Cos’è la Flash fiction?

La Flash fiction, o Microstoria, è un formato narrativo di non più di 1’000 parole, cioè quello che definiremmo un racconto davvero breve. Non a caso i lavori di tale brevità vennero chiamati, dagli anni ’20, short short stories.

Negli USA la Flash fiction iniziò a diffondersi nel diciannovesimo secolo, per poi giungere nell’America ispanofona e nella stessa Spagna nei primi decenni del ‘900. Parliamo dei microrrelatos, popolari ancora oggi, e della Microficción. In portoghese, invece, del miniconto, o microconto, o ancora nanoconto.

Anche la Francia è una grande interprete di tale stile letterario, con le sue micronouvelles e la famosa raccolta Microfictions di Régis Jauffret. Segue la Germania, con la Kürzestgeschichten; l’Inghilterra, la Russia, il Giappone e, fanalino di coda, l’Italia. Qui le microstorie sono state incidenti isolati e nessuna tendenza ha mai preso piede.

Ma, nei fatti, quand’è che si parla di Flash fiction? È sufficiente scrivere un breve componimento per realizzare una microstoria?

Per prima cosa bisogna tenere a mente che la Flash fiction è, per l’appunto, fiction, cioè narrativa. Ciò significa che il suo obiettivo è raccontare una storia. Non catturare un momento, badate, una sensazione, una scena o altro, ma trattare un intreccio con un inizio, uno svolgimento e un termine.

Essendo così brevi, però, le microstorie non permettono di scrivere chissà che. Per questo motivo in tali storie è di estrema importanza il dopo, o il non detto, cioè le implicazioni dell’intreccio stesso. Com’è stato più volte notato dai critici e dai commentatori, infatti, la Flash fiction possiede una qualità letteraria unica: la capacità di suggerire una storia oltre la storia. O una storia più ampia.

44 Microstorie di fantascienza e Microfantascienza - altre 44 storie. Da 100 Great Science Fiction Short Short Stories.

44 Microstorie di fantascienza + Microfantascienza – altre 44 storie, a cura di Urania (da 100 Great Science Fiction Short Short Stories).

I vantaggi della Flash fiction

Come si racconta una storia in un formato tanto… stretto? Qui sta la sfida e l’attrattiva della Flash fiction: riuscire a catturare il lettore e a raccontargli qualcosa nel minor “spazio” possibile. In altre parole, più concisamente possibile.

La Flash fiction si presta alla vita contemporanea, con i suoi ritmi serrati e la bassissima curva dell’attenzione. Una microstoria si può leggere durante un viaggio in autobus, in metropolitana. O può essere inviata addirittura tramite SMS, Whatsapp, email e così via. Ma soprattutto, la Flash fiction si adatta alla perfezione al mondo del web.

Parliamo dei social, per esempio, in cui i contenuti lampo godono di grande visibilità e partecipazione. Pensate a tutti quegli amici che vi ammorbano, su Facebook, coi loro vaneggiamenti su background colorati, o alle immagini con citazioni e stralci che circolano sulle pagine (le cosiddette visual quote). Ecco, un racconto di Flash fiction avrebbe quella forma e potrebbe essere letto da chiunque, in qualsiasi momento.

Le opinioni hanno stancato. Spero di non essere il solo a pensarla così. Le persone vomitano le loro impressioni per sentirsi appagate, considerate, partecipi. Eppure, le opinioni non cambiano nulla e annoiano come un autore intrusivo in un romanzo. Al contrario, immaginate un mondo in cui le considerazioni lascino il posto a dei brevi racconti. Sarebbe senz’altro più piacevole e significativo.

Tornando a noi, ci sono i blog, le riviste online, i portali specializzati… la Flash fiction è spendibile ovunque, nella rete. Perché non approfittarne, allora?

Splatter Flash fiction horror italiana

Antologia di Flash fiction e fumetti horror a cura di Alessandro Manzetti e Paolo Di Orazio.

Tipi di Flash fiction

Le microstorie si dividono in tante sottocategorie, a seconda della lunghezza del componimento.

C’è il romanzo da sei parole, chiamato six-word story, tratto dal famoso racconto attribuito a Ernest Hemingway «Vendesi: scarpine per neonato, mai indossate» (For sale: baby shoes, never worn).
Un componimento così breve non può che ammiccare a qualcos’altro. Non sono molte le persone a dedicarsi a tale formato, ma c’è un sito, Six Word Memoires, che raccoglie i contributi di tutti, organizza contest ecc. Lo trovate a quest’indirizzo.

The baby’s blood type? Human, mostly. (Il gruppo sanguigno del bebè? Umano, per lo più).
Orson Scott Card
 
Kirby had never eaten toes before. (Kirby non aveva mai mangiato alluci prima).
Kevin Smith
 
Dinosaurs return. Want their oil back. (I dinosauri ritornano. Rivogliono indietro il petrolio).
David Brin

C’è la twitterature, o twitter fiction, in cui rientrano le microstorie lunghe 140 caratteri (140-character stories) che sfruttano il bassissimo limite imposto dall’omonimo social media. Ci si dedicano alcuni autori e giornali online, che pubblicano su twitter le brevi storielle. Se la cosa vi incuriosisce, potete rintracciarle mediante gli hashtag #140novel e #twitterfiction. Qui un contest tenuto dal «The Guardian».

I opened the door to our flat and you were standing there, cleaver raised. Somehow you’d found out about the photos. My jaw hit the floor.
(Aprii la porta del nostro appartamento e tu eri lì, la mannaia sollevata. Non so come, ma avevi saputo delle foto. Mi cascò la mandibola).
Ian Rankin
 
I know I said that if I lived to 100 I’d not regret what happened last night. But I woke up this morning and a century had passed. Sorry.
(So di aver detto che se fossi vissuto fino ai 100 non avrei rimpianto quello che è accaduto la scorsa notte. Ma mi sono svegliato stamattina ed era già passato un secolo. Mi dispiace.).
Geoff Dyer
 
She thanks me for the drink, but says we’re not suited. I’m a little “intense”. So what? I followed her home. She hasn’t seen anything yet.
(Mi ringrazia per il drink, ma dice che non siamo compatibili. Sono un po’ “irruento”. E allora? L’ho seguita fino a casa. Non ha ancora visto niente).
SJ Watson

C’è il dribble, anche conosciuto come minisaga, cioè una microstoria di 50 parole. Il formato è utilizzato come strumento di marketing e istruzione e fu inventato da Julian Simadjuntak. Il «The Daily Telegraph» tenne vari contest di minisaga, così vari editori e siti web. Uno di essi è l’autoesplicativo 50-Word Stories. Qui, invece, esempi e consigli per scrivere una minisaga.

I spin with my daughter in the front yard. Stars cut the night. Together we get dizzy. She sinks to her knees and giggles. She orders me: “Faster! Faster!” I turn round and round. Arms out. Head back.
 
Selling the car gives us another month in the house. Spinning. Spinning.

(Io e mia figlia giriamo su noi stessi nel giardino di casa. Le stelle incidono la notte. Ci viene il capogiro. Lei si mette in ginocchio e ridacchia. Mi ordina: “Più veloce! Più veloce!” Io continuo a girare. Braccia distese. Testa all’indietro.
 
Vendere l’auto ci dà un altro mese nella casa. Girando. Girando).
Constellations, di Jonathan Kosik

C’è il drabble, anche conosciuto come microfiction, cioè una microstoria di 100 parole. La Birmingham University SF Society mutuò l’idea dal Big Red Book dei Monty Python. Si tratta per lo più di contest ai cui partecipanti viene assegnato un tema e un tempo prestabilito per scrivere la microstoria.
I drabble godono di maggiore popolarità tra gli autori di fantascienza. Esistono raccolte di scrittori conosciuti e siti web dedicati, come 100 Word Story. Ci sono anche i drabble da 55 parole, o 55 Fiction.

In a New York City voting booth, there was a single question instead of names: Do you want to re-elect President Bill Smith for a fifth term? Below this question, a green button said yes, and a red button said no.

Had anyone ever voted no? John didn’t know. What he did know was that he would rather die for freedom than live in fearful support of a tyrant.

He pressed no with a trembling hand.

He slowly closed his eyes.

Sirens began to sound.

Footsteps pounded his way.

And for the first time in awhile, he smiled.

(In una cabina elettorale di New York, c’era una singola domanda invece dei nomi: Vuoi rieleggere il presidente Bill Smith per il quinto mandato? Sotto la domanda, un pulsante verde diceva sì, e un pulsante rosso diceva no.

Qualcuno aveva mai votato? John non lo sapeva. Ma sapeva che avrebbe preferito morire per la libertà piuttosto che vivere nella paura favorendo un tiranno.

Premé no con la mano tremante.

Chiuse lentamente gli occhi.

Le sirene iniziarono a suonare.

Passi risuonarono nella sua direzione.

E per la prima volta da un po’ di tempo, lui sorrise).
The Fifth Term, di Jonathan Garner

C’è la Flash fiction classica, dalle sue 1’000 parole. C’è la sudden fiction, da 1’500 parole, il cui scopo è offrire un maggior respiro rispetto ai limiti della Flash fiction. E poi la nanofiction, o la nanotale, la micro-story e chi più ne ha più ne metta. Le etichette si sovrappongono e scambiano, fino a perdere di significato.

Sawn-off tales David Gaffney

Sawn-off Tales di David Gaffney, antologia di Flash fiction da non più di 150 parole a racconto. Consigliato dal «The Guardian»

Il mio racconto, Lo Scuotiterra, era in origine un pezzo di Flash fiction da esattamente 1’000 parole. Per la pubblicazione sul sito ho deciso di abbellirlo un pochino: la trama non è cambiata, ma il racconto è ora lungo circa 1’200 parole. Rientra, dunque, nel range della sudden fiction.

Come esempio di Flash Fiction ho scelto L’Allucinazione di Stanley Fleming, del grande autore americano Ambrose Bierce.

Due uomini stavano parlando, e uno era un medico.

«Vi ho mandato a chiamare, dottore,» disse l’altro «ma non credo che possiate aiutarmi. Forse potreste indicarmi uno specialista in psicopatologie. Temo di essere un po’ matto.»

«Avete un’ottima cera» disse il medico.

«Giudicate voi: soffro di allucinazioni. Tutte le notti mi sveglio e nella mia stanza vedo un grosso terranova nero con una zampa anteriore bianca, intento a guardarmi.»

«Sostenete di essere sveglio; ma ne siete proprio sicuro? Le “allucinazioni”, a volte, non sono nient’altro che sogni.»

«Oh, sono sveglio, eccome. A volte rimango sdraiato immobile a lungo, guardando il cane con la stessa assiduità con cui lui guarda me, e lascio sempre la luce accesa. Quando non riesco più a sopportarlo, mi metto seduto sul letto… e non c’è più niente!»

«Ehm… che espressione ha l’animale?»

«A me sembra minacciosa. Naturalmente so che, fatta eccezione per le opere d’arte, il muso di un animale a riposo ha sempre la stessa espressione. Ma non si tratta di un vero animale. I terranova hanno un aspetto piuttosto mite, sapete; questo cos’ha che non va?»

«Veramente, la mia diagnosi non avrebbe nessun valore: non devo mica curare il cane.»

Il medico rise per la sua battuta, ma osservò attentamente il paziente con la coda dell’occhio. Subito dopo disse: «Fleming, la vostra descrizione dell’animale corrisponde al cane del defunto Atwell Barton.»

Fleming fece per alzarsi dalla sedia, ma si risedette ostentando una certa indifferenza. «Mi ricordo di Barton,» disse «mi pare che fosse… circolava la voce che… non ci fu qualcosa di sospetto nella sua morte?»

Guardando ora dritto negli occhi del paziente, il medico disse: «Tre anni fa, il corpo del vostro vecchio nemico, Atwell Barton, venne rinvenuto nel bosco vicino alla sua e alla vostra casa. Era stato pugnalato a morte. Non venne arrestato nessuno per mancanza di indizi. Alcuni di noi avevano delle “ipotesi”. Io ne avevo una. Voi no?»

«Io? Ma, perbacco, che cosa potevo saperne io? Ricorderete che partii quasi subito dopo per l’Europa… be’, un bel po’ di tempo dopo. Non potete aspettarvi che mi sia formato un’opinione nelle poche settimane successive al mio ritorno. In effetti, non ci ho nemmeno pensato. Che fine ha fatto il cane?»

«È stato il primo a trovare il cadavere. Si è lasciato morire di fame sulla sua tomba.»

Non conosciamo la legge inesorabile che sta alla base delle coincidenze. Staley Fleming non la conosceva, altrimenti non sarebbe forse balzato in piedi, quando il vento notturno fece entrare dalla finestra aperta l’interminabile ululato lamentoso di un cane in lontananza. Percorse diverse volte la stanza a lunghi passi sotto lo sguardo attento del medico; poi, piazzandoglisi improvvisamente di fronte, quasi gridò: «Che cos’ha a che fare tutto questo con il mio problema, dottor Halderman? Avete dimenticato il motivo per cui vi ho mandato a chiamare.»

Alzandosi, il medico posò la mano sul braccio del paziente e disse con gentilezza: «Scusate. Non sono in grado di diagnosticare il vostro disturbo così su due piedi… magari domani. Vi prego di andare a letto e di non chiudere la porta a chiave; passerò la notte qui, con i vostri libri. Potete chiamarmi senza dovervi alzare?»

«Sì, c’è un campanello elettrico.»

«Bene. Se qualcosa vi disturba, premete il bottone senza mettervi seduto. Buona notte.»

Dopo essersi accomodato in poltrona, il medico si mise a fissare i tizzoni ardenti e rifletté a lungo, ma apparentemente invano, perché continuava ad alzarsi e ad aprire la porta che conduceva alle scale, e ascoltava con attenzione; poi tornava a sedersi. Comunque, si addormentò quasi subito, e quando si svegliò era già passata la mezzanotte. Riattizzò il fuoco che si stava spegnendo, prese un libro dal tavolo al suo fianco e lesse il titolo. Erano le Meditazioni di Denneker. Lo aprì a caso e iniziò a leggere:

«Giacché Dio ha decretato che tutta la carne sia permeata di spirito e in tal modo assuma le facoltà dello spirito, così anche lo spirito assume le facoltà della carne, perfino quando abbandona la carne e vive come un’entità separata, come dimostrano gli innumerevoli crimini commessi da fantasmi e da spiriti. E c’è chi sostiene che questo fenomeno non riguardi solo l’uomo, ma che anche gli animali posseggano la medesima proprietà malvagia, e…»

La lettura venne interrotta da una scossa violenta, come se in casa fosse caduto un oggetto pesante. Il lettore gettò a terra il libro, si precipitò fuori dalla stanza e salì le scale che conducevano alla camera da letto di Fleming. Tentò di aprire la porta ma, nonostante le sue raccomandazioni, era chiusa a chiave. Prese la porta a spallate con tale violenza che alla fine cedette. Sul pavimento, accanto al letto disfatto, in camicia da notte, giaceva Fleming, che stava esalando l’ultimo respiro.

Il medico sollevò dal pavimento la testa del moribondo, e notò che aveva una ferita alla gola. «Avrei dovuto pensarci prima» disse, pensando che si trattasse di suicidio.

Quando l’uomo morì, un esame rivelò le impronte inconfondibili delle zanne di un animale conficcate in profondità nella giugulare.

Ma non c’era nessun animale.

L’Allucinazione di Stanley Fleming, di Ambrose Bierce

Come scrivere Flash fiction

Abbiamo già sottolineato le difficoltà di stesura delle microstorie. Un approccio comune è quello di scrivere senza curarsi dei limiti e poi tagliare, tagliare, tagliare e limare, fino al raggiungimento dei caratteri o delle parole desiderate. Chiaro che si debba partire con un’idea modesta, adatta al formato in questione. Anche il tema, o il messaggio, deve essere conciso e univoco.

Tagliare è, in effetti, la parola chiave della Flash fiction. Si tratta di un processo doloroso, ma per narrare una storia in quei range è necessario rimuovere ogni orpello o nota di colore dalla sequenza degli avvenimenti. Cassare le parole superflue, gli avverbi, gli aggettivi, i nomi dei personaggi e i personaggi stessi, nel caso in cui siano più di uno o due.

mini libro

Mini? O micro?

Personalmente lo trovo un esercizio utilissimo sia per autori alle prime armi che per quelli navigati, poiché lo sfoltimento e la concretezza sono valori assoluti nella narrativa. Ma non è l’unico elemento pedagogico della Flash fiction.

Scrivere microstorie è facile. Chiunque può riuscirci e chiunque può trovare il tempo per farlo. Si tratta perciò di un esercizio adatto a tutti e, in particolar modo, a quelli che non si sono ancora buttati in formati più impegnativi. Detto questo, scrivere buone microstorie è difficile, quindi gli autori esperti troveranno una degna sfida alla loro esperienza.

Ma andiamo sul concreto. Prima di tutto, bisogna realizzare che una microstoria è troppo breve perché il lettore possa valutare la situazione assieme ai personaggi, o le loro drammatiche scelte.

Per questo motivo, il finale delle microstorie non dovrebbe essere posto alla fine, ma all’inizio o al centro del componimento. In tal modo il lettore avrà il tempo materiale di elaborare le implicazioni nella sua mente. Il risultato? Intrigo, respiro e spessore. Al contrario, inserire il colpo di scena alla fine produce, spesso, i cosiddetti racconti con battuta, funzionali a un sorriso e nulla più, poiché il lettore smetterà di pensarci.

Ma noi vogliamo che il lettore rifletta sul racconto, che ne sia colpito davvero. Perché ciò accada, dobbiamo fornire tutte le informazioni il prima possibile e poi andare oltre i fatti. Dal «Drammatizza! Drammatizza! Drammatizza!» di Henry James si passa all’«Implica! Implica! Implica!». I contorni della storia o le sue conseguenze, per quanto modeste, devono svolgersi nella mente del lettore. Come se questa fosse una pagina in più.

Altro elemento fondamentale è il titolo della microstoria. Nella Flash fiction i titoli giocano un ruolo decisivo; in certi casi ne abbiamo di più lunghi dei racconti stessi. Ecco perché essi devono chiarire ciò che non è chiaro o porre il presupposto acciocché sia chiaro. Come dei preziosi suggerimenti in un gioco di indovinelli.

La conclusione di una microstoria dovrebbe traghettare il lettore su nuovi lidi. Nuovi orizzonti. Ricordate tuttavia che, per quanto di non detto ci sia, la storia deve essere chiara al fruitore. Con questo non intendo dire che l’intreccio debba essere lampante. Non necessariamente. Ci sta che il lettore si scervelli un pochino. Ma, alla fine della fiera, deve poter capire cosa sia accaduto.

Per quanto riguarda l’utilità della Flash fiction da un punto di vista commerciale, beh… sicuramente non pubblicherete microstorie in una raccolta con una famosa CE. Ciò detto, reputo la Flash fiction e i suoi derivati strumenti assai comodi per promuovere, pubblicizzare. E raggiungere persone altrimenti distanti dalla letteratura tipica.

Abbiamo accennato al web, e il web è uno strumento fondamentale per ogni scrittore. La cosiddetta piattaforma online dell’autore è oggi più importante che mai, perciò… perché no, se serve a diversificare? Per di più, le microstorie si prestano ottimamente anche ai contest di racconti. Minore lo sforzo percepito, maggiore la partecipazione. E il formato non può che stuzzicare la creatività.

Attenzione! Ricordate, soprattutto per quanto concerne le storie di sei parole, che una microstoria non è un aforisma. Quelli teneteveli per voi. È una storia!

 
E voi che ne pensate? Avete mai scritto Flash fiction? Commentate!

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *

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