma Robert Silverberg dice di più. Dice che uno specialista di indagini conoscitive e di statistiche previsionali, un professionista della congettura, può tutto a un tratto scoprire la vera natura del proprio talento. E questo talento non ha niente a che fare con la scienza dei numeri, con il buonsenso, con il fiuto commerciale e politico. È un dono naturale che, coltivato opportunamente, permette all’uomo stocastico di vedere il futuro come in una sfera di cristallo.

Il Ritorno di Robert Silverberg

Con la pubblicazione di Morire Dentro, il prolifico Silverberg cessò di produrre storie di fantascienza per parecchi anni. Una pausa a dir poco insolita per l’autore, reduce da un quinquennio particolarmente “goloso” con ben ventitré romanzi di sci-fi pubblicati (e ben più maturi di quelli precedenti).

Nel 1975 ci fu, però, una pausa dalla pausa: Silverberg scrisse L’Uomo Stocastico seguito, l’anno successivo, da Shadrach nella fornace. Ma ci volle ancora qualche anno perché il Nostro tornasse per davvero alla narrativa speculativa.

Com’è facile immaginare, dunque, L’Uomo Stocastico si distanzia dagli stilemi della fantascienza di consumo. Il romanzo, tuttavia, non si ammanta di particolari velleità letterarie e, a differenza de Il Libro dei Teschi, non si rivela essere un mainstream travestito da fantasy. No: la speculazione costituisce nucleo e fondamenta de L’Uomo Stocastico.

Certo, Silverberg si concentra sulle ripercussioni sociali e, soprattutto, interiori dell’elemento speculativo, ma non c’è dubbio che il romanzo sia ascrivibile alla fantascienza, sebbene di “scienza” ce ne sia davvero poca.

Anche la prosa sancisce il parziale ritorno alle origini dell’autore, con meno sfoghi, flussi di coscienza, patenti poetiche e citazioni. Non che non ce ne siano, beninteso: alcune sequenze ricordano i momenti migliori e le visioni più efficaci del Silverberg letterario. Lo stile è nettamente superiore a quello de L’Uomo nel Labirinto e similari; pertanto la crescita dell’autore è evidente, sebbene siamo ancora lontani dalla maturità di Gilgamesh the King.

Ciò detto, non è tutto oro quello che luccica. L’Uomo Stocastico è lento, raccontato e ricco di spiegoni non richiesti come nella peggior tradizione scrittevole. Ma andiamo con ordine.

Il Futuro ne L’Uomo Stocastico

Il futuro ricreato da Silverberg fa sorridere, poiché si tratta del nostro passato. Tuttavia, a differenza di autori coevi o precedenti, che hanno immaginato un nuovo millennio a dir poco ipertrofico, la visione di Silverberg stupisce in quanto a lucidità e verosimiglianza.

La New York del duemila, ne L’Uomo Stocastico, ha pochi elementi nettamente fantascientifici e tanti aspetti distopici. Per cominciare, esiste una chiara distinzione tra i quartieri poveri, quelli in cui abita e passeggia l’uomo comune, e i quartieri della gente che conta. Distinzione che esiste dappertutto, certo, ma portata all’estremo nel romanzo.

Il protagonista della storia, Lew Nichols, abita nell’enclave di Staten Island e raramente osa avventurarsi, anche di passaggio, nelle aree squallide della città. L’entroterra di New York, invece, è un ghetto attraversato da fortissime tensioni razziali, abbandonato a sé stesso e scosso da atti di guerriglia urbana.

Ma la borghesia bianca era finita, forse per sempre, e questo creava delle difficoltà a cui i tecnici elettronici non potevano ovviare. La città, nel 1990, era abitata in gran parte da negri e portoricani, con l’eccezione di due specie di zone franche, una in costante diminuzione (le ricchezze dei vecchi ebrei, italiani e irlandesi), l’altra in costante espansione sia per dimensione che per potenza (le isole rilucenti delle classi ricche, manageriali e creative). Una città abitata solo da ricchi e da poveri è sottoposta a enormi sbalzi sociali e ci vorrà non poco tempo prima che la nascente borghesia non-bianca diventi una forza reale per la stabilità sociale. Una parte di New York brilla dello stesso splendore conosciuto nel passato solo da Atene, Costantinopoli, Roma, Babilonia e Persepoli; il resto è giungla, una giungla vera e propria, fetida e squallida, dove l’unica legge è la forza.

Le varie etnie si spartiscono la città sia dal punto di vista territoriale che, come vedremo, da quello politico. Ci sono costanti dispute per il controllo e Silverberg descrive una tranquilla settimana newyorchese come uno scenario da guerra civile. Per non parlare degli attacchi terroristici che, nell’estate del ’95, prendono di mira e distruggono la Statua della Libertà (e non le Torri Gemelle, stavolta).


La Milizia della 125a Strada, un nuovo gruppo militare negro che si era autopromosso a esercito e che per mesi si era vantato di comprare carri armati dalla Siria, non solo presentò tre di quei mostri corazzati durante un’agitatissima conferenza stampa, ma arrivò al punto di inviarli attraverso Columbus Avenue in una missione di distruzione a Hispano-Manhattan con il risultato di lasciare quattro isolati in fiamme e dozzine di morti. In ottobre, mentre i negri celebravano la Giornata di Marcus Garvey, i portoricani resero pan per focaccia con l’incursione di diversi commandos ad Harlem. I gruppi terroristici, con un’azione improvvisa che arrivò fino a Lenox Avenue, non solo fecero saltare per aria l’hangar dei carri armati e tutti e tre i mezzi corazzati, ma devastarono anche cinque negozi di liquori e il principale centro elettronico “Numbers”, mentre un gruppo diversivo riusciva a dirigersi verso ovest dove lanciò bombe incendiarie sull’Apollo Theater.

Curiosità: nella versione in lingua originale si fa menzione di “colonnelli israeliani” misteriosamente scomparsi nella traduzione italiana. «(…) the Puerto Ricans retaliated with a commando raid on Harlem, personally led by two of their three Israeli colonels. (the barrio boys had hired the Israelis to train their troops in ’94, following the ratification of the anti-black “mutual defense” alliance put together by the Puerto Ricans and what was left of the city’s Jewish population.)».

Perché rimuovere un inciso così lungo? Vergognoso.

L'Uomo Stocastico, Mondadori, 1983
L’Uomo Stocastico, Mondadori, 1983

Ma le ferite che dividono e lacerano New York sono innumerevoli: dal Movimento A Favore della Città Splendente (pro-nucleare) al Comitato Contro La Tecnologia Incontrollata, entrambi armati fino ai denti e protagonisti di massacri; dal Transit, una dottrina che predica il distaccamento dal presente in favore della fluidità, alla polvere d’osso, una droga che fumano tutti quelli che possono permettersela.

La New York de L’Uomo Stocastico è una polveriera ormai priva di valori, remore, inibizioni. Ordine. Come dimostra l’isteria collettiva che impazza la notte di Capodanno del duemila: i festeggiamenti si trasformano in orge, scontriuna vera e propria frenesia animalesca alla quale si abbandona anche il protagonista.

E il nostro Lew, il fortunato Lew, dimostra di non capire il presente, perso nella sua vita agiata, nelle fantasie politiche, nella ricerca di un futuro che gli sfugge. E mostrando una retorica fin troppo familiare.

— Io sono convinta che l’esercito delle Nazioni Unite per il mantenimento dell’ordine pubblico sarebbe un’idea migliore — affermò Sundara.
Si era all’inizio di dicembre, la sera della prima nevicata stagionale. — Questa non è una città, è il palcoscenico di tutte le ostilità razziali ed etniche accumulate negli ultimi tremila anni.
— No, non è così — ribattei io. — I vecchi rancori non significano un accidente di niente a New York. Gli indù vanno a letto con i pakistani, turchi e armeni si mettono in società e aprono ristoranti. In questa città siamo noi a inventare nuove ostilità etniche. New York deve essere sempre all’avanguardia, in tutto. Lo capiresti anche tu se avessi vissuto qui tutta la vita come me.
— Mi sento come fosse davvero così.
— Sei anni non possono fare di te una del posto.
— Sei anni passati nel mezzo di una continua guerriglia significano più di trent’anni in qualsiasi altro posto.

La lucidità della visione di Silverberg, newyorchese dalla nascita, fa impallidire gli autori suoi colleghi e le loro previsioni avveniristiche. Tutto è ragionato e accurato, incluse le implicazioni politiche del “melting pot andato male”.

Vedremo Quinn, l’uomo in corsa alla carica di sindaco e, in seguito, di presidente degli Stati Uniti, alle prese con probleni coerenti, interessanti e squisitamente contemporanei. Come l’alienazione del potente elettorato ebraico per una battuta su Israele, a cui Quinn dovrà porre immediatamente rimedio.

Fanta… politica?

L’avrete capito, a questo punto: L’Uomo Stocastico è un romanzo fantapolitico. La quasi totalità della vicenda, infatti, coincide col tentativo, da parte di Lew Nichols, di insediare Quinn ai vertici del potere costituito.

Perché questa scelta? Nichols non conosce il candidato all’inizio del romanzo, eppure, come i tanti che decideranno di seguire Quinn nella sua corsa alla presidenza, rimane letteralmente abbagliato dai brevi incontri con quest’ultimo. Non si parla nemmeno delle reali intenzioni e proposte del potenziale sindaco di New York; si sa solo che nutre idee vagamente progressiste.

The Stochastic Man, Fawcett Gold Medal, 1981
The Stochastic Man, Fawcett Gold Medal, 1981

Ciononostante, Quinn assurge al ruolo di liberatore, di Messia per una città e un paese martoriati dalla guerra civile. Quinn è Democrazia, Libertà, Valori, Ricchezza, Giustizia Sociale, Avanguardismo e via dicendo. Quinn è tutto ciò che i personaggi vogliano che sia, salvo dimostrarsi, alla fine, qualcosa di assai differente…

La fascinazione per Quinn da parte di Nichols è, insomma, squisitamente carnale. Il protagonista è catturato dai modi, dall’aura, dallo sguardo… dal carisma e dal potere, in altri termini, che emanano dal politico di origine irlandese. Ma soprattutto, Quinn rappresenta una promessa, qualcosa da incanalare e cavalcare, essendo un volto nuovo della politica.

I personaggi che attorniano Quinn ripongono in lui sogni e fantasie e bramano, inconsciamente o meno, di poterlo controllare. L’illusione, dettata dalla frustrazione, dall’impotenza e dalla noia dei ricchi newyorchesi, è proprio questa: se Quinn assumerà il potere, saranno loro a governare. I sodali di Quinn si identificano in Quinn. E viceversa?

Nel caso di Lew Nichols, però, c’è un motivo ulteriore che lo spinge tra le braccia del futuro sindaco. Il Nostro, come anticipato, si occupa di previsioni statistiche ad altissimi livelli e quel lavoro, per lui, è tutto. La capacità di prevedere e indirizzare gli eventi lo fa sentire un semidio. Quale occasione migliore, per mettersi alla prova, dell’elezione del Presidente degli Stati Uniti?

Il protagonista vuole mettersi al servizio di Quinn perché intende dimostrare a sé stesso che sì, lui può davvero plasmare la realtà. Che, attraverso i suoi calcoli e la sua abilità, egli è in grado di cambiare il destino e il futuro di tutti. Che può superare la linea che separa la stocastica dalla divinazione.

Ecco perché l’incontro con Carvajal cambierà le carte in tavola. Ma di questo parleremo in seguito.

Sono sufficienti poche battute perché Lew cada nella rete di Quinn e si unisca al team che ordisce la sua ascesa: l’avvocato Mardikian, la sua cricca armena e l’ebreo sefardita Lombroso. Così inizia l’avventura, ovvero il corso degli eventi de L’Uomo Stocastico.

Intrighi, sotterfugi, scandali, giochetti politici… l’organizzazione della campagna elettorale di Quinn occupa gran parte della narrazione, accanto al world-building e alla vita mondana di Lew. L’estrema accuratezza e profondità nella trattazione di tali argomenti, da parte di Silverberg, mi ha stupito: è come se l’autore avesse davvero trascorso una vita da eminenza grigia, data la coerenza e il livello di dettagli che costituiscono la strategia politica.

Non so come Silverberg ci sia riuscito; immagino grazie ad alcune conoscenze. In ogni caso, il risultato è straordinario in quanto a efficacia retorica. LUomo Stocastico sembra l’autobiografia di un politico di successo che sa scrivere e che ha voluto dare un twist al tutto. Il che è impossibile, senza scadere in facili ironie.

The Stochastic Man, Hodder and Stoughton, 1978
The Stochastic Man, Hodder and Stoughton, 1978

A proposito del twist: mi riferisco alla parte fantascientifica. Che, come per Morire Dentro, è più fantasy che sci-fi, sebbene l’autore si sia prodigato in alcune traballanti e banali spiegazioni (come nell’epilogo de Il Libro dei Teschi). Tutto ha inizio con un singolare incontro…

L’Uomo Stocastico senza Stocastica

La narrazione cambia decisamente verso quando Lew Nichols incontra Martin Carvajal, un signore anziano ed emaciato che si è arricchito giocando in borsa. Carvajal, più che a Quinn, pare interessato al protagonista stesso e, nei loro brevi incontri, semina nel Nostro dei dubbi esistenziali.

Sembra che Carvajal possa vedere il futuro. Lew, inizialmente, liquida la questione come fosse lo sproloquio di un vecchio annoiato. Tuttavia, Carvajal sa essere molto convincente e Lew stesso nutre, nel profondo, un’ossessione nei confronti della preveggenza. Lew aspira alla probabilistica perfetta, alla stocastica dei singoli casi: vuole diventare una divinità.

E Carvajal potrebbe esserlo davvero.

Dopo l’incontro con Quinn, quello con Carvajal è il secondo evento che scuote il protagonista nelle fondamenta. Tuttavia, se la figura di Quinn ha offerto solo promesse e rassicurazioni, il vecchio veggente ribalta completamente il mondo di Lew.

Non posso dire molto per non fare spoiler, ma c’è un aspetto che deve essere menzionato. Carvajal afferma di conoscere il futuro, ma di non poterlo cambiare. In altre parole, il futuro è già scritto e non si può fare nulla per modificarlo. Ma c’è di più: il futuro, secondo Carvajal, sarebbe già avvenuto nel momento in cui gli sovvengono le visioni.

E qui si apre quella parentesi pseudo-fantascientifica di cui accennavo prima. Una parentesi breve e, purtroppo, deludente in quanto a ricerca, originalità e profondità delle argomentazioni. Se l’elemento speculativo fosse stato esplorato di più e se l’autore si fosse spinto oltre, avremmo avuto un romanzo eccezionale.

Lo dice il titolo stesso del libro: L’Uomo Stocastico sa di mito e fantascienza insieme, ovvero di fantascienza vera; quella in grado di reinventare la realtà, di dare un nuovo significato all’esistenza, come seppe fare 2001: Odissea nello Spazio di Arthur C. Clarke.

“Stocastico”, infatti, è un termine raro, tecnico, ma che odora di ignoto e magia. L’Uomo Stocastico, dunque, non può essere che un uomo nuovo, un uomo migliore, incredibile ma futuribile, il simbolo di un mondo inedito che non vediamo l’ora di esplorare.

L'Uomo Stocastico, 1976, Mondadori
L’Uomo Stocastico, 1976, Mondadori

Eppure, Silverberg non era interessato a una simile prospettiva. Come spiega l’autore, poco elegantemente, attraverso il personaggio di Lew Nichols:

“Stocastico”. Secondo l’Oxford English Dictionary questo termine venne coniato nel 1662 ed è oggi “raro” o “dis.”.
Non credeteci. È l’OED a essere “dis.”, non il termine “stocastico” che diventa meno “dis.” ogni giorno che passa. Il termine viene dal greco e in origine vuol dire “bersaglio” o “punto di mira”; di qui i greci derivarono un verbo che significava “mirare a un bersaglio” e, in senso metaforico, “riflettere, pensare”. Questo termine inizialmente diventò nella lingua inglese un modo originale di dire “concernente una congettura”, come nel commento, del 1712, di Whitefoot su Sir Thomas Browne: “Ancorché non fosse profeta… pur tuttavia in quella facoltà che vi è molto vicina, egli eccelleva, cioè la stocastica, nella quale raramente si sbagliava, nei confronti degli eventi futuri”.
Nelle parole immortali di Ralph Cudworth (1617-1688): “È necessario usare il metro di giudizio stocastico nei confronti della verità e falsità della vita umana.”
Coloro che hanno un “modus vivendi” stocastico sono accorti e giudiziosi e non generalizzano mai basandosi su un misero esempio. Come Jacques Bernouilli dimostrò all’inizio del XVIII secolo, un avvenimento isolato non anticipa niente, ma quanto più numerosi sono gli avvenimenti considerati tanto maggiori sono le probabilità di indovinare la reale distribuzione dei fenomeni presi a esempio.
Questo, per quanto riguarda la teoria delle probabilità.
Sorvolo rapidamente e con un certo disagio sulle distribuzioni di Poisson, sul Teorema del Limite Centrale, gli assiomi di Kolmogorov, gli schemi di Ehrenhaft, le catene di Markov, il triangolo di Pascal e tutto il resto. Intendo risparmiarvi tutti questi intrichi matematici. (Sia “p” la probabilità del verificarsi di un evento in un unico processo e “s” il numero delle volte in cui l’evento si verifica in “n” processi…) La mia opinione è semplicemente che il puro stocastico impara da solo a osservare ciò che al Centro per i Processi Stocastici abbiamo finito per chiamare l’Intervallo di Bernouilli, una pausa, cioè, in cui noi chiediamo a noi stessi: “Possiedo veramente dati sufficienti per trarre una conclusione valida?”.
Io sono il segretario del Centro che è stato fondato quattro mesi fa, agosto 2000. Le spese vengono pagate con il denaro di Carvajal. Per ora occupiamo una casa di cinque stanze in un’area rurale del New Jersey settentrionale, e non voglio precisare di più la sua posizione. Il nostro scopo è quello di trovare i modi per ridurre l’Intervallo di Bernouilli a zero: cioè, fare delle previsioni sempre più esatte sulla base di un campione statistico sempre minore; oppure, per dire la cosa in altri termini, passare dalla probabilistica alla predizione assoluta; o, con un’altra formula ancora, sostituire le congetture con la chiaroveggenza.
Quindi, il nostro lavoro ha come fine i poteri post-stocastici. Ciò che Carvajal mi ha insegnato è che la stocasticità non è la meta di quest’attività: è solamente una fase, rapidamente superabile, dei nostri sforzi diretti alla completa rivelazione del futuro, della nostra lotta per liberarci dalla tirannia del caso.

Il protagonista ci viene a dire che il termine “stocastico” è stato scelto dall’autore, in pratica, per come suonava e non per una reale attinenza nei confronti della trama. Quello che Lew cerca e che Carvajal predica, infatti, sono i cosiddetti poteri “post-stocastici” e vi assicuro che, alla fine della fiera, li si potrebbe chiamare in qualsiasi maniera.

Come ne Il Libro dei Teschi, Silverberg disattende le premesse. Tutte queste chiacchiere sull’intervallo di Bernouilli, sulle formule statistiche, sul lavoro che il protagonista starebbe compiendo a posteriori sulla stocasticità… non hanno seguito. Qui le leggete e qui si fermano. Diavolo, ai fini dell’elemento speculativo Lew avrebbe potuto essere un semplice banchiere.

Ripeto, comunque, che stiamo parlando dell’aspetto fantascientifico. Ai fini narrativi e, soprattutto, letterari della storia, è indispensabile che Lew sia costruito in un certo modo.

L'Homme Stochastique, 1982, J'ai Lu
L’Homme Stochastique, 1982, J’ai Lu

Il Libero Arbitrio

Ne L’Uomo Stocastico la preveggenza non è altro che un pretesto per introdurre ed esplorare la tematica principale del romanzo: il libero arbitrio.

Non è tanto il potere di prevedere il futuro a destabilizzare il protagonista, quanto l’impossibilità di alterarne il corso. Lew non riesce a comprenderlo, né ad accettarlo: per lui il futuro è una risorsa. A che serve “vedere”, come dice Carvajal, se non è possibile trarne vantaggio?

Il futuro sarebbe, dunque, una condanna. Impossibile evitare errori, impossibile scampare a una morte predestinata, impossibile plasmare realmente il mondo. Come se non bastasse, Lew è circondato da rimandi all’argomento, a partire dalla dottrina Transit a cui si converte la moglie Sundara.

Il Transit rifiuta qualsiasi attaccamento alla realtà, poiché questa sarebbe fluida, mutevole, in costante cambiamento. Tutto ciò che è predeterminato e stabile è sbagliato, poiché non aderisce ai princìpi di realtà. Gli adepti del Transit devono rinunciare a una vita costruita, razionale, e abbracciare novità, casualità, dinamicità.

Sia Carvajal che il Transit spaventano Lew. L’uno divora la sua vita professionale, l’altro quella privata. Tuttavia, entrambi compongono le due facce di una stessa medaglia: la resa dell’uomo alle leggi incomprensibili e immutabili del mondo.

Ciò viene confermato nel finale, che cristallizza l’altalenante, tardiva e non sempre chiara premise. Non che sia, a onor del vero, uno spunto particolarmente profondo o stimolante. Anzi, il leitmotiv del romanzo finisce addirittura per danneggiarlo, poiché Lew si limita, nei fatti, a subire gli eventi dall’inizio alla fine.

E una narrazione passiva non è esattamente il massimo in termini di coinvolgimento.

D’altro canto il tema contribuisce a unire il tutto e consegna a noi lettori un romanzo amaro, unico, visionario e a tratti claustrofobico. Ancora, com’è la norma con Silverberg, difficile da dimenticare.

Conclusione: consigliato agli amanti delle distopie e della fantapolitica

Contro:

  • L’elemento speculativo è banale e poco approfondito
  • Le premesse scientifiche vengono tradite e sfruttate come mero pretesto
  • La narrazione è lenta, raccontata e condita di spiegoni
  • Il protagonista si limita a subire gli eventi
  • La svolta, nella vicenda, accade “troppo in là” e la prima parte del romanzo rischia di annoiare
  • La pervasività e la ricercatezza dell’aspetto politico rendono L’Uomo Stocastico illegibile per chi detesta tale argomento

Pro:

  • Le ripercussioni dell’elemento speculativo sono portate, dall’autore, alle estreme conseguenze e studiate con rara profondità introspettiva
  • L’ambientazione distopica ricreata da Silverberg gode di lucidità e accuratezza
  • L’aspetto fantapolitico stupisce per il livello di dettaglio e verosimiglianza
  • Quando l’autore smette di raccontare e segue il personaggio, lo stile si fa coinvolgente e incalzante, con punte di maestria visionaria
  • Il tema unisce il tutto e dà un senso di amarezza e claustrofobia alla narrazione

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