Il Libro dei Teschi cover originale

Titolo originale: The Book of Skulls

Autore: Robert Silverberg

Anno: 1971

Genere: Mainstream, On the road, narrativa non di genere

Lingua: Inglese

Editore: Charles Scribner’s Sons New York

Pagine: 258

Il Libro dei Teschi (o Vacanze nel Deserto): Silverberg senza Silverberg

Continua il nostro ciclo di recensioni sulle opere del grande autore newyorchese. Il Libro dei Teschi è uno dei suoi lavori più noti e celebri, tanto negli USA quanto nel Bel Paese. Esso si pone, dal punto di vista cronologico, successivamente alla fase di consumo e immediatamente prima a quella di rilievo letterario dell’autore. In altre parole, Il Libro dei Teschi precede il libro della svolta, cioè Morire Dentro.

Prima di calarci nell’opera, è necessario specificare una caratteristica fondamentale della stessa. Nonostante venga spesso reclamizzato come romanzo appartenente al genere, Il Libro dei Teschi non è assolutamente un libro fantasyfantascientifico. Mi azzarderei a definirlo narrativa non di genere o mainstream per la sua totale mancanza di elementi speculativi. Il che è curioso, considerando che la premessa si basa sulla speculazione. Ma andiamo con ordine.

Qui di seguito inserisco la trama riportata sull’edizione del 2005 di Fazi editore:

New York, vacanze di Pasqua. Quattro giovani universitari si lasciano alle spalle la spensierata vita del Campus e si dirigono in Arizona seguendo una chimera, una leggenda dimenticata, un fantomatico monastero. Suggestionati da un antico testo misterico che svela come vincere la morte, i quattro intraprendono una spedizione del deserto che si rivelerà soprattutto un viaggio interiore alla ricerca del senso della vita.
Resoconto corale di un viaggio esoterico ma anche di formazione, Il Libro dei Teschi è un’iniziazione alla consapevolezza dei limiti umani, un’appassionante ascesa alle sfere sovratemporali e soprattutto un romanzo sulla paura più ancestrale e umana, quella di morire. Tra aride distese e monaci stravaganti, tra scetticismo e surrealtà, Robert Silverberg, maestro della fantascienza contemporanea, apre nuovi orizzonti alla letteratura di genere regalandoci un altro dei suoi indimenticabili capolavori.

 

Il Libro dei Teschi Fazi editore 2004

Il Libro dei Teschi, Fazi Editore, 2004

Il Libro dei Teschi viene definito un «viaggio interiore alla ricerca del senso della vita»; il «resoconto corale di un viaggio esoterico ma anche di formazione». Chiariamo, a tal proposito, che nel romanzo non c’è traccia di “formazione” alcuna, nonostante i protagonisti siano effettivamente dei ragazzi in cerca di esperienze.

Come anticipato, la premessa al viaggio e al romanzo si fonda su un elemento di puro mistero: il libro dei teschi, che consentirebbe di ottenere l’agognata vita eterna. Tuttavia, e ciò va detto a rischio di sconfinare nello spoiler, tale elemento resta relegato sullo sfondo fino agli ultimi capitoli del libro. Dunque, il «cosa accadrebbe se» non entra realmente in gioco se non nelle fasi finali del romanzo.

Chi è interessato a un libro di narrativa speculativa non troverà ciò che cerca ne Il Libro dei Teschi. Nemmeno nel coronamento conclusivo che, senza entrare nel merito, non potrà che deludere i fan del genere. Silverberg tenta una riconciliazione con la premessa mistica e misterica postaci all’inizio, ma goffamente e in netto ritardo. Le teorie da lui esposte, banali, già viste, evidentemente affrettate e scisse dal resto della storia, non fanno altro che peggiorare la situazione.

Sarebbe stato meglio abbandonare del tutto quel filone che, come vedremo, trova compiutezza nei risvolti personali dei protagonisti. Non a caso, il romanzo è stato a volte definito come un thriller psicologico; un horror; perfino un dark fantasy. Volendo essere specifici si tratta, in realtà, di un romanzo intimista misto a un road trip all’americana (ecco perché il titolo della collana Andromeda del ’75 è Vacanze nel Deserto). Detto questo, è una commistione che funziona? Scopriamolo insieme.

Il Libro dei Teschi: quattro odissee

Il Libro dei Teschi è la cronaca del viaggio intrapreso dai protagonisti, inframezzato da esperienze pregresse, dissertazioni di natura psicologica e veri e propri character studies integrati nella narrazione. Eli, Ned, Oliver e Timothy sfoggiano background e storie personali assolutamente uniche, distinte e ricche. Saranno quelle storie a guidare lo svolgersi degli eventi e a determinarne gli esiti.

Qui risiede l’importanza di quei flashback, di quelle riflessioni, di quei nutritissimi retroscena che abbondano nella narrazione. Rallentano il viaggio? Sì. Mandano il lettore apparentemente fuori strada? Certo. Tuttavia, a romanzo concluso si comprende che quei detour non erano tali. Sia l’intreccio che lo scioglimento dipendono da essi. In altre parole, ciò che si cela dietro la premessa fantastica sventolataci all’inizio come una carota, altro non sono che loro: i personaggi, le loro vite, la loro destinazione.

Ciò si riconduce alle sparse, talvolta brevi, talvolta inconcludenti o apparentemente inutili esperienze che i nostri affrontano in tempo reale durante il viaggio. Ogni tappa ci mostra qualcosa in più dei quattro “eroi”; ogni tappa si aggiunge a un crescendo interiore che esplode nel finale. La premessa che si cela dietro la premessa, ovvero il viaggio di quattro giovanotti in cerca della vita eterna, trova piena soddisfazione.

Peccato che in tutto il nichilismo e i trip mentali non si riesca (o almeno, io non ci sono riuscito) a cogliere un senso, una quadratura del cerchio che risponda alla domanda: «Perché lo sto leggendo»?

Vacanze nel deserto dall'oglio 1975

Vacanze nel Deserto, Dall’Oglio, 1975

Nonostante la vena introspettiva, la prosa è scorrevole. Ricca ma ritmata, chiara, pulita. Ci sono i germi céliniani che esploderanno in Morire Dentro. Ci sono i medesimi temi, con una spruzzata ulteriore di decadenza post-capitalistica, razzialismo, droga, classismo, sesso (in senso lato e non), frustrazione esistenziale. In più, l’omosessualità permea la trama attraverso il personaggio di Ned. Argomento, questo, che parte sottotraccia per poi crescere man mano che si procede.

Ovviamente parliamo di un autore assolutamente libertario. Non troverete l’omosessualità dell’opinione pubblica, né donna che non sia un semplice pezzo di carne. L’educazione e coscienza ebraica che tormenta David Selig in Morire Dentro la si riscontra nel personaggio di Eli: nelle contraddizioni identitarie generate dalla sua “ebraicità”, nel razzismo ringhiato e subito, nella sua problematica storia familiare. Una rete di complessi che, appunto, ritorna prepotente in Morire Dentro, ma che emerge con altrettanta pregnanza ne Il Libro dei Teschi.

Insomma, un testo da evitare se vi sentite facilmente offesi da qualche argomento ritenuto “scottante” in questo periodo. Ma, in tal caso, v’inviterei a evitare la vita stessa, il cui unico diritto è la scure di una morte violentissimamente inattesa. In Silverberg, del resto, l’umanità appare ripugnante come nel mondo reale.

Scorretta, blasfema, oscena, volgare, Il Libro dei Teschi è una lettura che non può certo lasciare indifferenti, al di là di tutto.

Il Libro dei Teschi e Morire Dentro: questione di POV

Il Libro dei Teschi ha davvero molto in comune con Morire Dentro. Ne ha il tono, l’atmosfera e forse perfino il messaggio. Tuttavia, Morire Dentro è un’opera definita ed elegante nella sua essenza; un’opera che gode di compiutezza. Non si può dire lo stesso de Il Libro dei Teschi, che delude nelle conclusioni e non brilla per stile quanto il successore.

Come accennato, Eli, Oliver, Ned e Timothy alternano i punti di vista e parlano liberamente del viaggio, del loro passato, dei loro sentimenti, nonché di avvenimenti in svolgimento al tempo stesso della narrazione (in tempo reale). Il che è assai strano, considerando che i ragazzi si rivolgono al lettore come se si trattasse di un diario o un’intervista.

La gestione del POV, dunque, genera qualche perplessità. O i ragazzi stanno raccontando a noi ciò che è avvenuto, o lo stanno vivendo; non può esserci una terza opzione. Gli eventi, però, si sviluppano in modo autonomo rispetto alla narrazione, perciò si conferma la seconda ipotesi: i ragazzi raccontano e vivono in una relazione impossibile col lettore, come se stessero agendo e confessando al tempo stesso. Noi siamo nella loro testa e loro parlano con noi in una dimensione senza tempo, senza spazio, mentre fuori gli eventi si dipanano.

Non capisco il perché di questa scelta, ammesso che sia stata ragionata (e non lo credo). Il risultato, oltre che leggermente straniante, depotenzia la narrazione stessa, poiché genera un distacco nei confronti degli accadimenti. In pratica, non viviamo nulla della storia se non nella cronaca dei personaggi la quale, a dispetto di un normale diario, risulta artificiosa e innaturale.

Vacanze nel deserto urania 1991

Vacanze nel Deserto, Mondadori, 1991. Copertina di Oscar Chichoni

La narrazione è, per giunta, estremamente intimista, al pari di Morire Dentro. La differenza sta nella “voce” dei personaggi, ovvero nello stile del narratore: in Morire Dentro giungiamo a una compenetrazione totale; a momenti di rara purezza d’immagine; a sincronizzazioni perfette col personaggio POV che sbocciano in flussi di coscienza. Ne Il Libro dei Teschi, invece, abbiamo ben quattro voci anziché una.

Impossibile, dunque, raggiungere quella complicità, poiché l’autore non si sofferma abbastanza su ognuna di esse e nessuna risulta distintiva rispetto all’altra. E qui incontriamo una delle pecche principali del romanzo: la cattiva gestione delle voci narranti.

Prima di tutto, la suddivisione dei capitoli non è bilanciata. Ci sono attori che intervengono meno di altri, uno dei quali (Timothy) funge quasi da personaggio secondario. Ciò porta al punto successivo: alcuni personaggi cannibalizzano altri, giacché il loro timbro è assai più approfondito.

Non è solo una questione di spazi, dunque, ma anche di penetrazione del POV. Ha senso: ci sono persone con una vita interiore maggiore e ciò viene ribadito dalla narrazione. Tuttavia, stilisticamente parlando, il risultato sono due personaggi noiosi e due personaggi indeboliti dalla frammentazione.

L’aspetto peggiore, però, è proprio la limitata diversità (e non caratura, badate) delle voci narranti. Ognuna è più o meno presente e pregnante in una singola qualità. In soldoni: il modo di esprimersi dei personaggi è troppo simile; il modo di ragionare è troppo simile; perfino il registro.

Certo, Silverberg ha inserito riferimenti storico-archeologici nel gergo di Eli, come anche termini ebraici. Ma non è sufficiente, perché il modus parlandi è evidentemente affine. Come se non bastasse, l’autore ha ficcato termini ebraici e citazioni di natura classica, letteraria o archeologica anche nella bocca degli altri personaggi! Insomma, alla fine della fiera nessuno di essi risulta memorabile o convincente al 100%.

Il Libro dei Teschi: capolavoro o immondizia?

Il Libro dei Teschi è immaturo, acerbo, imperfetto per tutte le ragioni esposte ma, a modo suo, unico ed emozionante. Inevitabile che risulti anche un po’ lento, soprattutto nella parte centrale.

Ero indeciso se lasciare due o tre caschi a questo libro. Lo ritengo inferiore a Morire Dentro, eppure credo che valga la pena leggerlo. Poteva senz’altro essere concepito e scritto meglio, eppure gode di una sua memorabile identità. Un libro che non lascia indifferenti non merita di essere messo da parte, soprattutto oggigiorno.

Gli darò tre caschi. Ma tre caschi, badate, che ne valgono un po’ meno, come quelli di Morire Dentro valgono leggermente di più (perché non uso gli zero virgola?).

Sono sicuro, comunque, che Il Libro dei Teschi riscuoterà opinioni assai contrastanti da chi deciderà di provarlo. Una categoria che potrà apprezzarlo appieno è senz’altro quella di chi legge alta letteratura; è un libro che presenta evidenti meriti letterari, mentre lascia un po’ a desiderare dal punto di vista tecnico-narrativo.

Il libro die teschi the Book of skulls 1972

The Book of Skulls, Signet Books, 1972. Ingrandimento della cover

Vale la pena ricordare, infine, che il romanzo fu ritradotto più fedelmente solo nel 2004, da cui la pubblicazione col titolo che conosciamo.

E se non ci fosse nessuna Casa dei Teschi? E se, una volta arrivati in fondo al sentiero, trovassimo soltanto un muro impenetrabile di spine? Io me lo aspetto, lo confesso. Così tutta questa spedizione sarebbe semplicemente un altro fallimento, un ulteriore fiasco di Eli lo schmeggege. Il teschio lungo la strada risulterà essere un falso indizio, il manoscritto una leggenda inventata, l’articolo di giornale una beffa, la X sulla nostra cartina nient’altro che uno scherzo gratuito. Di fronte a noi solo qualche cactus e qualche mesquite; una terra arida e sterposa, uno schifo di deserto in cui un maiale non si degnerebbe nemmeno di venire a cacare. E io allora che cosa farò? Mi volterò con molta disinvoltura verso i miei tre esausti compagni e dirò loro: «Signori, io sono stato tratto in inganno così come voi in errore. Abbiamo inseguito una chimera». Il tutto con un mezzo sorriso di scuse stampato sulle labbra. A quel punto, loro mi afferreranno, con calma, senza rancore (visto che sapevano sin dall’inizio che sarebbe andata a finire così), mi denuderanno, mi conficcheranno un paletto di legno nel cuore, mi inchioderanno a un saguaro gigante, mi spappoleranno sotto una lastra di roccia, mi strofineranno un’opunzia sugli occhi, mi arderanno vivo, mi seppelliranno fino al collo in un formicaio, mi castreranno con le loro mani, e intanto declameranno solennemente: «schmeggege, schlemihl, schlemazel, schmendrick, schlep!». Io, pazientemente, subirò la meritata punizione. Ci sono abituato alle umiliazioni. La sfiga non mi coglie mai impreparato.
(Il Libro dei Teschi, pag. 116-117)

Conclusione: Da leggere, sebbene inferiore a Morire Dentro

Contro:

  • L’elemento speculativo ventilato nella premessa resta relegato sullo sfondo per buona parte del romanzo, per poi esplodere in un profluvio di teorie già viste, affrettate, scisse dalla storia. Pure e semplici banalità
  • Il senso del romanzo non è chiaro, ammesso che ci sia e che sia univoco. In altre parole, non sono riuscito a rispondere alla domanda «Perché lo sto leggendo?»
  • Gestione del POV quantomeno discutibile. I ragazzi raccontano e vivono in una relazione impossibile col lettore, come se stessero agendo e confessando al tempo stesso. Il risultato, oltre che leggermente straniante, depotenzia la narrazione stessa
  • Un po’ lento, soprattutto nella parte centrale
  • La gestione delle voci narranti è sbilanciata: alcuni personaggi cannibalizzano altri e, cosa peggiore, nessun POV si distingue abbastanza. Nessuno dei protagonisti risulta, quindi, memorabile o convincente al 100% e l’immedesimazione non è profonda come si vorrebbe
  • È un libro che lascia a desiderare dal punto di vista tecnico-narrativo, mentre…

Pro:

  • … Presenta evidenti meriti letterari
  • I quattro protagonisti sfoggiano background e storie personali assolutamente uniche, distinte e ricche. Sono quelle storie a guidare lo svolgersi degli eventi e a determinarne gli esiti
  • La premessa che si cela dietro la premessa, ovvero il viaggio di quattro giovani in cerca di un senso, trova piena soddisfazione
  • Prosa scorrevole. Ricca ma ritmata, chiara, pulita. Influenzata dallo stile di Céline
  • Silverberg tratta i temi presenti nel romanzo con assoluta libertà, senza costrizioni politiche o ideologiche. La decadenza abbonda, come in Morire Dentro
  • Una lettura che non lascia indifferenti, al di là di tutto
Voto: Tre Caschi!
Tre caschi Palombaro

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *