The Man in the Maze, Robert Silverberg, 1969

Titolo originale: The Man in the Maze

Autore: Robert Silverberg

Anno: 1969

Genere: Fantascienza

Lingua: Inglese

Editore: Sidgwick & Jackson

Pagine: 192

Maturazione

Robert Silverberg scrisse L’Uomo nel Labirinto nel 1968, quattro anni prima del già recensito Morire Dentro, che segnò un punto di svolta nel suo stile. Il romanzo entra di diritto nella produzione giovanile dell’autore ma rappresenta, assieme a Il Libro dei Teschi, l’anello di congiunzione col Silverberg maturo.

Dal punto di vista tematico, L’Uomo nel Labirinto si sposa alla perfezione coi lavori precedenti dello scrittore newyorchese. Trattasi di un’opera di fantascienza di consumo, rapida nella stesura ed efficace nella resa. Narrativa di genere scritta in modo piacevole e con tanti, troppi topoi fantascientifici che attirino gli appassionati. Non che Silverberg non sappia gestirli: l’autore si dimostra sempre all’altezza della materia che tratta, sia essa la storia antica o l’ingegneria spaziale.

Tornando al punto iniziale, ne L’Uomo nel Labirinto c’è più di un romanzo serializzabile: ci sono i germi del Silverberg ambizioso, le aspirazioni letterarie che avrebbe sublimato in seguito. Il romanzo è, infatti, fortemente allegorico e ricco d’implicazioni socio-psicologiche. È inoltre retto da una concezione peculiare della vita, similmente a Morire Dentro, la quale permea e fonda l’opera. È qui che i contenuti vanno oltre la storia e ci regalano la visione che l’autore ha inteso trasmettere attraverso il romanzo.

Di seguito una breve descrizione della trama, come riportata nelle bandelle dell’edizione italiana a cura di Fazi editore.

In un deserto arido e piatto si leva un’inespugnabile città-labirinto, piena di insidie e di miraggi, di trabocchetti e di trappole mortali. Intorno la solitudine cristallina e perfetta di Lemnos, un pianeta a novanta anni-luce dalla Terra abbandonato da una razza aliena, ormai estinta.
Al centro esatto del labirinto vive un uomo che ha scelto l’esilio e si è lasciato alle spalle ogni cosa, amori, sogni, ambizioni. L’ultima missione che ha portato a termine gli ha inflitto segni indelebili, tanto da costringerlo a un isolamento senza scampo: è affetto da un misterioso cancro dell’anima, una ruggine interiore che attanaglia la mente e il corpo di chiunque gli si avvicini. Nella sua umanità ferita, nella sua clausura, dilaga l’invincibile incomunicabilità delle creature e delle coscienze. È un appestato, e la peste che porta dentro di sé è la verità.
A un tratto però, qualcuno spezza il suo isolamento e tenta di raggiungerlo: la razza umana è in pericolo e solo l’uomo nel labirinto è in grado di condurla in salvo. Sempre che accetti una nuova missione, e che la città non si chiuda come una morsa su chi vorrebbe violarne i confini.

 

L'Uomo nel Labirinto, Fazi editore, 2008

L’Uomo nel Labirinto, Fazi editore, 2008

Talento e Ingenuità

Come si può notare dalle numerose assonanze, Silverberg ha voluto riproporre il Filottete di Sofocle in chiave fantascientifica (e qui tornano, ancora, i suoi studi classici). Muller, l’esiliato, ha il puzzo di Filottete, sebbene esso sia di tipo telepatico e dovuto a un incontro del terzo tipo.

La storia non è nulla di inedito, almeno a prima vista. Silverberg, come suo solito, da il meglio di sé nei dettagli, e sono i dettagli a rendere grande una storia. La sapienza e l’inventiva dell’autore rendono l’amalgama più originale, coinvolgente e variegato di quanto ci si aspetti.

Abbiamo il labirinto, coi suoi misteri, ma anche una società proiettata nel futuro e dalle tinte distopiche. Abbiamo pianeti, alieni, poteri, ricordi e storie che s’incrociano, con qualche intermezzo amoroso. Abbiamo archeologia spaziale e paleontologia aliena, tecnologie ipertrofiche, suggestioni che ricordano l’ignoto di Arthur C. Clarke. Come detto, forse troppi elementi, ma tutti gestiti con diligenza e in modo non scontato. Mai banale.

Una fase del romanzo appare, addirittura, sperimentale nella sua forma. Mi ha disorientato, a dire il vero, ma non abbastanza da farmi storcere il naso ed è una confusione di breve durata.

Il romanzo si può facilmente spezzare nei famigerati tre atti. Ognuno di questi è diverso dagli altri, sebbene costituiscano tutti gli step necessari allo scopo annunciato nell’incipit. La trama avanza parallelamente al percorso interiore dei personaggi (o meglio, di alcuni di essi), fino al climax.

Il fatto che gli eventi mutino a ciascun punto di svolta aiuta la scorrevolezza della storia, poiché ciò risveglia l’interesse del lettore e stimola maggior curiosità. Non c’è dubbio che Silverberg abbia saputo conservare il coinvolgimento e aumentarlo man mano, fino alla rivelazione ultima. L’opera è, oltretutto, di breve durata, il che è sempre positivo.

Tuttavia, la narrazione non procede rapida come si spererebbe. I numerosi ricordi e flashback la frammentano, rallentano, e alcune scene (soprattutto nel primo atto) si ripetono senza che ve ne sia necessità. Infine, sebbene il salto di punto di vista generi un positivo interesse, esso non può che abbassare il ritmo e frammentare ulteriormente lo svolgimento.

La Città-Labirinto, Mondadori, 1968

La Città-Labirinto (altro titolo per L’Uomo nel Labirinto). Mondadori. 1968

Silverberg si dimostra fin troppo fluido coi suddetti salti. Capita che utilizzi la terza limitata come se fosse una onnisciente, inserendosi nella testa di diversi personaggi all’interno di una singola scena. Il risultato è confusionario e, invece di aumentare il senso di continuità della narrazione, lo diminuisce.

In queste evenienze di pseudo-onniscienza, infatti, non è chiaro perché i pensieri dei personaggi debbano essere leggibili solo a tratti, come se l’autore ammettesse di celarli o meno per le finalità del libro (pertanto, manifestandosi al lettore). Chiaro che ciò risulti artificioso e poco elegante. Poi, se ci si cala in un personaggio per svariate pagine e lo si fa comunicare con un altro, per poi saltare all’altro mentre discute col precedente, allora lo smarrimento è assicurato.

Altro punto a sfavore è la prosa. Se già Morire Dentro si era dimostrato altalenante in quanto a chiarezza d’immagine, concretezza e sensorialità, L’Uomo nel Labirinto si attesta ancora più in basso. Molte parti sono raccontate al lettore per comodità dell’autore, di getto e senza alcuno sforzo compositivo.

Capita che le descrizioni siano così vaghe e generiche che, oltre a non visualizzare un bel niente, non si capisca neanche cosa stia succedendo. E questo, ancora, soprattutto nel primo atto. Il Silverberg di Gilgamesh era ancora in mente Dei.
Detto questo, i dialoghi sono stimolanti e i pensieri significativi, coerentemente alla buona caratterizzazione.

L’Uomo nel Labirinto… senza labirinto

Parlavamo di tre atti, giusto? Come avrete intuito a questo punto, trovo che il primo sia senz’altro il più debole. È inevitabile, poiché l’impostazione avviene attraverso ricordi e riassunti piuttosto che in medias res, ma ciò è dovuto anche all’azione stessa, cioè all’attraversamento del labirinto. Qui la summenzionata prosa mostra tutti i suoi limiti. Non solo: anche l’inventiva di Silverberg non dà il meglio di sé.

Le trappole del labirinto sono insulse e poco interessanti; così il labirinto stesso, che, alla fine della fiera, è un pretesto narrativo più che un protagonista. La storia del labirinto e i suoi segreti si dimostrano inutili o banali, quando non vengono accantonati per restare irrisolti. Chi credesse d’immergersi in una storia alla Maze Runner, o dai risvolti particolarmente ingegnosi, farebbe meglio a ripensarci.

Il punto di forza del romanzo sono le relazioni che legano i personaggi. La trama è, in effetti, fatta di interazioni, e da queste dipende l’esito della medesima. I ricordi ci riportano a stadi precedenti di quelle relazioni o a relazioni secondarie. Il concetto che emerge e che lega il tutto ha a che fare proprio coi rapporti umani e con l’umanità intesa nel suo aspetto politico.

Человек в лабиринте, Сонат, 1990

Человек в лабиринте, Сонат, 1990

Il lato letterario mostra comunque l’inesperienza dell’autore rispetto alla padronanza che avrebbe acquisito in seguito. Alcuni concetti sono discussi apertamente dai personaggi, con tanto di citazioni, invece di essere affrontati indirettamente o lasciati al lettore. È il caso, per esempio, della hybris di cui avrebbe peccato Muller tanti anni prima.

Non è un errore in sé, sia chiaro, e l’esempio in questione è coerente al protagonista. La trovo solo una scelta leggermente meno elegante di ciò che l’autore sarebbe stato in grado di fare.

Robert Silverberg, il Machista

Un ultimo appunto va all’introduzione di Neil Gaiman e alla reazione del pubblico contemporaneo. Gaiman ha scritto che «l’assenza di donne nella storia, fatta eccezione per le cortigiane e i racconti biografici di sesso, è una delle poche cose che lo denunciano come qualcosa che proviene dal nostro passato». Allo stesso modo, i lettori che hanno riscoperto l’opera di Silverberg hanno espresso rammarico per l’oggettificazione delle donne e il sessismo che emergerebbero dal libro.

La “critica” in questione è chiaramente di matrice politica e, in quanto tale, non vale nulla. Trovo assurdo che ci debbano essere le cosiddette quote, oggi, nei media culturali; che siano etniche, rosa o quant’altro, si tratta di forzature ideologizzate dai chiari scopi: abituare a una precisa visione del mondo.

I veri autori non piegano la loro arte a qualcosa che non appartiene loro. Se cercate il politicamente corretto, l’asettico, il finto, lo snaturato, allora vi consiglio di approdare su altri lidi. Per di più, le donne appaiono ne L’Uomo nel Labirinto; una di esse ha anche una certa importanza. Tuttavia, sì, sono guardate con concupiscenza ed esse stesse sfruttano tale debolezza degli uomini.

Sembra che per Silverberg gli uomini siano spesso attratti dal corpo delle donne più che dal loro cervello. Mostruoso e irrealistico, vero?

Muller li vedeva avvicinarsi sempre più ed era stupito della propria calma. Aveva distrutto il drone e dopo non ne erano stati mandati altri, ma i suoi schermi mostravano gli uomini accampati nei settori periferici. Non riusciva a distinguere con chiarezza le loro facce e neanche capiva che cosa stessero facendo, ma ne aveva contati una dozzina, più o meno. Da dieci a quindici, gli pareva. Alcuni si erano sistemati nella zona E e un altro gruppo, più numeroso, in quella F. Ne aveva anche visti morire alcuni nelle zone pericolose.
Aveva la possibilità di attaccare in diversi modi. Per esempio, poteva inondare la zona E con l’aiuto dell’acquedotto: l’aveva già fatto una volta, inavvertitamente, e la città aveva speso un giorno intero per ripulirsi. Ricordava che, durante l’inondazione, la zona E era rimasta sigillata da paratie stagne per impedire che l’acqua ne uscisse. Se gli invasori non fossero annegati subito, certamente sarebbero finiti per errore in qualche trabocchetto. Muller poteva fare molte altre cose per impedire agli intrusi di raggiungere il centro.
Ma non fece niente. Sapeva che alla base della sua inazione c’era il desiderio inconfessato di spezzare l’isolamento di quei lunghi anni. Per quanto li odiasse, per quanto li temesse, per quanto detestasse l’intrusione nella sua solitudine, permise loro di avanzare. Ormai l’incontro era inevitabile. Sapevano della sua presenza. (Conoscevano anche la sua identità?). E, per sua e loro disgrazia, l’avrebbero trovato. Avrebbe saputo se nel suo lungo esilio era guarito dalla sua malattia e se era di nuovo adatto alla compagnia umana. Ma conosceva già la risposta.
Aveva passato quasi un anno tra gli hydrani, poi, vedendo che non concludeva niente, era rientrato nella sua capsula e aveva puntato verso il cielo, riprendendo possesso della nave rimasta in orbita. Se gli hydrani possedevano una mitologia, certamente lui era entrato a farne parte.
(L’Uomo nel Labirinto, pag 113-114)

Conclusione: Consigliato.

Contro:

  • Prosa mediocre
  • Narrazione spesso raccontata e pigra
  • Salti improvvisi di punto di vista
  • Un labirinto deludente e davvero scontato
  • Tanti ricordi e flashback che rallentano il ritmo
  • Alcune sequenze inutilmente ripetitive
  • Primo atto sottotono rispetto agli altri due

Pro:

  • Personaggi dalla caratterizzazione approfondita e convincente
  • Le interazioni tra i personaggi sono i momenti migliori del romanzo
  • Tanti elementi fantascientifici di grande inventiva e spessore… a eccezione del labirinto
  • Un’opera allegorica ricca di spunti psicologici su vari temi, tra cui l’isolamento e i rapporti umani
  • Suggestioni intriganti e misteriose a la Arthur C. Clarke
Voto: Tre Caschi!
Tre caschi Palombaro

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *

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