L’Origine della Janara (si legge: Ianara)

Dopo l’articolo sul Munaciello, continuiamo la nostra avventura nel mondo del folklore campano. Oggi tocca alla Janara, anch’essa presente nel mio Cuore di Tufo, romanzo dark fantasy in cui le leggende napoletane prendono vita.

Se t’interessa l’argomento, fai un salto sulla rubrica Folklore Italiano tra Media e Realtà!

Con Janara (anche chiamata Ghianara) si identifica un tipo di strega diffusa nella Campania tutta e, in particolare, a Benevento. Secondo alcuni, tale nome si originerebbe dal termine Dianara, cioè «sacerdotessa della dea Diana»; secondo altri, Janara starebbe per ianua, cioè «porta». Ed è proprio davanti alle porte che le streghe si sarebbero fermate a contare i granelli di sale, o i fili delle scope di miglio collocate dai contadini a difesa delle abitazioni.

Foto Janara
Strega cattiva, di Silvano Ruffini

In realtà, le teorie sull’origine del termine abbondano. Pietro Piperno, per esempio, cita la Duchessa Iana, una delle Lamie del Tartaro, quale fonte del succitato nome. È opinione diffusa, al contrario, che il culto si origini dalla conquista di Benevento ad opera dei Longobardi. Pare che essi celebrassero Wotan, l’Odino germanico, con dei riti orgiastici proprio sulle sponde del fiume Sabato, ove si trovava il grande noce.

È sotto il noce di Benevento che si tenevano i Sabba, durante i quali le Janare veneravano il diavolo sotto forma di caprone o cane. Nel ducato longobardo, invece, si svolgevano dei singolari tornei: i migliori guerrieri si runivano, guardacaso, attorno a un noce, al quale venivano appese pelli o carcasse di animali (tra cui caproni). I contendenti dovevano infilzare la carne cruda durante la galoppata e mangiarla, il tutto in presenza di una vipera d’oro a due teste.

Tale simulacro era probabilmente legato alla figura di Iside, Dea egizia dei serpenti e maga per antonomasia. Tuttavia, si trattava di un culto precedente alla presenza longobarda, giacché risalente all’imperatore Domiziano. Le prove, a tal proposito, sono tante, tra cui il famigerato Iseo di Benevento, ovvero il Tempio di Iside costruito tra l’88 e l’89 D.C. di cui, purtroppo, non rimane quasi nulla.

Per quanto antico, dunque, il culto di Iside fu ben posteriore a quello di Diana. Tornando alle Dianare, vale la pena ricordare che i raduni stregoneschi di cui parlano le storie contemplavano orge, violenza iconoclasta e atti di cannibalismo, non diversamente dal Tiaso dionisiaco delle Menadi (o Baccanti).

La parola “Sabba”, infatti, potrebbe derivare da Sabazio, divinità frigia o tracica assimilata a Dioniso. Signore della vegetazione, Sabazio è principalmente associato ai riti orgiastici tenuti in suo onore. Come se non bastasse, nei processi stregoneschi si parla di Diana come della “Signora del gioco” e del Sabba stesso come del “gioco di Diana“.

È estremamente probabile che in età preromana atti simili avessero luogo nelle campagne beneventane. Parliamo dei culti misterici dedicati a Jana, Dea italica delle selve e della notte (forse controparte di Giano bifronte), successivamente associata a Diana in epoca romana. Ed è possibile che, in età domizianea, da Diana si passò a Iside coi suoi serpenti. Rettili che tornano nel medioevo longobardo, sia in ottica pagana che cristiana.

La leggenda narra infatti che il vescovo (e futuro Santo) Barbato, dopo la conversione al cristianesimo del ducato beneventano, ordinò di abbattere un grosso albero di noce, attorno al quale si riunivano le streghe. Dalle radici del noce fuoriuscì il demonio sottoforma di serpente e Barbato fece costruire, al posto dell’albero, la chiesa di Santa Maria in Voto.

Noce di benevento raffaele mainella
Il Noce secondo Raffaele Mainella

Tornando all’Italia preromana non è un caso che, tra le divinità italiche, compaia la Dea sabina Strenua (o Strenia, da cui le strenne romane), spesso venerata nei villaggi assieme alla più famosa Diana. I contadini ritenevano che entrambe, nelle notti seguenti il solstizio d’inverno, svolazzassero sui campi per controllare e favorire la germinazione dei semi. Da tali miti deriva la nostra Befana, nonché figure locali come la Strina siciliana.

Per quanto concerne le Janare e la succitata Jana, si ricordi che il Tempio di Diana che sorgeva sui decumani napoletani era meta di pellegrinaggio e doveva esercitare una grande influenza. Per di più, Janare e Dianare (cioè le sacerdotesse di Diana) condividevano i misteri del sapere antico: fabbricavano pozioni, filtri, unguenti; sapevano curare, nutrire, ammaliare; avevano una conoscenza profonda delle erbe officinali e alimurgiche.

Janara, come Difendersi: Poteri e Punti Deboli

Dalle competenze di cui sopra derivano alcuni dei tratti caratteristici delle Janare, a cominciare dagli unguenti magici. Se spalmati sul corpo, questi permettevano loro di volare, scivolare sotto le porte in forma d’olio e diventare invisibili. È così che le streghe raggiungevano il Sabba. Allo stesso modo, le Janare sapevano preparare uno squisito nocino (‘o nucillo).

Parliamo di un rosolio antichissimo, preparato ancor oggi nella notte di San Giovanni Battista (il Santo che fu decapitato per volere di Salomé, figlia di Erodiade). Proprio in quel giorno, infatti, i gherigli delle noci presentano il loro mallo verde e sprigionano olii essenziali e balsamici.

La ricetta del nocillo è la seguente: Ventiquattro noci acerbe, tagliate a spicchi e poste in un vaso di vetro, vengono lasciate a macerare nell’alcool per tutta la notte. Quindi si aggiungono chiodi di garofano, cannella, scorza di limone e noce moscata. Il preparato si lascia macerare fino ad agosto, avendo cura di agitarlo una o due volte al dì. Infine, si scioglie dello zucchero a bagnomaria, lo si lascia raffreddare e lo si aggiunge al composto, dopo aver filtrato quest’ultimo.
Una volta imbottigliato, il nocino deve essere conservato in un luogo fresco per circa quattro mesi. Sarà pronto per il periodo natalizio.

‘Nguento ‘nguento, mànname a lu nocio ‘e Beneviente, sott’a ll’acqua e sotto ô viento, sotto â ogne maletiempo

Ma le Janare sono protagoniste di tante altre “stranezze”. Esse s’intrufolavano nelle stalle e rapivano le giumente per cavalcarle fino al mattino, dopodiché ne annodavano la criniera in alcune treccine. Provocavano una sensazione di soffocamento durante la notte. Scatenavano tempeste. Di giorno, si trasformavano in bellissime ragazze e adescavano gli uomini che avrebbero ucciso.

strega janara, disegno di Luca Tarlazzi
Una Strega secondo Luca Tarlazzi

Le storie, com’è ovvio, differiscono a seconda della provincia di provenienza. In alcune, le Janare causavano incubi terribili e rapivano o mutilavano i bambini. Se questi ultimi avessero manifestato improvvisamente deformazioni, significava che una Janara li avesse nottetempo passati attraverso il treppiede che si usava nel focolare per sostenere il calderone.

La janara ll’è passato dinto ‘u trepète

Nel casertano appare addirittura la figura dello Janaro: uomini nati la notte di Natale che, per il resto della vita, si sarebbero trasformati al calar del sole in araldi del male.

Alcune favole parlano di amori tra uomini e Janare, sebbene molti finiti in disgrazia. Inoltre, catturare una Janara trasformata in vento od olio garantiva una benedizione: la famiglia del fortunato sarebbe stata protetta dalle streghe per sette generazioni.

Il punto debole delle Janare erano i capelli: per poterle acciuffare, infatti, era necessario afferrare la loro chioma. A quel punto, la Janara avrebbe domandato «che tie”n mano?». Alla risposta «fierro e acciaro» i capelli si sarebbero trasformati in una massa pesantissima, decretando la cattura della strega. Se, al contrario, si fosse risposto «capiglie», la Janara sarebbe sfuggita alla presa dicendo «e ieo me ne sciulie comme a n’anguilla».

Per soprendere una Janara durante la notte, invece, le si poteva rivolgere la frase «Janà, vie’ pe’ sale». La strega si sarebbe presentata il mattino dopo a chiedere il sale. Altrimenti, si poteva replicare il trucco della scopa anche in pieno giorno, tipicamente all’uscita dalla Messa domenicale. La Janara sotto mentite spoglie si sarebbe immancabilmente fermata sul sagrato a contare i fili di miglio, vittima inconsapevole della sua aritmomania.

Secondo le credenze dell’Alto Casertano, invece, individuare una Janara era ancora più facile: era sufficiente che la malcapitata fosse l’ultima credente a lasciare la chiesa dopo le sacre funzioni per destare sospetti. In presenza di una Janara, bisognava pronunciare la formula «Janara, oggi è sabato» per scongiurare una possibile visita notturna e per incitare la strega a raggiungere le sue “colleghe” presso il noce.

Se non si conosce con esattezza l’ubicazione della Ripa delle Janare, il locus dell’albero di San Barbato dove si sarebbero consumati i riti oscuri, esistono comunque dei posti strettamente collegati alle suddette streghe. Mi riferisco a San Lupo, in provincia di Benevento, dove ci si può imbattere nel famoso torrente delle Janare, attraversato dal Ponte delle Janare. La leggenda prìncipe che aleggia su tali luoghi è quella di una bambina, figlia del diavolo e di una strega, rinvenuta proprio sulle sponde del torrente e adottata da una coppia di pastori.

San Lupo, Ponte Janara
Il Ponte Janara di San Lupo

La bimba divenne una splendida fanciulla e fu avvicinata da un nobile di Limata, che respinse. L’uomo decise di vendicarsi e diffuse una voce maligna: la fanciulla avrebbe celebrato riti stregoneschi proprio sul torrente. I Sanlupesi la gettarono dunque dal Ponte e la giovane affogò per non riaffiorare mai più. Da quel giorno, le persone affermarono di aver avvistato il fantasma di una ragazza bellissima sul Ponte. Fantasma che, grazie al suo fascino, avrebbe attirato gli uomini e li avrebbe spinti a saltare nel vuoto.

All’alveo del torrente, invece, è possibile scorgere la sommità di un masso che emerge dall’acqua, simile al dorso di un animale. La leggenda vuole che si tratti della pozza dell’inferno da cui emergeva il Diavolo per celebrare i riti con le sue Janare. La gola del fiumiciattolo prendeva così il nome di coste delle Janare. I gorghi che si formano sulla superficie, invece, vennero chiamati «wurv d’ ‘r ‘nfiern», cioè gorghi dell’inferno: mulinelli che avrebbero inghiottito e fatto sparire svariate persone, tra cui l’ultimo discendente del nobiluomo di Limata.

Da questa vicenda è stato tratto il film Janara di Roberto Bontà Polito.

Le Janare, come detto, erano solite invadere le abitazioni dei contadini dopo i Sabba. Per tale motivo a San Lupo è ancora utilizzato l’abbetiello, la figurina di un Santo o della Madonna cucita in una pezzuola. Immagine che le mamme appendono al collo dei figli, a mo’ di talismano, o che spillano sulla biancheria. Per ottenere la massima protezione contro le Janare, con l’abbetiello si crea un cuscinetto sul quale vengoni posti oggetti di metallo ed erbe incantate.

Le Janare e le Streghe d’Italia

Benevento è la città delle streghe, per cui non potevano mancare altre figure oltre alla Janara. Tra le streghe locali abbiamo infatti la Zucculara, che infestava la zona del teatro romano (il Triggio). Trattasi di una creatura zoppa che inseguiva i viandanti e faceva un gran baccano coi suoi alti zoccoli. Nessuno ha mai visto il suo aspetto, poiché nessuno ha mai osato voltarsi durante la fuga. Sembra che derivasse da Ecate, che indossava un solo sandalo ed era venerata nei trivii.

The magic circle, john william waterhouse
The Magic Circle, di John William Waterhouse

La Manalonga (cioè “braccio lungo”) è una strega altrettanto inquietante. Ella viveva nei pozzi, in agguato, pronta a trascinare giù chiunque passasse nelle vicinanze, e aveva una passione per i bambini, solitamente i più incauti e curiosi; inevitabile che qualcuno si affacciasse sul suo nascondiglio. Si tratta, inoltre, di una figura estremamente comune nel folklore italico: si pensi alla Mariacatena (o Maria Còtena) di Limatola, che usava una catena per trascinare le sue vittime; alle tantissime versioni sarde, con Mama e’ funtana, Maria Abbranca, Maria Puzzu, Maria Farranca, Maria Pettenedda, Maria Mangrofa…; alla Marabecca (o Marrabbecca) siciliana eccetera.

Anche le Janare hanno numerose “colleghe” nel panorama nazionale. Ad esse sono assimilabili, per esempio, le Maciare dell’alta Irpinia, sebbene queste fossero più propense alle malocchiature; le Stiare pugliesi, capaci di trasformarsi in gatti mediante gli unguenti e che si riunivano intorno a un grande albero di noci; le Cogas o Bruxas sarde, anch’esse malate di aritmomania (coi grani del rosaio, in questo caso), le quali s’intrufolavano in casa per uccidere i neonati di sesso maschile.

E ancora: Sa Sùrbile, variante vampirica della Coga che entrava nelle case sottoforma di vento e contava i denti dei pettini; le Animulari di Trapani, che si radunavano di nascosto e spalmavano sul corpo impiastri identici agli unguenti magici delle Janare.

Le Magare calabresi che, come le streghe beneventane, visitavano le case al calar del sole, soffocavano durante il sonno, contavano il contenuto dei sacchetti e, soprattutto, soffrivano del medesimo punto debole della loro controparte campana: i capelli. Un uomo che avesse afferrato una Magara per i capelli, alla domanda «Che cos’hai in mano?» avrebbe dovuto rispondere «corde di acciaio che non si spezzano».

Quello degli unguenti che garantirebbero il potere del volo, il teletrasporto, la metamorfosi o, più genericamente, il passaggio dal mondo ordinario a quello straordinario era un aspetto comune nel panorama della stregoneria italiana. Sappiamo che le megere fossero esperte nell’uso delle erbe medicinali, certo; tuttavia i rimedi naturali, nell’antichità, erano utilizzati da chiunque. Basti pensare all’erboristeria medievale.

La fabbricazione di balsami e impiastri non era certo motivo di scandalo. Ciò che differenziava le Janare e le loro colleghe dalle persone comuni, al contrario, erano gli ingredienti che usavano. Mandragora, Aconito, Belladonna (di cui si dice fosse composto l’unguento delle Janare), Licopodio… non è un caso che piante di questo genere vengano anche chiamate “erba strega”, “erba del diavolo” (lo Stramonio) eccetera.

Trattasi, in molti casi, di veri e propri delirògeni, ovvero di agenti talmente forti da far impallidire droghe allucinogene e sostanze psichedeliche come l’LSD. Le allucinazioni che provocavano queste piante non erano semplici miraggi, ma deliri estremamente elaborati e interattivi che duravano più giorni di fila. Si pensi, poi, che i principi attivi di tali droghe necessitavano di dosi quasi fatali per sortire effetti.

donna con erbe (strega?)

Janare e compagnia erano, dunque, esperte in dosaggi e sinergie delle succitate sostanze. Pare, inoltre, che spalmarle sulla pelle permettesse loro di assorbire i principi attivi minimizzando gli effetti collaterali (per quanto possibile, ovviamente). La stessa risata isterica della strega sarebbe attribuibile agli effetti delle droghe, non diversalmente dal sorriso sardonico che provoca il tetano.

Per quanto riguarda le origini della stregoneria italiana, va detto che la pista pagana è senz’altro la più probabile. Le figure che si rifanno alla Dea Diana abbondano sia nelle fonti inquisitorie che nelle rimanenze delle varie religioni contadine. Tuttavia, non mancano riscontri con divinità alternative (ma assimilabili) come Ecate, Bellona, Iside, Cibele e Mefite.

Anche la principessa leggendaria Erodiade appare nelle tradizioni stregonesche del Bel Paese (nel folklore romano e nell’alta Italia, per esempio), nonché nelle confessioni estorte dagli inquisitori, in cui viene spesso associata a Diana.

Se i raduni delle Janare si chiamavano Sabba nel beneventano, essi prendevano il nome di striozzo o strigozzo nel veneziano; tregenda nella tradizione nordica; gioco o gioco di Diana un po’ dappertutto e così via. Questi riti si tenevano preferibilmente il giovedì, oppure in corrispondenza di alcune date tradizionali. Le Quattro Tempora, per esempio, ovvero: fra la terza e la quarta domenica di Avvento; fra la prima e la seconda domenica di Quaresima; fra la Pentecoste e la solennità della Santissima Trinità; fra la terza e la quarta domenica di settembre, cioè dopo l’Esaltazione della Santa Croce del 14 settembre.

Strettamente collegata alle streghe italiche è la notte di San Giovanni, tra il 23 e il 24 giugno, la più breve dell’anno e quella in cui è ambientata, per intenderci, l’opera Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. È durante la suddetta notte che le donne desiderose di restare incinte potevano realizzare il proprio sogno: era necessario recarsi al famoso noce e ivi bagnarsi le parti intime con della rugiada. È durante quella notte che si raccoglievano le noci per preparare il nocino perfetto, come scritto in precedenza. Ed è con le erbe di San Giovanni che un ignaro testimone poteva curare il malocchio procurato da quegli stessi riti in cui si era sbadatamente imbattuto.

E domani è Santo Giovanni,
fratel caro: è San Giovanni
Su la Plaia me ne vo’ gire
per vedere il capo mozzo
dentro il Sole all’apparire,
per vedere nel piatto d’oro
tutto il sangue ribollire.

(da La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio)

Il passo sopramenzionato si riferisce a un’antica tradizione abruzzese: le giovani si svegliavano alle prime ore dell’alba e la ragazza che avesse visto nel disco vermiglio il volto di San Giovanni si sarebbe sposata entro l’anno.
Durante questa notte veniva prodotta anche l’acqua di San Giovanni, o rugiada degli Dei. Si lasciavano macerare erbe e fiori sull’uscio di casa, fino al mattino seguente, in modo che la rugiada magica vi si potesse depositare sopra.

The Feast of Saint John, di Jules Breton. Fuochi di San Giovanni Battista
The Feast of Saint John, di Jules Breton. In molti paesi del mondo (incluso il nostro) è usanza accendere i cosiddetti fuochi di San Giovanni per festeggiare la notte del 24 giugno.

Chi nasci la note di San Zuene
no vedi strighe e no sogna fantasme .

(Proverbio veneto).

In Molise, le ragazze in età da matromonio sceglievano due cardi e, dopo una serie di riti, li ponevano sul davanzale della finestra. Il giorno successivo alla magica notte, la posizione del cardo rendeva possibile prevedere la data delle nozze.

San Giovanni col su’ fogo
el brusa le strighe, el moro, e ‘l lovo.

(Proverbio istriano).

Altre festività relative ai culti stregoneschi sono il Natale (si diceva che una femmina nata il 25 dicembre sarebbe diventata una Janara), Ognissanti, l’Orsa della Candelora, il Maggio Arboreo e, più in generale, le notti di plenilunio.

Le Janare nei Media

La Janara è senz’altro una delle figure più popolari del pantheon folkloristico italiano, nonché delle varie tradizioni stregonesche europee. A livello locale, la leggenda è parte integrante della comunità di San Lupo: è sufficiente mettere piede nel paese per essere accolti da un mosaico che ne racconta la leggenda. Per di più, sul Ponte delle streghe si tengono spesso spettacoli ed eventi a tema, come nel Centro Storico di Benevento.

E Benevento è, ovviamente, il centro di tale fascinazione. Conosciamo tutti il liquore Strega e i relativi torroni, nonché l’omonimo premio letterario. Giuseppe Alberti, l’allora creatore del brand, dedicò proprio alle Janare la ricetta del suo famoso distillato. Parliamo di un miscuglio composta da circa 70 erbe e la cui formula resta top secret sin dal 1860!

Oppure si pensi alla Benevento Calcio, il cui logo raffigura una strega a cavallo di un manico di scopa, il cui inno è “Strega vincerai” e i cui giocatori vengono anche chiamati stregoni.

Ho già citato il film omonimo di Roberto Bontà Polito, ma la Janara si ritrova in tante altre produzioni. Nel racconto omonimo dello scrittore Samuel Marolla, per esempio, pubblicato da Acheron Books nella raccolta Black Tea and Other Tales. O nelle dozzine di saggi sull’argomento, anche monografici, tra cui spicca Nella terra delle janare. Viaggio nell’Irpinia segreta, tra leggende, magia e misteri di Antonio Emanuele Piedimonte, pubblicato da Intra Moenia.

La Janara è anche una band rock/metal di Grottaminarda, in provincia di Avellino. Il loro debut, intitolato (indovinate un po?) La Janara, vanta un cantato squisitamente italiano.

Ma la Janara presta il nome anche ad altri prodotti. Parliamo, per esempio, di “Janare”, una selezione di rossi e bianchi della Guardiense che mira ad «esaltare le caratteristiche qualitative delle produzioni vitivinicole legandole alle irrepetibili specificità dei siti di produzione», nonché alla «salvaguardia di vitigni autoctoni». Vi ci troviamo l’aglianico, il piedirosso, la falanghina… tutti del Sannio beneventano e premiati con vari riconoscimenti.

E ancora: il balletto Il Noce di Benevento, coreografato da Salvatore Viganò e musicato da Franz Süssmayr; Le Streghe di Paganini, variazione su un tema del succitato balletto; il romanzo Vita e opinioni di Tristram Shandy di Laurence Sterne, in cui si nominano ripetutamente i «demoni di Benevento»; la serie per bambini The Witches of Benevento di John Bemelmans Marciano, composta da ben quattro libri illustrati e con un quinto in arrivo nel 2019 (The Secret Janara)

Le Streghe di Benevento, The Witches of Benevento, John Bemelmans Marciano
Nei libri di John Bemelmans Marciano si parla anche della Zoccolara (the Clopper), della Manalonga e di tante altre figure.

Janare e colleghe sono spesso citate, in tutti i media, in relazione alla Caccia alle streghe, un fenomeno che risale al XV secolo e che perdurò fino all’inizio del XVIII secolo. Il Malleus Maleficarum è perfino entrato nel dibattito politico, con gruppi femministi che rivendicano un’appartenenza spirituale alla categoria (si pensi a slogan come «tremate, le streghe son tornate» o «streghe di tutto il mondo unitevi»).

Al di là delle letture ideologiche, si sa ormai da tempo che la Caccia alle streghe fu una prassi comune nelle regioni protestanti e non certo dalle nostre parti. Tornando all’argomento principe, basti pensare al focolare stregonesco più importante d’Italia: Benevento, con le sue Janare. Ebbene, se in varie confessioni si parla dei Sabba e del noce, nella città delle streghe ci fu una sola condanna. Un solo rogo, per altro assai particolare.

Fa specie, a tal proposito, la mole di articoli sull’argomento in cui si straparla di centinaia di migliaia o addirittura milioni di morti, uno sterminio che si sarebbe consumato a casa nostra anche per i motivi più assurdi (e, per le lingue più subdole, per un insensato odio nei confronti della “donna”). Badate: si fa presto a confondere le streghe di Salem e le streghe di Benevento, ma le due storie non hanno assolutamente nulla in comune.

Caccia alle streghe in europa
La Caccia alle streghe nell’Europa occidentale, centrale e del nord (XVI secolo). Sapete che in vari paesi, come Finlandia ed Estonia, la metà dei condannati per stregoneria furono uomini? Questa percentuale sale al 75% nell’area di Mosca e al 92% in Islanda.

Le Janare, nei fatti, sono ancor oggi fonte di timore e fascino; leggende metropolitane oltre che contadine. Non è raro imbattersi in favole moderne, in dicerie o, addirittura, in video di presunti avvistamenti.

Che ne pensate della figura della Janara? Ci sono streghe simili anche dalle vostre parti? Commentate e fatemi sapere!
Il prossimo articolo verterà su altre creature campane, perciò… restate in ascolto!

Se hai apprezzato l’articolo, non dimenticare di leggere gli altri della rubrica Folklore Italiano tra Media e Realtà!