Il Popolo del TappetoIl Popolo del Tappeto di
Genere: fantasy umoristico
Editore: Doubleday, kappalab il
Pagine: 176
Punteggio: 2/5
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Descrizione:

In principio c'era solo il più infinito, assoluto piattume. Poi venne il Tappeto e lo ricoprì. Dalla polvere, il Tappeto intessé i Morrunghi, ossia La Gente, o I Veri Esseri Umani. È cosi che la maggior parte della gente chiama se stessa, tanto per cominciare. Finché un giorno s'incontra dell'altra gente e le si affibbia un nome tipo l'Altra Gente o, se si è di cattivo umore, il Nemico. Se a qualcuno venisse in mente un nome tipo Un Altro Po' Di Veri Esseri Umani, tutti si risparmierebbero un sacco di guai. Ma ora che una forza misteriosa spazza il Tappeto radendo al suolo villaggi e città, due fratelli decidono di intraprendere un viaggio verso l'ignoto alla ricerca di una soluzione...

17 & 43

Il Popolo del Tappeto è un romanzo fantasy scritto da Terry Pratchett, celebre autore inglese di narrativa fantastica, nel 1971. L’autore riscrisse il libro e lo ripubblicò nel 1992 con la seguente nota:

«Questo libro ha due autori ed entrambi si chiamano Terry Pratchett. Quando fu pubblicato la prima volta, nel 1971, aveva un bel po’ di difetti… soprattutto quello di essere stato scritto da un diciassettenne. Comunque vendette il giusto e alla fine andò esaurito. E la cosa finì lì. Poi, sette anni fa, i libri su “Discworld” ebbero un successo strepitoso e tutti quelli che li avevano comprati tornavano in libreria a chiedere:
– Ehi, non avete quel libro… “Il popolo del tappeto”… dello stesso autore? – Lo chiesero in tanti che finalmente l’edìtore si arrese e decise di pubblicarne una nuova edizione.
Che fu preparata da un Terry Pratchett di quarantatré anni. E QUEL Terry Pratchett disse: un momento. Io quel libro l’ho scritto quando pensavo che la “fantasy” dovesse essere piena di maghi e battaglie e re; adesso, però, penso che dovrebbe invece spiegare come EVITARE battaglie e re. Sarà meglio che gli dia un’aggiustatina qua e là… Be’, sapete cosa può capitare quando si tira un filo ciondoloni… Così, ecco il risultato. Non è esattamente il libro che ho scritto allora. Non è esattamente il libro che scriverei adesso.
E’ frutto dello sforzo congiunto di due autori, ma almeno non mi tocca sganciare a quell’altro la metà dei diritti d’autore. Finirebbe per sperperarli, poco ma sicuro. Bene. Questo libro l’avete voluto voi. Eccovelo. Grazie. Fra parentesi, la città di Centrum è più o meno di queste dimensioni:
.
Terry Pratchett. 15 settembre 1991».

Ne Il Popolo del Tappeto ritroviamo il tratto comico che contraddistingue la produzione successiva dell’autore e, per questo, il romanzo si può definire come “fantasy umoristico”. Il libro è chiaramente per ragazzi (dagli otto-dieci anni in su) e presenta, nella maggior parte delle edizioni, le illustrazioni disegnate a penna dal giovane Pratchett (non aggiunte quando riscrisse l’opera a quarantatré anni).

Parliamo di poche immagini, tutto sommato, che ricordano le vecchie strisce a fumetti per lo stile minimale e caricaturale. Non è un caso, poiché la prima versione dell’opera fu scritta per la colonna di un giornale locale (degli anni ’70, per giunta). Personalmente, le ho trovate simpatiche e mi hanno fatto immediatamente pensare alle scenette di B.C., di Johnny Hart, e a quelle di S.P.Q.R. di Adriano Carnevali.

Il Popolo del Tappeto è il primo romanzo ambientato su un “mondo piatto” inventato dall’autore, insieme a Strata (inedito in Italia) e, ovviamente, alla serie di Mondo Disco (Discworld).

Battaglie e Re

Dalla nota di Pratchett si possono capire due cose: che la prima versione del libro fosse imbarazzante e che l’autore avesse degli obiettivi precisi nella sua riscrittura. Da ciò, però, si possono desumere ulteriori argomenti. Per cominciare, quanto può essere valido il primo romanzo scritto da un diciassettenne?

Personalmente, credo che ne avessi diciannove quando terminai il mio “debutto”, e dire che fosse una ciofeca è dire poco. Allora perché riprenderlo in mano? Per i fan, come afferma lui stesso? Non farei mai una follia del genere; perché non scriverne uno nuovo, a questo punto?

O forse per soldi. Non trovo un’altra ragione valida, dal momento che riscrivere e rimaneggiare pesantemente un’opera senza speranza è un atto privo di senso, se s’intende produrre qualcosa di valido a livello letterario. Non tutto è salvabile; spesso, ha molto più senso cestinare e ricominciare da capo.

Oppure, si può presumere che il Pratchett diciassettenne fosse già un genio, e che del genio non si butta via niente. Due argomentazioni assurde, per quanto mi riguarda, poiché entrambe falsate a monte.

Il Popolo del Tappeto, di Terry Pratchett. Mondadori, 1992
Il Popolo del Tappeto, Mondadori, 1992

Detto ciò, l’altra affermazione di Pratchett mi preoccupa ancora di più. Che s’intende per “evitare” battaglie e re? È una frase priva di significato per una persona che ha superato l’adolescenza. Purtroppo, avendo letto il romanzo in esame, sembra che l’autore intendesse proprio ciò che temevo, poiché la banalità regna suprema nelle tematiche del libro. Per fortuna si tratta di un romanzo per bambini e ragazzi, ma adulti non-solo-anagrafici non troveranno spunti interessanti, da questo punto di vista.

In seconda analisi, quella frase ha delle implicazioni ancora più profonde. Sembra che Pratchett abbia voluto cambiare non solo la forma, stralci della storia e così via, ma le intenzioni e il cuore stesso de Il Popolo del Tappeto. Una freccia ulteriore all’arco di chi credeva che avrebbe dovuto scrivere un romanzo da zero, piuttosto che capitalizzare sul suo debutto. E il risultato non mi smentisce, sia in termini qualitativi che di mercato.

Sì, perché a conti fatti Il Popolo del Tappeto è uno dei libro meno apprezzati dell’autore. Non tutto è da buttare, però: paradossalmente, credo di averlo potuto gustare più della maggior parte delle persone per uno specifico motivo. In più, vorrei aggiungere che il mio scetticismo non ha pregiudicato la lettura, dal momento che la nota dell’autore era relegata alla post-fazione nell’edizione che ho letto.

A tal proposito, non posso esimermi dall’aggiungere una nota relativa alle edizioni italiane. Ne troviamo due: una di Mondadori degli anni ’90, con una cover orripilante, e una di Kappalab del 2018. La traduzione è la medesima per entrambe le edizioni ed è spazzatura. Una roba da ergastolo; non so come sia possibile pubblicare qualcosa del genere senza provare vergogna.

Nulla di nuovo per i nostri editori, ma tant’è…

Il Mondo de Il Popolo del Tappeto

Come avrete capito, Il Popolo del Tappeto è ambientato su un tappeto ed la tipica storia fantastica di un piccolo popolo. L’idea è carina, sebbene non sia tanto originale, e il microcosmo inventato da Pratchett è corredato di un bel po’ di elementi: fauna, flora, popoli e culture, una sorta di mitologia e religione, nonché quei corrispettivi della vita reale che troveremmo su un tappeto e che donano maggior realismo e complessità all’ambientazione.

The Carpet People, Corgi Childrens, 2017
The Carpet People, Corgi Childrens, 2017

Mi riferisco, per esempio, ai cristalli di sale e zucchero e alla cenere che cadono dal cielo; alla lacca ricavata dalla Gambadisedia che si erge, immensa, dal tappeto; al legno del fiammistecco; al bronzo ricavato da una montagna che non so bene cosa sia… tutti componenti intorni ai quali i popoli del tappeto hanno costruito il loro sistema di scambi, commerci e sostentamento. E poco altro, però.

Qui risiede il primo e più deludente buco nel world-building di Pratchett. Mi sono trovato a cercare aspetti che potessi collegare al tappeto, o a domandarmi se gli oggetti o le creature presentate fossero cose che conosciamo sotto altri nomi. Mi è capitato di rado di trovare qualcosa. Assai di rado. A essere sincero, sono certo di ben poco al riguardo, oltre alle cose da me citate, al pavimento, a sottofeltro e, ovviamente, ai crini.

Ho avuto l’impressione, per l’intera durata della narrazione, che perfino il terribile Strazzo potesse essere qualcosa. Un aspirapolvere, forse? Ma no, risucchierebbe, non schiaccerebbe i crini al suolo. Insomma, a ben guardare, l’ambientazione è piagata da due difetti fondamentali: la mancanza di dettagli e precisione, data anche dallo stile grezzo, che impedisce di individuare e collocare per bene gli elementi del world-building; la mancanza degli elementi in sé.

Le Peuple du Tapis, J'ai lu, 2009
Le Peuple du Tapis, J’ai lu, 2009

Perché, dunque, realizzare una storia del genere? A lettura terminata, questa domanda ha sovrastato tutte le altre. Le creature presentate nel romanzo sono inventate, poiché troppo piccole, e del mondo reale c’è ben poco, che io abbia notato. Dunque, perché ambientare la storia su un tappeto? Perché non sforzarsi un po’ di più? È l’aspetto peggiore, per quanto mi riguarda, dell’intera opera, più dello stile, delle tematiche e così via.

Del resto, il world-building fantastico rappresenta la premessa stessa del romanzo. Il suo what-if. È perfino nel dannato titolo! È una scelta incomprensibile, aggravata dalla vaghezza delle descrizioni e le sequenze fin troppo minimali. Per di più, Pratchett sembra ingannarci. Perché inventare gli umettori, tali e quali a delle grosse api, se con le api non hanno nulla a che vedere? Non possono essere api, poiché sono infinitamente più piccole… ma la loro presenza mi ha confuso per alcuni istanti.

All’inizio, quando le proporzioni non sono ancora chiare (e non lo saranno mai del tutto), pensavo perfino che gli snarg fossero topi e cercavo di interpretare le varie trovate dell’autore. Una volta realizzata, però, la piccolezza del mondo inventato da Pratchett, ho capito che non aveva senso tentare collegamenti, la maggior parte delle volte.

È un peccato, perché con quel mondo si poteva fare molto, molto di più.

Strisce a Fumetti

Il world-building è il forte del romanzo, ed è tutto dire. Non dico che lo stile sia quello di un diciassettenne alle prese col suo primo libro, ma non si può dire di avere a che fare con la prosa di un professionista. Siamo molto lontani dal Terry Pratchett al quale siamo abituati, in questo senso.

Le descrizioni, come anticipato, sono vaghe o inesistenti; i capoversi mancano di riferimenti e generano confusione nei dialoghi, nonché nelle sequenze più rocambolesche; l’autore fa un uso eccessivo (e insensato) di maiuscole e nomi inventati. I dialoghi sono la parte migliore per la loro comicità, ma anche lì si sconfina spesso nel forzato o nell’ingenuo.

Puntarono verso Azzardo di ottimo umore, con Brocando alla guida del carro di testa: dopotutto, andavano in un posto che solo uno sciocco avrebbe attaccato.
Molti Morrunghi erano intimiditi dal piccolo re, ma Glurk stava diventando in fretta un monarchico convinto. E, conscio della sua rispettosa attenzione, Brocando parlava con lui in quello speciale modo che manda in sollucchero la gente comune, anche se si trattava di chiacchiere senza importanza.
Lentamente, il Tappeto passò dal rosso al porpora e all’azzurro cupo, e la pista diventò una strada: un tracciato regolare di tavole spesse fiancheggiato da fitti crini. Snibril notò che molti crini erano stati tagliati; e non solo. A differenza dei Morrunghi – che, pur mangiando verdura e frutta, si guardavano bene dal perdere tempo a coltivarle – gli Irruimani avevano trasformato i dintorni della loro città in un giardino: c’erano crini ignoti perfino a Pismiro, con esili tronchi delicati e rami carichi di frutti.
– Dov’è la gente? – chiese Glurk. – Questa roba mica cresce da sola. C’è bisogno di starle dietro di continuo…
Però la gente non c’era. I frutti pendevano maturi dai cespugli senza che nessuno li raccogliesse… a parte i piccoli Morrunghi. Snibril impugnò la lancia. A furia di andare a caccia, impari a riconoscere i diversi tipi di silenzio.
C’è il silenzio impaurito di piccole creature immobili, timorose per la loro vita; e c’è il silenzio di grandi creature in agguato, pronte ad assalire le piccole. A volte c’è il silenzio della più completa solitudine. E c’è una specie di silenzio afoso, pungente, di qualcuno che… osserva.
Ardus estrasse la spada. Anche i soldati sanno riconoscere i diversi tipi di silenzio, pensò Snibril. Si scambiarono un’occhiata.
– Lasciamo qui i carri? – chiese Snibril.
E’ più sicuro restare uniti.
I carri avanzarono lenti, guardinghi.
(Il Popolo del Tappeto, pag. 68-69)

I personaggi non sono chissà quanto caratterizzati, ma hanno una loro identità e un senso nella storia. A proposito di quest’ultima, non c’è molto da dire: è semplice, banale ma simpatica. E veloce, soprattutto, il che aiuta a consumare il libretto a un ritmo elevato nonostante la prosa non eccellente. Il Popolo del Tappeto non si prende mai sul serio e questa è la sua fortuna, altrimenti sarebbe da cestinare immediatamente.

Die Teppichvölker, Heyne, 1994
Die Teppichvölker, Heyne, 1994

C’è qualche eccesso, in termini di surrealismo, e l’impalcatura pedagogica creata dall’autore emerge in modo fastidioso in qualche caso (insieme alla presenza dello stesso). Immagino, comunque, che Pratchett abbia limitato sé stesso in drastica misura durante la riscrittura, trattandosi di un romanzo di debutto; non mi stupisce, pertanto, che rimangano dei rimasugli della sua precedente invadenza nella narrazione.

Il tono fumettistico è il tratto redentivo del romanzo. Le scene sono concise, sopra le righe e ritmate come in una striscia a fumetti; lo stesso si può dire dei dialoghi e dei personaggi. Non so se Pratchett l’abbia fatto apposta, né credo che tutti i lettori del romanzo cerchino risate “a denti stretti”, ma il risultato ha un’identità spiccata e accattivante.

Per quanto mi riguarda, Il Popolo del Tappeto è una striscia a fumetti narrativa, e ciò mi ha aiutato a goderne la lettura oltre i difetti. Se la prosa fosse stata più chiara, la piacevolezza e la freschezza dell’opera mi avrebbero spinto ad attribuirle un punteggio migliore. Ciò detto, la povertà dei contenuti e delle idee rimane ed è, come detto, il peccato più grave dell’opera. Inoltre, non tutti coglieranno l’impianto vignettistico, o lo apprezzeranno.

Conclusione: sconsigliato per gli adulti

Contro:

  • Un po’ di tutto.

Pro:

  • Ritmo veloce.
  • Personaggi niente male.
  • Umorismo niente male.
  • Idea simpatica.
  • Sembra di leggere una serie di strisce a fumetti.

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