The Watchmaker of Filigree Street, Natasha Pulley

Titolo originale: The Watchmaker of Filigree Street

Autore: Natasha Pulley

Anno: 2015

Genere: Clockpunk, Fantasy

Lingua: Inglese

Editore: Bloomsbury Circus

Pagine: 325

The Watchmaker of Filigree Street

Ho incontrato questo romanzo prima che fosse tradotto, alla ricerca di qualche chicca clockpunk e retro-fantastica. The Watchmaker of Filigree Street era commercializzato come tale e in Italia, al contrario, l’hanno depositato sugli scaffali della narrativa non di genere. Possibile che il fantastico ancora non “tiri”? Misteri dei nostri abili editori, o dei preparatissimi librai.

Eppure, L’orologiaio di Filigree Street un genere ce l’ha eccome; anzi, fin troppi, ma di questo parleremo a tempo debito. Inoltre, l’autrice non ha messo su carta particolari lirismi, ma una storia ricca e completa. Sebbene confusa.

Andiamo con ordine. L’orologiaio di Filigree Street è il primo romanzo di Natasha Pulley, laureata in letteratura a Oxford, libraia, membro della squadra editoriale di Cambridge University Press e, grazie a una borsa di studio, ex-gaijin.

Chiaro che una ragazza con un simile curriculum godesse di un trattamento di prima classe, tanto nella cura del romanzo quanto nella sua promozione, perciò non mi stupisce che il successo sia arrivato fin nel Bel Paese, grazie a Bompiani. Ma si tratta di un successo meritato?

Non sta a me dirlo. Quello che posso dire, però, è che il romanzo ha i suoi pregi e i suoi tanti difetti.

L’orologiaio di Filigree Street: un coacervo acerbo

In primis, nonostante la cura editoriale e il background dell’autrice, lo stile risulta davvero acerbo. Si tratta di uno dei principali punti deboli del romanzo.

La prosa si articola in rimandi, allegorie, metafore, battute e chi più ne ha più ne metta. Le descrizioni sono pesantemente verbali, con pochi sprazzi di immagini in mezzo alle chiacchiere; il risultato è una narrazione lenta, vaga, difficile da visualizzare e che, soprattutto nei momenti più concitati, confonde il lettore.

Questo limite emerge con forza nei capitoli finali, quando gli spostamenti e le azioni dei personaggi diventano estremamente nebulosi. Per di più, capita che l’autrice si soffermi sui dettagli ambientali piuttosto che sul momento o sull’oggetto in discussione.

Certo, ci sono occasioni in cui l’arguzia della frase colpisce il segno e fa sorridere, oltre a veicolare l’immagine cercata, ma sono davvero rari. È come leggere continui ammiccamenti, tanto pretenziosi quanto fallaci e inutili. In questo, L’orologiaio di Filigree Street ha senz’altro una vena letteraria.

Insomma, se l’autrice si fosse preoccupata del significato invece che della forma comunicativa, il romanzo ne avrebbe giovato in termini di chiarezza, scorrevolezza e coinvolgimento.

Ma entriamo nello specifico. Qui di seguito la trama, come riportata nell’edizione italiana.

Londra, 1883.
Thaniel Steepleton, giovane, modesto telegrafista al ministero dell’Interno,
una sera trova un dono anonimo sul cuscino del suo letto: un orologio d’oro.
È proprio l’orologio, strillando, a salvarlo dall’esplosione di un ordigno che devasta un pub. Thaniel si trasforma in un investigatore antiterrorismo e rintraccia l’artigiano che ha creato il prodigioso manufatto: si chiama Keita Mori, viene dal Giappone e nel suo laboratorio in una stradina di vecchie case a Knightsbridge prendono vita straordinari esseri meccanici, prodigi luminosi, uccelli di bronzo, un polpo rubacalzini. L’incontro con Mori —
e quello con Grace Carrow, brillante studentessa di fisica che cerca di combattere i pregiudizi per diventare una scienziata e scoprire la verità sull’etere luminifero — cambierà la vita di Thaniel. Tre personaggi che non sono mai quello che sembrano, un passato — e un futuro — che uniscono in modo singolare l’Inghilterra all’estremo Oriente, una miscela specialissima di storia e magia per un romanzo d’esordio che sfugge alle etichette e chiede al lettore di stare al gioco senza riserve.
L'orologiaio di Filigree Street, di Natasha Pulley

L’orologiaio di Filigree Street, 2017, Bompiani

Si parla di prodigi meccanici, etere luminifero, e di una Londra del 1880. Ma anche di un esordio che sfugge alle etichette, e questo è in parte vero.

L’ambientazione, che si traduce nell’aspetto storico del romanzo, è dettagliata e ben curata. La Londra della Pulley è realistica, ricca di riferimenti topografici, culturali, politici e così via; e lo sono, allo stesso modo, le figure che la abitano. Eccetto l’orologiaio, Keita Mori, che possiede una capacità in tutto e per tutto soprannaturale.

Qui emerge il nucleo fantasy dell’opera, intrecciato a quello retro-futuristico e clockpunk, cioè l’esistenza dell’etere luminifero e le creazioni meccaniche dell’orologiaio giapponese. Si tratta del What-if della storia, su cui si regge l’intero intreccio e che, ahimè, non ha ne capo ne coda.

Per spiegarlo dovrei fare uno spoiler, che riporterò di seguito. Vi invito a NON APRIRLO se intendete leggere il romanzo, poiché il fattaccio condiziona la storia sin dalla prima parola.

Qui mi limiterò a dire che le capacità di Keita Mori non hanno alcuna reale giustificazione e hanno una portata tale che l’idea e l’intreccio perdono di senso. Inoltre, anche immaginando dei paletti a queste doti, come indicato erroneamente dall’autrice, non ho potuto fare a meno di ravvisare delle falle logiche nel loro funzionamento.

Keita Mori, l’orologiaio giapponese, è un telepate. Ma un telepate potentissimo: carpisce i pensieri, le intenzioni delle persone ovunque esse si trovino, in qualsiasi momento, e non solo. È anche un veggente.
 
La spiegazione? L’orologiaio è capace di percepire gli spostamenti dell’etere luminifero, che «permea ogni cosa». Il funzionamento delle sinapsi provoca uno spostamento d’etere, perciò Mori sa quando qualcuno sta pensando.
 
Assurdo, vero? Non si capisce come o perché Mori abbia queste capacità, né il loro funzionamento. Come diavolo fa Mori a percepire spostamenti d’etere al di fuori del suo corpo? E a continenti di distanza, addirittura! Ma soprattutto, come fa a interpretare tali minuscole variazioni al punto da leggere i pensieri che le producono?
 
Natasha Pulley indica un punto debole al fenomeno: il caso. Poiché, per esempio, il lancio di un dado implica un risultato assolutamente casuale, Mori non sarebbe in grado di prevederlo. Per questo motivo l’orologiaio crea Katsu, il polpo meccanico, dotato di rotismi ad azione casuale. Sarà Grace, la protagonista, a sfruttare tale punto debole attaccando una bomba a Katsu e vagando per la città lanciando una moneta.
 
Qui sorge un’evidente contraddizione. Se Mori è capace di sentire i disturbi di etere ovunque e di qualsiasi, microscopica entità, perché non dovrebbe percepire il movimento dei rotismi (sicuramente più consistente di quello generato dalle sinapsi)?
 
Allo stesso modo, perché Mori non dovrebbe percepire la variazione di etere data dall’incontro con le diverse facce di un dado? Le facce non sono assolutamente tutte uguali, come sappiamo: in una c’è un incavo, o un’escrescenza, un punto di vernice eccetera. In una ce ne sono due, in una tre e così via fino a sei, il che provocherebbe un disturbo variabile nell’etere, più che nella misura in cui ce ne accorgiamo col tatto.
 
Ma non è finita. Mori dovrebbe, a maggior ragione, percepire il movimento di tutti gli umani della terra, indipendentemente dal pensiero. Cosa stanno facendo, dove stanno andando… sicuramente lo spostamento di un corpo provocherebbe un disturbo nell’etere di entità considerevole. Perciò Mori dovrebbe essere onnisciente e invincibile, e Grace non avrebbe dovuto avere chance di confonderlo e seminarlo celando i suoi pensieri, tirando una moneta eccetera. Per altro, le due facce di una moneta non sono affatto uguali…

Con la rivelazione soprannaturale, dunque, quello che appariva come un romanzo storico dalle tinte gialle si trasforma in un thriller fantasy.

Proprio a quel punto, la storia s’interrompe. C’è un momento, per altro consistente nel numero di pagine, in cui la vicenda cessa di avere una direzione, poiché la situazione iniziale si è risolta e gli eventi si muovono senza una meta precisa. Fortunatamente, la capacità soprannaturale di Keita Mori innesca una serie di nuovi problemi che a loro volta portano a un nuovo intreccio, collegato al precedente mediante situazioni e personaggi.

Si ha la netta impressione, in effetti, che la vicenda fino a quel momento sia stata un pretesto. E lo è, nei fatti. Il che significa, però, che i personaggi sono più passivi di quanto sembrino (come dimostreranno anche in seguito) e che noi lettori abbiamo perso tempo. Ciò che sospinge la nuova trama è ben poco rispetto alla posta in gioco precedente.

Natasha Pulley

Natasha Pulley

La storia perde mordente e la narrazione va rarefacendosi fino agli ultimi capitoli, quando si sveglia prima di esalare l’ultimo respiro. La mole di chiacchiere, situazioni e vicende inutili che vengono raccontate esacerba la già triste situazione.

Ma non è finita. L’orologiaio di Filigree Street mette in gioco un terzo intreccio a fine libro, in cui scopriamo che il protagonista non era chi pensavamo che fosse. Questa rivelazione è gratuita, nel senso che non ci sono giustificazioni, anche in questo caso, al cambio di prospettive, e apre il romanzo alla storia d’amore e a un genere che citerò negli spoiler.

In breve, Thaniel fa outing e se la fa con Mori, di cui si è perdutamente innamorato. Lo scopo di Thaniel, da quel punto in poi, è proteggere Mori e preservare la loro “vita insieme”. Alla fine, per altro, adottano pure una bambina! A fine ‘800!
 
Come se non bastasse, nell’intera durata del romanzo non c’è alcun accenno alle tendenze nascoste di Thaniel. Non dico che avrebbe dovuto correre nei campi fioriti, ma almeno un pensiero su sé stesso o sugli altri avrebbe dovuto solcare la sua vuota testa. Al contrario, l’outing del protagonista avviene come se fosse la cosa più naturale del mondo e non provoca, in seguito, neanche una riflessione.
 
Questo sancisce l’evidente passività di Thaniel, burattino nelle mani dell’autrice, e la fine di ogni parvenza di senso e realismo. Ammesso che ve ne fosse ancora una briciola.

Da un certo punto in poi, insomma, non si capisce più dove il romanzo voglia andare a parare. Ciò detto, una delle migliori sequenze avviene proprio verso la fine e rende più interessanti e movimentate le ultime pagine. Sebbene, ripeto, si basi su degli errori logici. Peccato, comunque, che lo stile peggiori al punto da rendere il tutto troppo ostico da seguire con precisione.

Per quanto riguarda i personaggi, le mie impressioni sono altrettanto negative. Dapprima ho iniziato ad apprezzarli ma, dalla seconda parte del romanzo, l’autrice smette di approfondirne le qualità e la vicenda li relega alla paralisi spirituale e caratteriale, coerente per altro alla staticità della storia.

Mori è, forse, il personaggio più insignificante di tutti, mentre Thaniel diventa passivo fino all’inverosimile. Grace è il personaggio che ho preferito, poiché è l’unico a distinguersi nei suoi modi di fare, dire e pensare, senza artifici assurdi come la percezione dei “suoni a colori” di Thaniel. Nonché l’unica a perseguire uno scopo dall’inizio alla fine della storia.

Mori. Chissà che razza di nome era.
Pareva italiano. Rimise la cartina nella calotta e continuò a gettare lo sguardo verso l’orologio intanto che si alzava: rasatura allo specchio,
cravatta, colletto. Compiva quelle operazioni, la mattina o la sera,
da abbastanza tempo per sapere, anche senza consultare l’orologio,
che vestirsi richiedeva ventuno minuti. Era una routine così ben consolidata che se cercava di fare qualcosa di insolito o di andare più piano, cominciava ad avvertire una pressione alla base del cranio. La cosa gli rendeva difficile lo studio dell’orologio e più divorante del dovuto il dubbio se portarselo dietro o no. Alla fine lo prese. Voleva mostrarlo a Williamson. Prima di richiudersi la porta alle spalle, diede un’ultima occhiata alla stanza. Tutto era pulito, più pulito di come l’aveva trovata,
e non c’era il minimo disordine. Se Annabel fosse dovuta venire a occuparsene, le sarebbe bastata mezz’ora per impacchettare quello che aveva lasciato.
Thaniel si avviò nella tenue nebbiolina. Era invece ancora fitta sul fiume,
dove trasformava gli alberi delle navi in fantasmi scheletrici e tratteneva l’odore stagnante dell’acqua. Il tragitto a piedi lo portò davanti al parlamento e all’abbazia di Westminster, le cui alte facciate lo ammantarono di un’ombra che conservava ancora il freddo della notte, poi lungo Whitehall Street con la sua schiera di nuovi (refuso del libro, non mio) e vivaci costruzioni. Il nodo che si stava formando nelle sue viscere si strinse. La bomba esplosa alla stazione Victoria era un ordigno a orologeria piccolo abbastanza da stare in una scatola di scarpe. Persino le molle di un comune orologio potevano andare avanti per un giorno e più.
Con ogni probabilità la nuova bomba era già stata piazzata.
Il giallo della scala suonava distante e anche la sala telegrafi al secondo piano gli parve più in alto. Dovette fissare la prima macchina per diversi minuti prima di riuscire a muovere le mani e inserire una nuova bobina di carta, e quando l’ebbe fatto la strinse talmente forte da piegare il bordo superiore in cinque punti, corrispondenti alle sue dita. Non ebbe tempo di inserirne una più dritta che il telegrafo cominciò già a vibrare e a sputare un messaggio. Essere costretto a concentrarsi e a fare qualcosa gli diede una scossa. Era stupido pensare che a Whitehall sarebbe senz’altro esplosa una bomba. Se tutti avessero girato mezzo paralizzati, il Clan na Gael non avrebbe dovuto nemmeno ricorrere alla dinamite per mettere in ginocchio la macchina dell’apparato statale. Lui un irlandese non l’aveva mai conosciuto, ma all’improvvisò stabilì che per nessun motivo al mondo avrebbe trascorso la giornata a preoccuparsi e a tremare come una foglia.
(Pag. 42-43)

Conclusione: Sconsigliato.

Contro:

  • Un pot-pourri di generi e intrecci, l’uno più debole dell’altro
  • L’elemento fantasy è fallato ed eccessivo
  • Stile amatoriale, ostico e confusionario
  • La narrazione si ferma nella seconda parte del libro, per poi riprendere più lenta di prima
  • Personaggi insignificanti e passivi, per la maggior parte
  • Sotto-trame, dialoghi e azioni assolutamente inutili. Avrei tagliato del tutto i capitoli giapponesi

Pro:

  • Qualche descrizione la cui arguzia va a segno
  • L’ambientazione storica è realistica e ricca di dettagli, sebbene ingenua in qualche caso
  • Il contesto dei personaggi è interessante e ben studiato. Più dei personaggi stessi
Voto: Un casco!
Un casco Palombaro

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *