Memoria Collettiva (folk memory)

I miti, le leggende, le fiabe e tutte le espressioni folkloristiche di un popolo sono memorie condivise. Reminiscenze. Certo, qualcuno un bel giorno si è seduto e ha scritto alcune tavole dell’Epopea di Gilgamesh; ha scritto l’Odissea, ha scritto l’Iliade, ha scritto il Codex Regius e così via.

Ma, come sappiamo ormai da tempo, gli “autori” di tali opere si sono limitati a raccogliere e abbellire una produzione orale molto, molto più antica. Non sappiamo da quale distanza ci giungano queste storie: alcune leggende europee potrebbero riferirsi alle prime invasioni indoeuropee; alcune potrebbero risalire al Neolitico o, addirittura, al Paleolitico.

Prendiamo il Crater Lake dell’Oregon, negli Stati Uniti d’America. Si tratta del lago più profondo del paese; la sua formazione durò migliaia di anni e avvenne attraverso molteplici eruzioni vulcaniche. Solo di recente, attraverso i sonar, si è riusciti a mapparne il fondo e a comprenderne i processi di formazione.

I Nativi Americani che vivevano in quei luoghi, però, conoscevano tali informazioni da millenni. La tribù dei Klamath passò di generazione in generazione miti e leggende orali concernenti il vulcano che s’inabissò e il lago che ne scaturì. E con estrema precisione. Parliamo di eventi datati a oltre 5’000 anni fa.

Oppure: il poema epico finlandese Kalevala, redatto nel 19° secolo, le cui storie si rifarebbero, secondo gli storici, alle narrazioni orali di oltre 3’000 anni fa. In particolare, il poema Tulen Synty presente nel Kalevala richiamerebbe l’impatto di un meteorite sull’isola estone di Saaremaa, avvenuto circa 7,600 anni fa. E non sarebbe l’unico.

O ancora: pensate al mito del diluvio. Esso è presente nella Bibbia, nella mitologia mesopotamica, in quella greca, norrena, cinese, maya e chi più ne ha più ne metta. Alcuni studiosi ritengono che tali storie risalgano addirittura all’ultima glaciazione (circa 12’000 anni fa).

Andando sul sicuro, invece, si pensi ai miti che narrano di animali ormai estinti. Le leggende Mapinguai parlano di un enorme bradipo, il Mylodon, estinto da circa 10’000 anni. Gli Aborigeni australiani narrano di specie estinte da millenni: il Dromornis ad esempio (una sorta di emu gigante), conosciuto dai Tjapwuring come mihirung paringmal, che si estinse la bellezza di 30’000-40’000 anni fa.

Dromornis di Peter Trusler

Il Dromornis secondo l’artista Peter Trusler. Parliamo di un uccellaccio preistorico alto 3 metri e che pesava più di mezza tonnellata

Ma torniamo a noi. Cosa c’entrano le razze tolkieniane con tutto questo?
Come saprete, Tolkien, da buon filologo e linguista, attinse a piene mani dalla mitologia germanica, norrena, sassone, celtica… slava, finlandese e greca per la creazione del suo universo fantastico.

Alcune figure sono ispirate a quelle del folklore, altre sono traslate dalla mitologia al testo, altre ancora sono ribaltate. È possibile, dunque, che alcune di queste razze fantastiche siano, in realtà, echi di qualcosa di lontano? Qualcosa di reale accaduto ai nostri progenitori e cantato, recitato, ereditato di generazione in generazione fino alla forma scritta?

Ci sono già delle teorie in merito. Si sa per certo, per esempio, che il popolo Sami ebbe una forte influenza sui miti norreni. Secondo alcuni, essi potrebbero aver assunto la forma di creature leggendarie, nel tempo. Capita che i Sami vengano associati ai giganti, come nel caso di Svasi (padre di Snaefrid) o di Dorfi.

Che gli Jotunar si basino sui Sami, tuttavia, pare estremamente improbabile. I Norreni utilizzavano già dei termini precisi per definire i Sami e tali termini ricorrono nella mitologia proprio in riferimento a quel popolo. Pariteticamente, i Norreni avevano nomi per tutti gli altri popoli da loro conosciuti, perciò la pista “etnica” da cui scaturirebbero i miti… non regge. A patto di non anticipare la lingua stessa.

Gli Hobbit

Bilbo in Lo Hobbit tra i Nani

Bilbo in Lo Hobbit (tra i Nani)

Gli Hobbit, o mezzuomini (halflings), sono una razza umana con delle caratteristiche precise. La loro statura si attesta tra gli 80 e i 120 centimetri e la loro corporatura è simile a quella di un bambino. Essi possiedono dei piedi sproporzionatamente grandi e pelosi, la cui pelle è così coriacea da non richiedere calzature.

Gli Hobbit vivono nella Contea e non sono interessati a ciò che accade al di fuori di essa. Vivono un’esistenza semplice, sociale, all’interno delle loro comode casette scavate nelle colline. Amano bere e mangiare e la loro economia si basa sull’agricoltura. Infine, possiedono un’ottima vista e sanno nascondersi con abilità nella boscaglia.

Tolkien fu molto cauto nell’attribuirsi la paternità del termine hobbit. L’autore affermò di aver inventato il nome (dall’Inglese Antico hol-bytla, cioè costruttore di buchi) e di non possedere, al tempo, informazioni riguardanti la vasta genia di creaturine del folklore inglese. Ma ammise di non avere prove a riguardo, eccetto i suoi ricordi.

La parola dall’Inglese Medio hobbe, infatti, fu comunemente usata per indicare tali tipi di esseri. Parliamo, per esempio, di hobley, hobbarty, hobberdy… spiritelli della casa, o dei più famosi hobgoblin. Perfino il termine hobbit fu ritrovato in un manoscritto dell’ottocento, che a sua volta si rifà a una lista del 1500. Pare che il prefisso -hob indicasse di per sé gli spiritelli, i folletti o gli esseri del piccolo popolo. Si ritiene che l’etimologia derivi dal diminutivo di “Robert”.

Guardacaso, gli hob sono stati descritti come omini pelosi dai capelli arruffati, grandi lavoratori che si occupavano delle stalle e dei campi. Creature di campagna di natura amichevole, capaci di aiutare in casa o di lavorare la terra se ricompensati. Inoltre, alcuni di essi avrebbero abitato le hob holes, caverne presso Runswick Bay, nello Yorkshire.

Hob hole, hobbit hole a Runswick Bay

Una hob hole a Runswick Bay

Infine, Tolkien cita il romanzo Babbitt di Sinclair Lewis (1922) come possibile influenza sia per il nome Hobbit che per il carattere casalingo di Bilbo (simile a quello di George Babbitt).

Qual è la verità? Tolkien ha inventato il termine, come asserisce, o l’ha pescato dalla tradizione inglese? Vari studiosi ritengono possibile che, inconsciamente, Tolkien abbia “assorbito” quei nomi nelle sue letture e abbia tirato fuori il nome hobbit senza rendersi conto del sostrato folkloristico da cui scaturisce.

In verità, mi pare strano che un filologo appassionato di tali temi (tra cui la mitologia sassone e celtica) non ne avesse mai sentito parlare, tanto più che lui stesso scrisse degli hobgoblin. A tal proposito va detto, però, che l’autore si pentì di quanto scritto quando scoprì che «[…]la consuetudine che gli hobgoblins fossero ‘una versione più grossa’ dei goblin è esattamente il contrario dell’accezione originale».

Ritengo l’influenza “inconscia”, quindi, una spiegazione plausibile. E le caratteristiche degli Hobbit? Inventate o derivate anche quelle?

Qui Tolkien ammette serenamente che The Marvellous Land of Snergs di Edward Wyke Smith, libro fantasy per bambini pubblicato nel 1927, fu «probabilmente un’inconscia fonte per gli Hobbit». Del resto, Tolkien stesso scrisse più volte di aver amato quel libro e di averlo letto ai suoi bambini. Gli Snerg in questione sono omini amichevoli, alti quanto un tavolo ma forzuti e larghi di spalle. Abitano una cittadina oltre la foresta.

Gorbo lo Snerg ha alcune cose in comune con Bilbo Baggins: nonostante sia presentato come il più stupido degli Snerg, egli è dotato di grande coraggio, abilità e spirito di avventura. E infatti diventa un eroe.

Il Meraviglioso Mondo degli Snerg, di Edward Augustine Wyke-Smith

Il Meraviglioso Mondo degli Snerg, di Edward Augustine Wyke-Smith

Ma andiamo al punto. Abbiamo spiegato l’origine del nome hobbit e le sue caratteristiche. Abbiamo visto come, inconsciamente o meno, i mezzuomini si rifacciano alla folk memory europea, in linea col resto della produzione tolkieniana. È possibile, dunque, che gli Hobbit (o creature simili) siano realmente esistiti?

L’Uomo di Flores

Nel 2003, nell’isola indonesiana di Flores, furono rinvenuti i resti di una specie umana di cui non si sapeva nulla. Si riteneva che i fossili di tali ominidi risalissero ad appena 12’000 anni fa ma, in tempi recenti, sembra che la datazione sia stata spostata sui 50’000. Ci sono, comunque, scheletri che arrivano fino ai 100’000 anni di età.

Si tratta dell’homo floresiensis, una specie che sarebbe vissuta ai tempi dell’homo sapiens e dell’homo neanderthalensis. La specie fu subito ribattezzata col nome di Hobbit, per via della statura. Gli uomini di Flores erano bassi e minuti come bambini, avevano grandi piedi pelosi e testoline ricce. Vi ricorda qualcosa?

Homo floresensis, o Hobbit

L’homo floresensis, o Hobbit. Il Martin Freeman indonesiano

Secondo alcuni studiosi, l’incontro con l’homo sapiens avrebbe contribuito all’estinzione degli Hobbit. A sostegno della tesi dell’incontro tra specie, nelle stesse caverne in cui sono stati scoperti i resti più recenti dell’homo floresiensis i ricercatori hanno trovato ossa di sapiens risalenti proprio a quel periodo.

Immaginate come deve essere stato l’incontro dell’homo sapiens con questa specie assolutamente unica. Ritengo plausibile che, similmente agli eventi traumatici come eruzioni o meteoriti, le comunità umane abbiano condiviso le storie di tale “convivenza” di regione in regione, di generazione in generazione, trasformandole sì in qualcosa di nuovo ma, al contempo, di reale. È la memoria condivisa del mito, di cui parlavamo poc’anzi.

Con questo non intendo dire che Tolkien avesse, in qualche modo, realizzato i suoi Hobbit su modello dell’homo floresiensis. Intendo invece dire che il grande autore fantasy avesse inconsciamente attinto, come da sua abitudine, alla memoria collettiva europea che, a sua volta, ricordava l’incontro con esseri dalle simili fattezze.

Resta un’incognita: com’è possibile che tale ricordo si sia spostato dall’Indonesia alle isole britanniche?

È estremamente probabile che l’uomo di Flores sia sopravvissuto nei miti e nelle leggende locali: si pensi ai nittowa dello Sri Lanka e all’ebu gogo di Nage, regione del Flores centrale. Tuttavia, tali immagini dell’homo floresiensis si discostano molto dalla placida e amichevole figura dell’Hobbit.

Hobbit di Flores

Una Hobbit di Flores in tutta la sua bellezza

Parliamo di ominidi violenti, dotati di lunghi artigli e in grado di arrampicarsi sugli alberi. Nanerottoli dai volti scimmieschi, i grandi canini e una folta peluria che li ricopriva dalla testa ai piedi. Correvano velocissimi, erano dotati di grande forza e rubavano il raccolto dai campi.

Alla luce di tutto questo, ritengo difficile che l’uomo di Flores abbia qualcosa a che vedere col nostro Hobbit. Le storie viaggiano, sì, ma la distanza è considerevole e le leggende differiscono davvero troppo. Tuttavia, l’esperienza dell’homo floresiensis ci dà un ulteriore indizio per la nostra indagine. È possibile che ci fossero razze umane di tali dimensioni, in Europa?

La risposta è, sorprendentemente… sì.

I Pitti e i Pigmei europei

Conosciamo tutti i pigmei: popoli la cui altezza è inusualmente bassa (secondo gli antropologi, sotto i 150 cm per gli adulti maschi) diffusi per lo più in Africa. Ma ci sono popolazioni pigmee anche in Australia, Thailandia, Malesia, India, Indonesia, Brasile, Bolivia e via dicendo.

A tal proposito ci giunge in aiuto questo articolo del «New York Times» (grassetti miei).

Gli antropologi si appropriarono rapidamente della teoria dell’evoluzione biologica di Darwin e ciò risultò in una parallela teoria di evoluzionismo culturale. Negli ‘870, un importante gruppo di folkloristi antropologi o etnologi (che ho chiamato gruppo comparativo-antropologico) aveva preso vita, ispirato dal lavoro del “padrino” dell’antropologia comparativa, Sir Edward Burner Tylor. Per questi studiosi del folklore, gli elementi selvaggi nei racconti e costumi popolari erano nuovamente (come per i mitologi celesti) il tentativo di popolazioni primitive di interpretare le basilari, universali fasi della vita. Ma tali tentativi non erano sempre erronei o distorti. In Primitive Culture (1871), Tylor propose due idee importanti per lo studio delle fate: la dottrina della sopravvivenza e la teoria animistica. Che grado di verità storica, ammesso che ce ne sia, contiene la tradizione delle fate? Si chiese Tylor. Quali sono le sue basi? Le similitudini tra diverse tradizioni furono il risultato della diffusione di gruppi, tribù o razze, o invenzioni separate delle stesse?
(…)
Le teorie di Tylor attrassero luminari dell’antropologia e del folklore come James Anson Farrer e Andrew Lang. Farrer e Lang fecero ulteriori ricerche: confrontarono le credenze e i riti di popoli primitivi non-europei con gli analoghi riscontrati nel folklore europeo. Le loro teorie furono elaborate con maggiore coerenza da Canon J.A. MacCulloch in The Childhood of Fiction (1905). Per MacCulloch, le fate erano gli antichi e moderni “selvaggi”, e i racconti popolari riflettevano le loro idee, credenze e costumi.
(…)
Il concetto implicito nel libro di MacCulloch — che le fate e la loro tradizione scaturissero dallo scontro di culture o razze — era stato affermato precedentemente e più esplicitamente da altri, inclusi Alfred C. Haddon, George Laurence Gomme e John Stuart Stuart-Glennie. Il Professor Haddon affermò che “le storie di fate fanno supporre uno scontro razziale” e potevano essere considerate “come storie raccontate da uomini nell’età del ferro di eventi che erano accaduti a uomini dell’età del bronzo nei loro conflitti con uomini del Neolitico.” (qtd. in Evans-Wents, p. 137n).
(…)
La composizione razziale delle fate, il loro status di inferiorità o superiorità, e il loro posto nella storia britannica divennero problemi primari, specialmente per quelli che assunsero posizioni evemeriste o di realismo storico. Gli evemeristi credevano che le fate derivassero da un precedente gruppo di invasori delle isole britanniche o dagli stessi aborigeni inglesi.
(…)
I soggiogati aborigeni britannici riscossero successo e l’evemerismo divenne una delle teorie principali del Vittorianesimo. Campbell di Islay avrà pure affermato, privatamente, che le fate fossero “spiriti”; tuttavia scrisse pubblicamente che erano basate sulle reminiscenze di guerrieri in pelli di animali, i quali forgiarono e scoccarono punte di freccia di silice (elf shots) ma che persero contro il ferro degli antenati dei moderni Inglesi (1:lxix-lxxx). John Rhys insisté sulla natura eterogenea delle loro origini, ma concordò che le fate venissero, in parte, da “un’antica razza di uomini”, “pre-Pittici”, i “più vecchi e più bassi” in Inghilterra (Celtic Folklore 2:667).
Il concetto di fate come razza “superiore” e civilizzatrice fu perfino più popolare, sebbene brevemente. Sul finire del diciottesimo secolo, Mallet aveva ipotizzato in Northern Antiquities (1770) che i Lapponi (sempre considerati magici) fossero le vere fate. Sir Walter Scott, anche lui un sostenitore dei Lapponi orientali come fonte delle fate, suppose che essi guadagnarono una reputazione soprannaturale predicendo il tempo, cosa che sapevano fare grazie a un’attenta osservazione. Jacob Grimm, in anticipo sui tempi, aveva teorizzato (in Teutonic Mythology) che c’era in passato una diffusa popolazione di nani in tutto il Nord Europa le cui azioni avevano dato vita alle tante tradizioni associate alle creature soprannaturali. Banjamin Thorpe, lo scandinavista, immaginò negli ‘830 che i nani delle credenze norrene fossero “Lapponi orientali”, considerati magici perché, a differenza dei Norreni, conoscevano la manifattura e l’uso del ferro. George Webbe Dasent, collega di Thorpe negli studi scandinavi, pensava che i Sami e i Lapponi nomadi furono trasformati in troll o ingranditi in giganti (Dorson, Peasant Customs 2:596). Nel 1881, Karl Blind ritrasformò la trasformazione asserendo che i Lapponi con pelli di animali che cavalcavano le onde nei kayak erano la fonte dei merman, le sirene, le selkie (foche umane) della tradizione scozzese (qtd. in MacRitchie, Testimony, pp. 1-6). Al tempo di The Pedigree of the Devil (1883) di Frederic T. Hal, era dato praticamente per certo che i nani, i troll e le fate fossero memorie collettive di razze preistoriche di piccole genti. È impossibile, dice Hall, “non concludere che i nani e i troll siano identificati con razze primeve di uomini dalla bassa statura; che coprivano una larga area di globo abitabile, e che furono gradualmente scacciati nelle montagne, le paludi, i tratti ghiacciati, o le steppe selvagge, di fronte all’avanzata di una razza di uomini più grandi, potenti e meglio armati” (p. 76). Per Hall, i popoli Babilonesi o Accadici rappresentavano il nucleo di questo gruppo “turanico” (p. 77); per Sabine Baring-Gould, lo erano i preistorici Iberici. George Laurence Gomme notò (in English Traditional Lore, 1885) che non solo la nuova scienza dell’archeologia indicava che le fate fossero esistite, ma che fossero una razza pigmea; la tradizione della fate rappresentava i bassi, scuri aborigeni che procedettero l’occupazione ariana in europa (p.vi).

Evemero, o Euhemerus. Quinto Ennio

Evemero, o Euhemerus. Opera di Quinto Ennio

Che c’entra tutto ciò coi nostri Hobbit? È presto detto. Arriviamo, dunque, al punto dell’argomento:

Sulla scorta del lavoro di tutti quelli che lo precedettero, David MacRitchie popolarizzò quella che divenne nota come la “pygmy theory” nel suo importante e controverso libro, The Testimony of Tradition (1890). La sua tesi fu riproposta e ulteriormente elaborata in Fians, fairies and Picts (1893). Spalmando la sua teoria con prove filologiche, topografiche, tradizionali e storiche, MacRitchie correlò la tradizione delle fate con i resti archeologici di abitazioni sotterranee come prova dell’esistenza di un’antica, nanesca razza non-Ariana in Inghilterra. L’idea non era nuova, ma lo sviluppo dell’archeologia come scienza e l’aumentare degli scavi presso i siti preistorici diede concretezza al nuovo evemerismo di MacRitchie. Una sorta di Thor Hyerdahl vittoriano, MacRitchie strisciò sotto i tumuli e i tunnel per provare la validità delle sue affermazioni.

Il cuore della tesi di MacRitchie era che i popoli Ungro-finnici o Mongolici (inclusi i Lapponi) erano anche i Fians (la razza che precedette gli Scozzesi) e i Pitti della storia irlandese e scozzese, e che essi erano coesistiti con gli altri abitanti dell’Inghilterra almeno fino all’undicesimo secolo. Abili nella medicina, nella magia e nell’edilizia, essi abitarono case sotterranee nascoste — più tardi conosciute come colline fatate o forti fatati — e sofisticati tumuli a camere come Maes-Howe nelle Orcadi o New Grange e altri tumuli a Boyne. I fuochi che si levavano di notte attraverso i camini delle loro tane sotterranee erano responsabili delle persistenti leggende, comuni in tutta l’Inghilterra, delle “luci fatate”. Le loro “furbe” donne conquistarono i capi irlandesi, li sposarono e divennero, nella leggenda, potenti fate irlandesi conosciute come sidhe. MacRitchie spiega anche perché le fate preferissero il colore verde: era il colore della caccia indossato dai piccoli Lapponi. (…)

Prima di approfondire la veridicità di tali affermazioni, dobbiamo chiarire un punto: perché proprio i Pitti? Perché questa antica popolazione avrebbe qualcosa a che vedere coi folletti e i nostri Hobbit? Ebbene, MacRitchie fornisce davvero tantissime ragioni. Io ne farò notare solo qualcuna di mio pugno, ma se volete approfondire il lato folkloristico vi consiglio di leggere il suo Testimony of Tradition.

Guerriero pittico Theodor de Bry

un guerriero pittico secondo Theodor De Bry

I Pitti sono conosciuti come Pecht o Peht in scozzese. Pecht è un altro nome con cui sono conosciuti i Grogoch, creature del folklore Nord-irlandese che si dice provenissero dalla Scozia. Metà umani e metà fatati, i Pecht sono creature amichevoli, grandi lavoratori, e aiutano gli umani nel lavoro dei campi. Chi li ha visti li ha definiti come piccoli e pelosi. Vivono in aree remote: sotto le rocce, nelle caverne e in delle buche. Di notte, amano fumare.

Sappiamo inoltre che i Pitti si rifugiavano in strutture sotterranee durante l’inverno, attraverso stretti tunnel. Questi rifugi erano coperti da zolle di terra e, da fuori, somigliavano a dalle collinette. I Pitti accendevano fuochi all’interno e il fumo spuntava dalle colline proprio come i cosiddetti pixie fires, cioè fuochi dei folletti.

Philip Robinson, a tal proposito, scrive (ancora, grassetti miei):

I Pechts del folklore sono ricordati nelle stesse aree dell’Ulster dove gli storici Pitti sopravvissero più a lungo – in particolare a South Antrim. History of Belfast di George Benn descrive, nel 1823, le tradizioni delle parrocchie nel nord della città:

“La loro tradizione più antica (se così si può chiamare) è un registro delle razze di esseri piccoli e deformi, da loro denominati Pechts o Pauchts, e che abitavano le caverne sotterranee. È comune sentire qualcuno che voglia riferirsi a qualcosa di estremamente antico, esclamare, ‘già al tempo dei Pechts‘”.

History of Carrickfergus (1839) di M’Skimmin dichiara:

La Tradizione afferma che il paese era originariamente abitato da genti chiamate Pehts, che risiedevano nelle caverne. Si dice che fossero molto forti ma piccoli di statura. Piccole canne somiglianti a pipe da tabacco, che vengono ritrovate alle volte durante gli scavi, sono ancora comunemente chiamate Peht-pipes, dall’idea che appartenessero a quelle genti. (…) Secondo la tradizione della zona, quelle caverne furono scavate e abitate dai Pehts o Pitti“.

All’inizio del ‘900, Elizabeth Andrews collezionò molte storie sui Pechts ad Antrim, Down e Donegal per il suo articolo “Ulster Fairies, Danes and Pechts”, Agosto 1906, e per il suo libro Ulster Folklore pubblicato nel 1913.

In realtà, nel folklore scozzese e irlandese l’associazione tra i Pitti e le creature del piccolo popolo sono comuni, e sono state riprese da poeti e letterati anche in seguito (come da Robert Louis Stevenson). Anche l’Historia Norvegiae, un importante manoscritto del XII secolo, parla dei Pitti come di un popolo di pigmei che viveva sottoterra.

Pietra del Serpente Aberlemno, pietra pitta

Pietra del Serpente Aberlemno (Aberlemno Serpent Stone), pietra pitta di I classe

È interessante notare l’etimologia stessa del termine Pecht, o Peht. in Anglo-Sassone il termine è Pihta, Pehta o Peohta e in norreno Pett. Il bardo gallese Taliessin li chiama Peith. Queste e altre forme non contengono la “c” e sono forse collegate al termine inglese petty, gallese pitiw e francese petit: “piccolo”, stante a indicare la bassa statura di tali genti.

