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Recensione: La Cosa da Un Altro Mondo, di John W. Campbell jr.

La cosa da un altro mondo è il racconto da cui sono stati tratti due film d'eccezione: l'omonimo, del 1951, e La Cosa di Carpenter, del 1982.
La cosa da un altro mondo, movie poster

Indice

La cosa da un altro mondoLa cosa da un altro mondo di
Genere: Fantascienza, Horror
Editore: Astounding, Delos Digital il
Pagine: 84
Punteggio: 2.5/5
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Descrizione:

Antartico, polo magnetico terrestre. Indagando su un'anomalia magnetica una spedizione scientifica scopre il relitto di un veicolo precipitato sulla Terra venti milioni di anni prima. Nei pressi del veicolo, congelata da eoni, viene reperito il corpo di un essere alieno dall'aspetto mostruoso. Gli scienziati sono incerti su come procedere, ma sono convinti che nessuna forma di vita superiore potrebbe sopravvivere dopo essere rimasto nel ghiaccio così a lungo. Una regola che però, scopriranno, sembra valere solo per le forma di vita terrestri.

Il Papà di The Thing

La cosa da un altro mondo è un racconto lungo di John W. Campbell jr. pubblicato, per la prima volta, nell’agosto del 1938 sulla rivista «Astounding Science Fiction». Il titolo originale è Who Goes There?, anche pubblicato come The Thing from Another World e Frozen Hell. Quest’ultimo è il manoscritto originale dal quale Campbell ha tratto il racconto; manoscritto pubblicato per intero attraverso una campagna kickstarter nel 2019.

La cosa da un altro mondo è celebre per i vari adattamenti che si sono succeduti nel tempo, a partire dal film omonimo del 1951. Questo presenta numerose differenze rispetto al romanzo, ma è considerato un classico che ha scandito, a sua volta, la storia del medium. La Cosa, girato dal regista John Carpenter nel 1982, è molto più fedele alla storia originale, di cui ricalca il tono horror-pulp e alcune scene per intero. Si tratta di un vero e proprio capolavoro che supera di gran lunga, lo dico subito, l’esperienza offerta dal racconto di Campbell.

Nel 2011 è uscito un terzo film, prequel di quello di Carpenter, intitolato a sua volta La Cosa, che non ho visto. Le recensioni sono mediocri. Tornando, però, al racconto di Campbell, i suoi meriti non si fermano all’influenza che ha esercitato sui cineasti. Bisogna riconoscere, infatti, che La cosa da un altro mondo è il capostipite di una lunga genia di storie in cui gli umani sono intrappolati e uccisi uno a uno da un mostro; nonché una delle prime novellas di fantascienza horror-pulp di successo.

La storia avrebbe ispirato tanti autori di fantascienza, tra cui van Vogt, oltre ad altre celebri pellicole (come Alien, L’Invasione degli Ultracorpi ecc.), show televisivi e così via. Il concept dell’alieno mutaforma, “sostitutore” e imponderabile è stato particolarmente fortunato. Ma si tratta, in definitiva, di un buon libro? Vale ancora la pena di leggerlo?

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La Cosa da un Altro Mondo: Stile e Contenuti

La trama è quella che conoscete tutti, ed essendo nota vi anticipo che farò spoiler: un gruppo di ricercatori, facenti parte di una spedizione in Antartide, scopre una nave spaziale aliena sepolta nel ghiaccio da venti milioni di anni. Cercando di estrarla, la distruggono, ma scoprono il corpo ibernato di una creatura aliena. Una creatura con tre occhi rossi e i capelli simili a vermi. Nel tentativo di scongelarla, i ricercatori la rianimano e sguinzagliano nella base.

Who goes there, John W Campbell jr
Who goes there, 2009, Rocket Ride Books

L’alieno, chiamato genericamente “la cosa“, è in grado di assumere la forma, i ricordi e la personalità di qualsiasi essere vivente con cui entri in contatto, pur mantenendo la propria massa corporea originale per riprodursi ulteriormente. La creatura, infatti, divora la vittima che intende copiare, e può riprodursi in questo modo un numero infinito di volte. La paura della crew è che, da sola, quella “cosa” possa sostituire l’intero genere umano. È, insomma, pericolosissima.

Di lì in poi, la narrazione mette i ricercatori davanti pericoli e problemi crescenti. I cani, che sono stati copiati per primi; la possibilità che la “cosa” sia uno o più membri dell’equipaggio; la furia omicida di Blair, che vorrebbe sterminare tutti per impedirle di fuggire; la paranoia che si sviluppa tra i ricercatori; i fallimenti della scienza; i poteri telepatici della creatura, che sta man mano divorando ogni singolo membro della spedizione… e così via, fino al climax.

Come prevedibile, i pochi uomini rimasti (per lo più soldati) riescono a fermarla, ma per il rotto della cuffia. L’ultima “cosa”, infatti, era sul punto di ultimare un congegno anti-gravità a energia nucleare, in grado di farla scappare nel mondo esterno. In questo, La cosa dell’altro mondo si differenzia dalla controparte di Carpenter, che ha un finale più cupo e nichilista, sebbene simile. Dopotutto, Childs potrebbe essere una “cosa”.

Il protagonista del film di Carpenter è McReady, anche presente ne La cosa da un altro mondo. Si tratta senza dubbio di un personaggio centrale, come diventa man mano più evidente durante la narrazione, ma non lo definirei un vero e proprio protagonista. La narrazione in terza persona al passato, infatti, segue ora l’uno ora l’altro, e ben sedici membri della spedizione sono chiamati per nome durante la storia (su trentasette).

Certo, i ricercatori stanno insieme per la maggior parte del tempo e un manipolo di essi attira il narratore molto più degli altri. Parlo dello scienziato Blair, almeno all’inizio; del comandante Garry, del Dr. Copper, di Connant, Kinner e Van Wall. In ogni caso, la narrazione procede in modo lineare, senza grosse sorprese, fino alla conclusione. La storia è solida, intrigante, e offre anche una certa dose di tensione e orrore che sfocia, in poche sequenze, nello psicologico.

La Chose, john w campbell jr
La Chose, 2020, Le Bélial’

Il problema risiede nel come. Campbell esordisce con delle descrizioni sorprendentemente ricche e sensoriali che, per l’epoca, non sono affatto scontate. Tuttavia, queste si rivelano presto pedanti, ripetitive, eccessive: il narratore si focalizza su determinati dettagli in modo ossessivo, oltre che superfluo, e lo fa usando una prosa terribilmente barocca e stucchevole, farcita di aggettivi e avverbi.

Nel corso della storia, Campbell fa sfoggio delle descrizioni più discontinue e aggressive che abbia mai visto. Già nell’incipit, i dettagli lasciano improvvisamente spazio a un monologo infinito da parte di McReady e, come vedremo nel giro di poche pagine, non è certamente l’unico. I personaggi comunicano tra loro facendo dei discorsi, dei monologhi surreali e noiosi, piuttosto che parlando come esseri umani.

Come se non bastasse, Campbell non si degna di spezzare le chiacchiere con qualche azione o descrizione. Spesso, i monologhi diventano dei racconti nel racconto, per quanto sono prolissi e mastodontici. La costruzione delle scene che Campbell tenta disperatamente di fare va in malora a causa di questa discontinuità, sebbene ci siano delle sequenze in cui l’autore riesce a dosare capoversi descrittivi e dialogici, senza esagerare in un verso o nell’altro.

Ma sono poche evenienze, stuprate dalla sovrabbondanza di cui sopra. La prosa è senza dubbio il problema principale dell’opera, anche nei momenti migliori. I dialoghi-monologhi, dal canto loro, sono un profluvio di spiegoni scientifici, fortunatamente assenti dal film di Carpenter. La mole di infodumping è tale che raramente ho assistito a uno spettacolo simile, e prende a picconate la già ostica e inverosimile narrazione.

Per carità, le informazioni scientifiche sono anche interessanti, ma ammazzano qualsiasi dramma e realismo, ed è un peccato. La storia, se narrata bene, avrebbe un grande potenzialerealizzato pienamente da Carpenter, per fortuna. È un peccato che Campbell abbia ostacolato sé stesso, come farebbe uno scrittore alle primissime armi. Questo rende la vicenda, già breve ed efficiente dal punto di vista strutturale, artificialmente lenta.

Das Ding aus einer anderen Welt, La cosa da un altro mondo, John W Campbell jr
Das Ding aus einer anderen Welt, 2016, Festa

Il problema dei dialoghi non finisce qui. Questi si dilungano tanto da far dimenticare la scena in svolgimento, che finisce nell’iperuranio, e perfino l’identità dei parlanti. La caratterizzazione dei personaggi non aiuta, in questo senso, perché molti di essi risultano fin troppo generici e simili tra loro. Un’eccezione è rappresentata da Blair, come aspetto fisico, personalità e modo di fare, ma il personaggio viene messo da parte quasi subito.

Anche l’aspetto psicologico poteva essere molto, molto più interessante. I ricercatori sono umani e l’autore non si preoccupa di celarne le fragilità, anzi. Ossessione, paranoia, terrore… i tratti peggiori dell’animo umano si manifestano anche nei più duri e preparati tra gli uomini. Talvolta, questo porta a degli scambi interessanti dal punto di vista tematico e contenutistico, come quando due ricercatori dibattono sull’umanità e la malvagità.

Eppure, ciò non basta a identificare i personaggi, che rimangono in gran parte anonimi. Le reazioni sono simili, a eccezione di pochissimi individui, e Campbell non ne approfitta per aumentare il conflitto tra la ciurma. Se avesse spinto su quel versante, forse sarebbe riuscito a estrarre degli schemi comportamentali o dei difetti più pronunciati, relativi a ciascun ricercatore. Ma non è stato così: sebbene qualche scontro ci sia, viene concluso in fretta e non comporta particolari strascichi.

In verità, i membri stessi non hanno il tempo materiale per farci capire chi sono e come la pensano (ancora, con pochissime eccezioni). Se La cosa da un altro mondo è già breve di per sé, il numero di personaggi è troppo alto in relazione alla durata e a ognuno spetta solo una manciata di azioni o dialoghi. Certo, se Campbell avesse evitato gli spiegoni in favore della caratterizzazione, le suddette battute avrebbero creato ulteriori opportunità. Ma ha preferito le informazioni al dramma.

Potrei dire lo stesso della “cosa” in sé, che prende parte alla narrazione in poche scene, per poi sparire subito dopo. Certo, ciò contribuisce al carattere misterioso e ignoto dell’alieno, che lo rende a sua volta più spaventoso. E per far scoppiare i miasmi del terrore e delle congetture basta un input; peccato che Campbell non ne approfitti, come ho detto, e quello che poteva diventare un horror/thriller psicologico in salsa sci-fi rimane un racconto superficiale.

Нечто, La cosa da un altro mondo
Нечто, 2016, Glagol

Per questo motivo, Campbell avrebbe potuto rendere la “cosa” più attiva, pur senza rinunciare alla sua natura ineffabile e inumana. Anzi, tale scelta avrebbe incrementato le opportunità di mostrare le suddette caratteristiche. Troppa fatica; ciò avrebbe espanso la quantità di narrato, mentre all’autore interessava inondarci di spiegoni. Un’occasione sprecata, ma con un happy ending: dopotutto, a questa storia ha fatto giustizia un grande regista.

Conclusione: sconsigliato. Guardate il film di Carpenter

Contro:

  • Descrizioni discontinue, pedanti, superflue, iper-aggettivate, ricche di avverbi… terribili.
  • Dialoghi più simili a discorsi e monologhi. Inverosimili, prolissi, strapieni di spiegoni scientifici… terribili.
  • Personaggi non sufficientemente caratterizzati.
  • Conflitto superficiale e risolto in modo frettoloso.

Pro:

  • Storia solida, intrigante e dotata di buone fondamenta fantascientifiche.
  • Aspetto orrorifico e psicologico pervenuto, dopotutto. Ma il potenziale rimane in gran parte inespresso.
  • La “cosa” in sé: una creatura profondamente inumana e spaventosa, in grado di influenzare scrittori e registi.
  • Il capolavoro di Carpenter.

Se hai apprezzato la recensione, dai un’occhiata al database Recensioni fantasy & sci-fi!

2 risposte

  1. Caro Palombaro, ti ringrazio per aver segnalato e recensito questo racconto perché hai risvegliato il ricordo di come la passione per la fantascienza fu inculcata in un me decenne proprio dalla visione del film “La cosa da un altro mondo”, visto in occasione del primo passaggio televisivo del film in RAI, all’interno di una serie di film di fantascienza ormai classici, probabilmente trasmessi intorno alla fine degli anni 60. E così non posso esimermi dall’aggiungere qualche commento alla tua recensione. Con John W. Campbell, siamo proprio alla fondazione della fantascienza moderna. Gli anni 30, a cui risale il racconto di Campbell, erano il periodo “eroico” della fantascienza, il periodo delle riviste (le fanzine), il periodo in cui decine di migliaia di entusiasti appassionati e decine di aspiranti scrittori cercavano di elevare la fantascienza a genere “nobile” di letteratura. Campbell è considerato uno dei padri della fantascienza e questo sia per la sua attività di scrittore, ma forse ancora di più per la sua attività editoriale quale direttore, appunto, di una delle più diffuse fanzine dell’epoca. Fu infatti anche un grandissimo talent scout e scrittori come Asimov riuscirono a crescere sotto la sua protezione e i suoi consigli. Probabilmente, come dici, all’interno di un racconto, sia pur lungo, la trama e i troppi personaggi sono troppo compressi e le cose da dire e da far dire ai personaggi sono troppe, e questo, probabilmente, è anche paradigmatico: un nuovo genere in ebollizione stava nascendo: le idee, gli stimoli e le suggestioni da proporre al pubblico erano così tante da apparire caotiche. Per quanto riguarda le trasposizioni cinematografiche di Howard Hawks e John Carpenter, così diverse tra loro, così figlie dei periodi storici in cui furono rispettivamente realizzate, ci sarebbe così tanto da dire e spero che magari, in un futuro articolo, visto il carattere multidisciplinare di questo sito, ne potrai più lungamente parlare

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Sono Giuseppe, scrittore, blogger, insegnante di scrittura creativa e coach narrativo! Sono alla costante ricerca di nuovi metodi per raccontare storie. Immersivita.it è il mio tentativo di condividere ciò che ho scoperto: benvenuti, e che il naufragar vi sia dolce in questo mare…

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