Gilgamesh The King, Robert SilverbergTitolo originale: Gilgamesh the King

Autore: Robert Silverberg

Anno: 1984

Genere: Historical Fantasy, Romanzo Storico

Lingua: Inglese

Editore: Arbor House

Pagine: 320

Silverberg e la Saga di Gilgamesh

Robert Silverberg è principalmente conosciuto come autore di fantascienza; sono noti L’uomo stocastico, L’uomo nel labirinto o Il figlio dell’uomo, pubblicati in Italia nella collana Urania.

In effetti, Silverberg fu un autore perno di quell’ondata sci-fi successiva al grande boom della fantascienza dei ’50, ovvero della new wave della fantascienza. Si trattava di lavori più vari, sperimentali e ambiziosi rispetto ai canoni del genere.

La fantascienza new wave promosse storie introspettive, drammatiche, emozionanti e a tratti disturbanti dal punto di vista psicologico. Conosciamo tutti le opere visionarie e grottesche di Dick, per esempio.

Silverberg abbracciò lo spirito di quel periodo e produsse un gran numero di storie diverse tra loro. Alcuni dei generi che finì per toccare furono le ucronie, il fantasy e i romanzi storici, come nei racconti della raccolta Roma Eterna. Ecco, il romanzo di cui parleremo in questa recensione pesca a piene mani da quel sostrato mitico, fantastico e storicamente accurato della produzione dell’autore.

Robert Silverberg pubblicò più storie appartenenti alla Saga di Gilgamesh, tra cui Gilgamesh the King e Gilgamesh in the Outback. Quest’ultimo è un romanzo breve e vinse il premio Hugo come Best Novella nel 1987.

Ciò che presentiamo oggi, invece, è il primo titolo della saga, tradotto semplicemente come Gilgamesh da Fanucci e pubblicato in Italia nel 1988. Il volume, che io sappia, non fu mai ristampato e oggi non è facile da reperire.

Gilgamesh Fanucci Il Libro d'Oro

Gilgamesh, edito dalla Fanucci nella collana Il Libro d’Oro

Gilgamesh the King

Riporto qui di seguito la trama:

Per due terzi Dio e per un terzo uomo, Gilgamesh è un vero gigante tra gli uomini oltre a essere un formidabile guerriero. Quando suo padre, il Re di Uruk, muore, Gilgamesh è costretto all’esilio dal nuovo Re Dumuzi, preoccupato per quelli che possono essere i suoi propositi relativamente al trono. Nel vicino territorio di Kish, le capacità di Gilgamesh vengono affinate sino alla perfezione e, quando Dumuzi muore a sua volta, Gilgamesh ritorna per essere proclamato Re dall’astuta Sacerdotessa di Inanna. La coppia governa Uruk e il territorio gode di un periodo di grande prosperità. Tuttavia regnare non è abbastanza per soddisfare l’insaziabile desiderio di Gilgamesh, e la sua noia è mitigata solo dall’apparizione di Enkidu, uno strano barbaro che dimostra di essere alla pari in combattimento con il Re. I due diventano uniti come fratelli, ma, quando Gilgamesh incorre nell’ira di Inanna, gli Dei decidono di separarli e il Re decide di partire alla ricerca dell’immortalità.

 
Gilgamesh the King, come suggerisce il titolo, narra la storia romanzata dell’Epopea di Gilgamesh. Per chi non lo sapesse, si tratta della prima opera letteraria della storia, 1’500 anni prima dell’Iliade, ai tempi degli antichi Sumeri.

Come per gran parte della cultura di quel popolo, il mito di Gilgamesh fu ereditato, ampliato e ulteriormente diffuso dalle popolazioni che abitarono successivamente la Mesopotamia, ovvero gli Accadi, gli Assiri e, soprattutto, i Babilonesi. La maggior parte delle tavolette recanti la storia dell’eroe furono rinvenute nella Biblioteca di Assurbanipal e la versione più conosciuta della storia è quella babilonese.

Tuttavia, Silverberg ha ambientato il romanzo nell’antica Sumeria, cioè nella sua veste originale. I nomi degli Dei, dei personaggi, dei luoghi e così via sono, dunque, sumerici e non babilonesi, così i dettagli culturali, antropologici, tecnologici e sociali. Tranne Gilgamesh, chiaramente, che dai Sumeri era conosciuto col nome di Bilgamesh.
Ciononostante, l’autore ha integrato tutte le avventure finora rinvenute in un’unica storia, con la sola eccezione della morte dell’eroe.

Enki e Ninhursag, Karmazid

Enki e Ninhursag, di Karmazid

Per quanto riguarda la fedeltà al mito, Silverberg ha adottato una narrazione romanzata e ulteriormente drammatizzata degli avvenimenti, i quali, come anticipato, sono tutti presenti, sebbene riadattati in varie forme.

Ciò detto, alcuni eventi sono inventati di sana pianta. È questo il caso, per esempio, del primo quarto di libro, ovvero della fanciullezza e dell’adolescenza dell’eroe, argomenti mai trattati nei cicli originali. Silverberg ha costruito un’infanzia in cui Gilgamesh si reca a scuola e vive la società sumerica al fianco degli altri abitanti di Uruk.

È un’ottima scelta, in quanto permette all’autore di mostrare la città e la società sumerica nella sua quotidianità, nonché di preparare dei collegamenti con le future avventure dell’eroe. Il viaggio a Kish, l’incontro con la sacerdotessa di Inanna, il bullismo di Birhurturre, il funerale e l’adorazione di Lugalbanda… sono tutti esempi di pregressi utili alla trama, allo sviluppo dei personaggi e allo sviluppo del background.

La vera leggenda di Gilgamesh inizia soltanto nel momento in cui l’eroe ascende al trono e, poco dopo, incontra l’amico Enkidu. Da quel momento, Silverberg segue il filo della trama originale.

Ma l’autore non pesca solo dall’Epopea: troviamo narrati, in secondo piano o incrociati alla vicenda principale, altri miti sumerici, dalla discesa degli Inferi di Inanna alla creazione dell’uomo. La ricerca che sottende all’opera è impressionante ed evidente, grazie agli infiniti dettagli che compongono la quasi totalità delle scene.

Dalle architetture alla linguistica, dai costumi ai gioielli, ai riti (il Matrimonio Sacro, la sepoltura collettiva…), ai mestieri, ai modi di fare e dire, alla fauna e alla flora, ogni elemento è ricco di particolari. Le scene sono realistiche, ricercate, arricchite da uno studio completo della storia e della società sumerica.

Di seguito trovate un breve estratto:

«Sono Enkidu.»
«Ah, l’uomo selvaggio! Avrei dovuto sospettarlo. E così sei venuto ad Uruk? Ebbene, che cosa vuoi da me, uomo selvaggio? Questo non è il momento di presentare petizioni al tuo Re.»
In tono brusco mi chiese: «Dove stai andando, Gilgamesh?»
«Devo forse rendere conto a te di quello che faccio, adesso?»
«Dimmi dove stai andando.»
Le mie guardie del corpo si agitarono nuovamente. Penso che lo avrebbero trafitto volentieri con le lance, ma le trattenni.
Alquanto irritato, risposi, indicandogli la Casa dell’assemblea: «Laggiù. A partecipare ad una cerimonia nuziale. E tu mi farai arrivare in ritardo, uomo selvaggio.»
«Non puoi andarci,» disse. «Tu hai intenzione di prendere la sposa per te? Non puoi prenderla!»
«Io non posso? Io non posso? Che strane parole da dire ad un Re, uomo selvaggio!» Con una stretta nelle spalle dissi: «Non mi diverto più. Te lo ripeto: fatti da parte, amico.»
Avanzai. Ma, invece di cedermi il passo, allungò una gamba per ostacolarmi, e poi mi afferrò con le mani.
È punibile con la morte toccare il Re in una maniera simile. Non diedi, però, ai miei soldati la possibilità di abbatterlo. Non appena Enkidu mi toccò, fui preso da una rabbia terribile, e lo afferrai come se volessi lanciarlo dall’altra parte del mercato. Immediatamente ci avvinghiammo in un abbraccio violento, e i soldati non avrebbero potuto colpirlo senza ferire me; perciò indietreggiarono e ci lasciarono stare, non sapendo che cos’altro fare.
In quei primi momenti mi accorsi che aveva la mia stessa forza, o quasi. Era una sensazione nuova per me. Nella mia infanzia, nei giorni di addestramento militare a Kish, nelle chiassose risse con i giovani guerrieri della Corte dopo la mia salita al trono, avevo lottato spesso, per puro divertimento, e mi ero sempre accorto nei primi momenti che l’uomo con cui combattevo era alla mia mercé: avrei potuto atterrarlo quando avessi voluto.
Questo mi soddisfaceva solo quando ero bambino. Quando crebbi, me ne lamentavo, perché privava la lotta di ogni divertimento sapere che la vittoria era sempre a portata di mano, in ogni momento. Con Enkidu era diverso: non avevo nessuna certezza. Quando cercai di spostarlo, non si mosse. Quando lui cercò di spostarmi, dovetti usare tutta la mia forza per resistere. Mi sembrava di trovarmi in un altro mondo, un mondo strano, in cui Gilgamesh non era più Gilgamesh. La sensazione che avvertivo non era paura — non penso che fosse paura — ma qualcosa di altrettanto sconosciuto. Dubbio? Incertezza? Disagio?
Lottammo come tori arrabbiati: sbuffavamo, oscillavamo in avanti e indietro, senza mai lasciare la presa l’uno sull’altro. Frantumammo gli stipiti delle porte e facemmo tremare le pareti degli edifici. Nessuno di noi due riusciva ad avere la meglio. Poiché era alto quasi quanto me, ci guardavamo negli occhi mentre lottavamo: i suoi occhi erano infossati e iniettati di sangue, e brillavano di una violenza selvaggia e stupefacente. Grugnivamo, barrivamo, ruggivamo. Io lo sfidai nella lingua di Uruk, nella lingua del popolo del deserto, e in tutte le altre lingue che riuscivo a ricordare. Ed Enkidu mormorava e gridava nella lingua degli animali, lanciando aspri ruggiti come i leoni delle pianure.
Desideravo ardentemente ucciderlo. Pregavo che mi fosse concesso spezzargli la schiena, sentire lo schiocco della sua spina dorsale che si rompeva, lanciarlo come una tunica vecchia tra le immondizie. L’odio che provavo mi dava le vertigini.

Enkidu e Gilgamesh

Enkidu e Gilgamesh si affrontano

Nonostante la narrazione sia cruda, concreta, visuale e, quindi, adatta alla sensibilità odierna, lo stile fa eco al racconto epico dell’Epopea. Silverberg mima la prosa semplice, poetica ed eroica della letteratura antica, nonché l’usanza di ripetere nomi ed eventi, sebbene con moderazione.

Qui e lì, nei momenti che ricalcano l’opera originale, Silverberg mutua i dialoghi e le formule esatte da quest’ultima, e ciò contribuisce alla sensazione di continuità e solennità trasmessa dall’autore.

La narrazione è sempre ispirata e mai noiosa, grazie alla ricchezza dei dettagli e all’eleganza dello stile. L’opera è scritta in prima persona, dal punto di vista di Gilgamesh, il quale racconta in forma di memoir le sue vicende passate.

Fantasy o Romanzo Storico?

Gilgamesh the King è intriso, come detto, di realismo, ma anche di introspezione e punta molto sulle crisi e i dilemmi tragici dell’eroe. Silverberg dimostra una grande sensibilità e ci permette di entrare nel cuore del personaggio, di metterci nei suoi panni, di provare i suoi dubbi e le sue umane paure. Nei momenti intimi la narrazione assume toni mistici e sognanti, come quando Gilgamesh si trova a contatto col mondo divino.

La divinità, infatti, permea l’opera dall’inizio alla fine, direttamente o indirettamente, e crea quell’atmosfera e quel sense of wonder costanti di un’opera puramente fantasy. Eppure, l’elemento fantastico è parte del realismo storico, poiché gli antichi popoli vivevano la religione sulla pelle, di libagione in libagione, di rito in rito.

Ci troviamo di fronte a uno degli elementi più geniali dell’opera. Si tratta di fantasy mitico, sì, o historic fantasy che dir si voglia, ma Gilgamesh the King potrebbe essere tranquillamente definito come un semplice romanzo storico. Tutto ciò che viene raccontato, infatti, può essere interpretato in chiave scientifica, naturalistica… materiale e non soprannaturale. Silverberg è stato attento a narrare eventi spiegabili, verificabili, trasformandoli con gli occhi di Gilgamesh in magia, demoni o miracoli di natura divina.

Per entrare in contatto con gli Dei, il Re di Uruk sprofonda in uno stato psicologico alterato, di estasi, autoindotto coi tamburi o attraverso preghiere e venerazioni. È un senso di visione mistica comune alle popolazioni antiche, abituate a vedere gli Dei in ogni dove e a servirli in ogni gesto.

In Gilgamesh the King ci sono, dunque, due chiavi di lettura, e Silverberg mantiene quest’impostazione fino alla fine dell’opera, senza una sbavatura.

Proprio il finale, forse, mi ha un po’ deluso. Non dal punto di vista narrativo, sia chiaro (il climax funziona benissimo), ma da quello psicologico. Mi aspettavo qualcosa di più, una realizzazione più profonda da parte di Gilgamesh e Silverberg, visti i trascorsi, ma l’autore decide di sopire il cuore dell’eroe in modo frettoloso.

Comunque, si tratta di un libro a dir poco unico, un capolavoro letterario che andrebbe studiato nelle scuole e che dà all’immortale Epopea di Gilgamesh il grandeur, il rispetto e il rinnovo che merita.

Conclusione: Consigliato!

Contro:

  • Il finale non è eccezionale per quanto riguarda lo sviluppo interiore del protagonista

Pro:

  • Prosa elegante, scorrevole, ispirata e originale, poiché riprende i toni del poema epico
  • Introspezione e auto-psicanalisi di ottimo livello
  • Ambientazione studiata e sviscerata in modo assai dettagliato
  • Narrazione cruda, realistica, impattante e fedele all’Epopea
  • Sense of wonder costante,
    doppia chiave di lettura
Voto: Cinque caschi!
Cinque caschi!

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *

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