Una chicca: dei Pechts si dice che avessero dei grandi piedi a banana. Certo, non pelosi come quelli dei nostri Hobbit!

Le Prove dell’esistenza degli Hobbit

Alcune delle teorie di MacRitchie sono parzialmente validate, oggi, da varie scoperte. Sappiamo per certo che un’influenza lappone ci sia stata nelle aree costiere della Scozia, soprattutto nelle isole Orcadi e Shetland. Queste ultime furono colonizzate dai Vichinghi durante l’ottavo e il nono secolo, ma erano abitate almeno dal Neolitico. Studiosi hanno riscontrato, negli Orcadiani, il 25% di apporto genetico norvegese e una forte presenza di DNA pre-vichingo, che risalirebbe all’epoca dei Pitti.

Sjøsamene. Sami del mare

Sjøsamer. Sami del mare

Secondo alcuni studi, gli Orcadiani e i Siberiani sarebbero strettamente imparentati. Di particolare interesse è la vicinanza culturale e genetica tra il popolo Sami (i Lapponi) e alcune popolazioni siberiane, tra cui i Samoiedi.

È importante tenere a mente, in ogni caso, che gli stessi Sami si differenziano molto tra loro. Ci sono quelli più chiari e dall’aspetto europeo; ci sono quelli più scuri e dall’aspetto asiatico. I Sami tipicamente bassi e scuri sono i Sami del mare, o Sjøsamene.
A tal proposito, basti pensare che si parlavano oltre 10 lingue Sami nelle diverse comunità.

Sjøsamene. Sami del mare

Sjøsamene. Sami del mare

Gli Scozzesi in toto avrebbero, di media, l’1,31% di DNA finnico; la quota più alta rispetto alle altre popolazioni britanniche. Si pensi anche che, durante il Neolitico, la Gran Bretagna e l’Europa continentale erano unite dalla Doggerland, una massa di terrà che sprofondò in seguito. Questa era abitata da pescatori pre-indoeuropei i quali, in seguito all’inondazione, si ritirarono sulle isole scozzesi.

Doggerland

La Doggerland nel tempo

Ma andiamo al sodo. Sappiamo che i Pitti erano costituiti da diverse tribù. Un coacervo di popoli, forse di lingue diverse, che si unirono probabilmente in risposta all’espansionismo romano.

I Romani definirono i Caledoni, la tribù dominante dei Pitti, come uomini dai capelli rossi e gli arti lunghi, simili ai Germani. L’altra grande nazione pittica, invece, era quella dei Vecturiones. Ma c’erano anche i Taexali, i Venicones eccetera. Insomma, una confederazione tribale che, pare, giunse a inglobare le popolazioni autoctone delle Orcadi.

Come se non bastasse, l’antica Britannia era estremamente varia nella sua composizione. Si pensi, per esempio, ai Silures, tribù britannica che occupava le coste a sud del Galles. Tacito li descrive in questi termini: «Le facce scure dei Silures, la qualità riccia, in genere, dei loro capelli e la posizione frontale della Spagna rispetto alle loro coste, attestano il passaggio degli Iberici in tempi antichi e la loro occupazione di questi territori».

E qui giungono in aiuto, ancora, gli studi genetici di poc’anzi. I Gallesi avrebbero la più alta proporzione di DNA iberico (il 3%), che diminuirebbe negli Scozzesi (2,30%) e negli Irlandesi (2%). Analisi dei resti di un’antica contadina irlandese risalente a 5’200 anni fa suggerirebbero una stretta correlazione con i Sardi e gli Spagnoli.

Di contro, l’analisi di tre uomini di 4’000 anni fa indica una migrazione proveniente dalle steppe russe e ucraine. Questi resti, trovati sull’isola di Rathin, sono molto più vicini geneticamente alle moderne popolazioni scozzesi, irlandesi e gallesi, a differenza della contadina di cui sopra.

Tornando alla pista iberica, va detto che i moderni Baschi condividono una forte correlazione genetica con gli Irlandesi. Ciò si collega alla presenza dei cerbiatti rossi: essi sarebbero stati portati sulle isole scozzesi durante il Neolitico e proverrebbero non dalla Scandinavia ma dalla penisola iberica e dall’Europa centrale.

Faccia di un Pitta

Ricostruzione di un Pitta morto 1’400 anni fa

Possiamo giungere alle prime conclusioni: alcune tribù pittiche erano indoeuropee (come i Caledoni, probabilmente); altre erano il risultato di commistioni con gli aborigeni iberici o est-europei. Al contrario, i Pitti bassi e scuri provenivano da popolazioni pre-Lapponi, probabilmente quelle montane e marine (che sono tuttora molto diverse dai Sami chiari del Sud). Questi ultimi, come nella tradizione norrena, vennero trasformati in creature magiche. Nel piccolo popolo.

L’Historia Norvegiae afferma che quando Harald Haarfagre (Harald il Chiaro), re di Norvegia, conquistò le Orcadi nel nono secolo, l’isola era abitata dai Papae e dai Pitti, che furono sterminati.

Secondo il manoscritto, i Peti (Pitti delle Orcadi) «erano leggermente più alti dei pigmei; essi erano costruttori straordinari e facevano prodigi per le loro città fortificate. Lavoravano mattina e sera ma perdevano le forze il pomeriggio, allorché si ritiravano in casette sotterranee».

Tutto ciò sembrerebbe confermato da uno dei più antichi testi redatti in Irlanda, il Leabhar Gabhla, o Libro delle Invasioni. Esso narra delle ondate di popoli che invasero l’Irlanda nei tempi più remoti, in chiave semi-mitica. Secondo tale fonte, i primi a stanziarsi in Irlanda furono i Fir Bolg, una genia di genti piccole e scure, seguiti da una razza superiore e magica chiamati i Túatha Dé Danann (le genti della Dea Dana).

Il libro narra inoltre che il gruppo che venne poi in Irlanda e ascese al ruolo di razza dominante furono i Milesi, cioè i figli di Mil, un soldato proveniente dalla Spagna.

È possibile, dunque, che tra le tribù pre-pittiche del Neolitico (o addirittura del Paleolitico superiore) ne figurasse una composta da uomini particolarmente bassi e trasformati, in seguito, nel piccolo popolo (tra cui i vari –hob e i futuri Hobbit) del folklore? È possibile e, aggiungo, addirittura probabile. Non possiamo sapere per certo che fossero popolazioni pre-Lapponi, analoghi del Cheddar Man o chissà cos’altro, ma chiunque fossero… c’erano. Le millenarie tradizioni successive parlano di loro.

Cheddar Man

Ricostruzione del Cheddar Man

Qui alcuni dei tratti ricorrenti che li definivano:

  • Vissero in caverne sotterranee, costruite dentro o in prossimità dei Forti ad anello.
  • Erano di piccola taglia, ma robusti e molto forti.
  • Avevano dei piedi comicamente grandi, al punto da poterli usare come ombrelli per ripararsi dalla pioggia.
  • Fumavano piccole pipe di argilla e indossavano pelli o abiti grigi (le pipe di argilla erano anche conosciute come Fairy pipes o Danes pipes).
  • Avevano lunghi capelli neri.
  • Come i Danesi, erano considerati umani e con un ruolo significativo nella storia dei tempi antichi, ma simultaneamente riveriti come creature mitologiche e soprannaturali. A North Antrim si diceva che i Pechts fossero così numerosi da formare una lunga linea, quando costruivano un avamposto, e da passarsi la terra di mano in mano senza muovere un passo.

Skinny-ma-link melodeon legs, big banana feet.

Went tae the picters an cudn’t get a seat.

When the show was over, the rain cum on again —

Skinny-ma-link, melodeon legs, big banana feet.

Voi che ne pensate? Credete che gli Hobbit siano realmente esistiti? E i Nani? Gli elfi? Beh, per quelli… vi rimando alle prossime puntate!

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *

Latest posts by Il Palombaro (see all)