Sono tornato in questo buco per formalità. È come lo ricordo, come se il sisma non fosse mai avvenuto.
La penna cessa di scrivere. Batto il pugno sul tavolo tarlato, agito la stilo e ci alito sopra. Adagio il pennino sulla pagina di diario; l’inchiostro fuoriesce come una stilla di sangue e imbeve la carta.
Ho fatto un salto alla chiesa dove si terrà il funerale. L’hanno ricostruita con una precisione millimetrica. Non c’è nulla da fare, resteranno antiquati e clericali anche tra un millennio; del resto lo sono da otto secoli, nonostante i continui terremoti. Morti non ce ne sono mai stati: si evacua sempre un giorno prima, come se si sapesse l’ora esatta delle scosse. La gente parla di oracoli, dell’apparizione di una data. La Madonna delle Faglie, è lei la protettrice. Ma severa: pretende una giovane vita ogni volta, e un ragazzo svanì davvero ai miei tempi.
Superstizioni popolari. Mollai tutto, scappai all’estero e mi realizzai come avrei dovuto. Qual era l’alternativa?
Lascio la penna con un lungo sospiro. Le ore di macchina mi hanno stordito. Dovrei coricarmi; mi aspetta una giornata pesante, domani.

 

***

 
Spingo il portale intarsiato, esco all’aria aperta. Odori e volti dell’infanzia mi passano accanto, misti alla polvere sollevata dalla brezza. Voci roche, ma ricordo l’inflessione e l’antico dialetto. Rughe e corpi macilenti, eppure riconosco tutti. Perché non scappano da questa trappola?
Un ragazzo dalla barba incolta mi saluta da lontano. Mi approccia, mi stritola la mano con le sue dita callose e incrostate di argilla. «Condoglianze, Beppe».
Sono decenni che non mi chiamano così. «Grazie».
«Sono Ezio. Ti vedo bene; com’è la vita, laggiù?».
«Tu invece hai una brutta cera», gli sorrido e ammicco alle farine edili di cui è inzaccherato. «Che ne dici di anticiparci? Ho visto abbastanza, qui».
«Come vuoi. Ci metteremo un po’ a raggiungere la grotta. Ricordi le scampagnate che facevamo sull’eremo?».
Partiamo a passo svelto. Usanza vuole che un paesano venuto da fuori e uno che non ha mai abbandonato il paese si uniscano per una preghiera sui Monti Sibillini.
La bruma boschiva ci avvolge. I legnetti crocchiano sotto gli stivali. «Dì, Ezio, ma tu ci credi a quest’oracolo?».
Guadiamo il ruscello. «Per chi mi hai preso? Sono cresciuto anch’io; è stato il sindaco a supplicarmi».
«Mia madre mi ha pregato in ginocchio». Stringo il calcio della rivoltella, pronto a spaventare qualche lupo incuriosito. «Ma che ci faccio qui?».
Ezio mette mano alla fondina. Si gratta le cicatrici; i solchi formano cime e vallate sul cranio bronzeo, polveroso. «Ci sei nato, Beppe».
Risaliamo il sentiero di montagna. La mia testa si svuota e fluttua sulle spalle.
Inspiro profondamente, mi acclimato. «La felicità è altrove».
La grotta della Sibilla si apre nella roccia. Fiaccole all’interno, lungo le pareti del cunicolo. Ezio prende l’accendino e le ridesta. Qualcuna è consumata, si dovrà cambiare.
Discendiamo gli scalini fino a un’ampia camera. Innanzi a noi si erge la Madonna delle Faglie, in pietra scura: lo sguardo cupo e imperscrutabile, il corpo nascosto dai panneggi, braccia e mani aperte come se stesse aspettandosi un dono.
Ezio sbuffa e si genuflette. «Forza».
Lo imito, chiudo gli occhi. Vorrei solo che passasse subito questo supplizio.
Rumore d’acqua. Gocce che precipitano dalla volta, testimoni di vecchie piogge.
Rumore d’aria. Eco del vento che gonfia la caverna, investe i gradini e travolge il santuario. Le mie ciocche sulla nuca si sollevano.
«Benvenuti, prescelti». Una voce di donna rimbomba nella grotta. «Chi di voi è qui per il dono?».
Scatto in piedi, Ezio fa lo stesso. Nient’altro che roccia, intorno, e fiaccole immobili. Persino il fuoco non danza più sugli stoppini. Silenzio ansiogeno.
Ezio mi guarda in cerca di risposte. «È… è la Madonna?».
«Non chiamarmi così!», tuona la voce. La terra trema, detriti mi piovono sul volto e nei capelli. Mi reggo alla parete ballerina, coi timpani che fischiano.
La scossa si arresta. «Non è quello il mio nome». I piedi della statua si ammantano di una peluria grigia e folta. Zoccoli di capra. «Non è mia questa figura usurpatrice che occupa il santuario. E ora rispondete: chi è qui per il dono?».
«Quale dono?». Ezio serra i grossi pugni e corruga la fronte, impiastricciata di malta. Dovremmo fuggire, non parlare! «Siamo qui per salvarci dal prossimo sisma».
«Bene», il tono della voce si fa conciliante. Il suolo si spacca ai piedi della statua. Una crepa profonda. «Allora sarai tu. Sei pronto a rinunciare alla tua vecchia vita?».
Ezio esita a quelle parole. «Io…».
Debbo ragionare a mente fredda, per il bene di entrambi. «Sei impazzito, Ezio? Hai ancora tutta la vita davanti!».
«… Se può servire a proteggere il paese, sarò fiero di offrirla».
«Non devi! Tu puoi essere felice. Davvero ami questo posto?».
Lui mi fulmina col suo sguardo ferino, le iridi nere e venate di rosso. «Lo odio, Beppe. Ma è il mio posto. I nostri avi hanno versato sangue perché esistesse ancora».
«Che senso ha? Tanto vale edificare altrove».
«Lo ricostruirò per l’eternità se dovesse servire, mattone su mattone. Chi ha detto che la vita debba essere felice?».
Ezio avanza verso la crepa. Le suole lasciano impronte umide sul terriccio.
«Tu sarai i terremoti», sussurra la Sibilla. «Tu sarai lo Scuotiterra. Salverai il paese, ma il destino non si può fermare: un’altra città dovrai colpire».
Non posso lasciarglielo fare. «Fermati! È un potere troppo grande! Diventerai un pericolo per il mondo intero, te ne rendi conto? Non ne vale la pena. Questo tugurio non ne vale la pena!».
«Basta!», Ezio sbottona la fondina e mi punta la pistola contro. «Tu eri già in treno, mentre io scavavo tra le macerie. Questo paese prospererà grazie a me, come merita dopo tanto dolore. E se qualcuno si metterà contro di esso, allora sì, io lo distruggerò!».
«Non farmi del male, Ezio!», alzo le mani. «Rifletti: se è questo paese a dover soffrire al posto di altri, che sia! Il mondo è più importante di un pugno di ricordi».
Lui mi guarda con commiserazione, getta l’arma tra le pietre ed entra nel crepaccio. Questo si rimargina e gli avvolge i polpacci.
Ezio sprofonda nel terreno. La pelle brunita si colora d’ebano. Rami d’albero spuntano dalla sua nuca e crescono, germogliano. Le prime, chiare foglie si stiracchiano. Lui schiude le mani; la volta trema al suo comando, la parete rocciosa si frattura.
Apro le gambe, estraggo la rivoltella e la porto agli occhi. Spara tra le vibrazioni, non esiste mano ferma. Premo il grilletto.
Un buco in tempia, uno schizzo di sangue olivastro. Ezio si affloscia sul colpo e si piega sul lato, come una pianta morta. Il terreno che lo cinge lo mantiene in piedi.
Era la cosa giusta da fare.
Fuggo. Tornerò per chiudere la grotta.
«E così sia», la voce della Sibilla echeggia alle mie spalle. «Ancora una volta».
Mi giro; il corpo di Ezio è sparito. Al suo posto, una data incisa ai piedi della statua, tra le impronte e le foglie già morte. Il giorno del prossimo sisma.
Mi scappa un sorriso.
Beppe, mi chiamava. Come ai tempi della scuola, quando percorrevo il cavalcavia al mattino. La strada fosca, umida, della cui aria sento ancora il sapore.
Corro verso il paese.
Non posso condannarli a morte.

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *