Anatomia di un Page-turner

Avete presente quei romanzi che si leggono tutti d’un fiato? Quei libri che non si riescono a chiudere, quelli da cui non ci si riesce a staccare. Coinvolgenti, intriganti, scorrevoli… gli Inglesi li chiamano Page-turner, letteralmente “volta-pagina” per la loro capacità di ipnotizzarci.

Voltiamo pagina sempre più in fretta, senza mai fermarci, per giungere al finale. Come se fosse un’abbuffata, da cui la frase idiomatica “divorare un libro” o to devour a book.

È un tipo di lettura che ricorda il binge watching, ovvero la frenesia con cui si consumano certe serie tv. Ed è una cosa buona, non credete? Un romanzo che si fa leggere è un romanzo vincente, un romanzo che assolve ad almeno uno dei suoi compiti: intrattenere il suo fruitore.

Certo, è possibile che il contenuto risulti deludente alla sua conclusione, ma un testo che si legge con piacere non viene mai considerato una lettura sprecata, una perdita di tempo o un buco nell’acqua.

Un romanzo che stenta ad attrarci ha più probabilità di essere accantonato. E non vogliamo che ciò avvenga col nostro, vero? In più, una storia lenta o poco interessante presenta senz’altro difetti di struttura. Difetti che pesano, a lettura terminata.

Insomma, non credo di esagerare affermando che il coinvolgimento sia una condizione necessaria, sebbene non sufficiente, per la realizzazione di un prodotto letterario oggettivamente valido.

Ma come realizzare un Page-turner? Come catturare il lettore ed evitare che smetta di leggere? Come strutturare la nostra storia affinché la partecipazione del lettore si accresca invece di diminuire?

Il codice da vinci page-turner

Si può dire quello che si vuole de Il Codice Da Vinci di Dan Brown, a partire dai numerosi errori e dal marketing truffaldino. Ma non c’è dubbio che sia un Page-turner

Il Conflitto

Una lettura coinvolgente è tale per svariati motivi. Tre di questi sono, senza dubbio, il Conflitto, il Ritmo narrativo (o della narrazione) e la Tensione drammatica. Attenzione: i più potrebbe confondere tali elementi o considerarli come un singolo elemento. Non è così e vi spiego perché.

Il Conflitto deriva dall’opposizione di scopi, comportamenti, interazioni, azioni. Tipicamente, in narrativa, ci si riferisce ad esso dal punto di vista del protagonista o del personaggio POV. In altre parole, ciò che contrasta i desideri del nostro eroe genera conflitto.

Il Conflitto narrativo è considerato di estrema importanza nella scrittura di un romanzo. Chi bazzica i blog o i manuali ne avrà sicuramente sentito parlare. I protagonisti devono tribolare. Devono finire dalla padella alla brace. Sembrerà banale, ma un consiglio comune è quello di gettare i personaggi in situazioni man mano peggiori.

Il Conflitto può essere esterno, interno o di relazione. Di quello interno abbiamo già parlato in abbondanza negli articoli sull’Arco di trasformazione del personaggio e sul Monomito. Se ben ricordate, il picco interiore corrisponde al midpoint della storia, dopo il quale lo struggimento del protagonista non potrà che diminuire.

Il Conflitto esterno è, invece, tutto il resto. In particolare, a esso viene associato il problema principale da cui dipende lo sviluppo della trama. Potrebbe trattarsi, per esempio, del ritorno del Signore del male; dell’approssimarsi di una meteora che distruggerà il pianeta; del rapimento di una fanciulla o di qualsiasi altra cosa.

Importante: il Conflitto esterno innesca quello interno, che a sua volta si riflette nelle interazioni e genera il Conflitto di relazione (ricordate la Wholly Triad di Dara Marks?). Per risolvere il Conflitto esterno, dunque, bisogna procedere per gradi: prima si risolve il Conflitto interiore; fatti i conti con la nostra anima, possiamo stare meglio con gli altri; ritrovata la dimensione sociale, è possibile affrontare il problema originale.

Triade, Wholly Triad di Dara Marks

La Triade di Dara Marks: la Storia A (Plot) induce un cambiamento di consapevolezza, che è la Storia B (Subplot). Questa, a sua volta, si riflette nella relazione con gli altri personaggi, chiamata Storia C (Subplot di relazione). Il risultato è la risoluzione del Conflitto esterno, cioè del Plot (o Storia A)..

Il Conflitto va introdotto o rintuzzato in ogni scena. Esso rende più interessante qualsiasi azione, qualsiasi interazione. Come afferma James Frey, un dialogo privo di Conflitto è scialbo, ordinario; le battute andrebbero costruite con una più o meno velata opposizione tra le parti perché risultino brillanti.

Determinante, ai fini del Conflitto esterno, è la cosiddetta Posta in gioco. Trattasi di ciò che rischia, nei fatti, il protagonista. Se il nostro eroe non agisse, la Terra finirebbe in briciole. Se il nostro eroe perdesse, il Tiranno malvagio sterminerebbe la popolazione. Se il nostro eroe vincesse, salverebbe tutto ciò che c’è di bello e di giusto in questo mondo.

La Posta in gioco deve progressivamente aumentare. Ecco il segreto per l’accrescimento del Conflitto esterno.

Può darsi che il protagonista abbia, inizialmente, poco o nulla da perdere. Un mancato pagamento, per esempio. Andando avanti, però, il Nostro dovrà rischiare molto più di qualche euro. Il posto di lavoro. La vita. L’amore. Le cose devono complicarsi, evolversi, ingrandirsi. Se la Posta in gioco non è all’altezza, il lettore non si sentirà stimolato a scoprire cosa succede.

The Newbie's Guide to Publishing Konrath

Per approfondire: The Newbie’s Guide to Publishing, dello scrittore bestseller J.A. Konrath. Tra la massa di informazioni di vario genere, Konrath si sofferma sul concetto di Conflitto e Posta in gioco; elementi su cui punta in modo particolare nei suoi romanzi. Trovate il libro a questo indirizzo (lingua inglese)

L’aumento del Conflitto può essere funzionale al Ritmo narrativo e alla Tensione drammatica. Mi direte: «Ma se la Posta in gioco cresce, aumenta la Tensione, no?». Ebbene, non necessariamente. È possibile che la galassia rischi di esplodere e che a noi non importi per nulla!

Questo ci conduce al prossimo elemento…

La Tensione drammatica

Come dicevamo, Tensione e Conflitto sono due cose diverse. La Tensione drammatica è, tra le altre cose, la percezione del Conflitto e non il Conflitto in sé stesso. In soldoni, la Tensione non può prescindere dai personaggi. Anzi, ne deriva in massima parte.

La Tensione che sente il personaggio POV è quella che sentiamo noi lettori. Maggiore è l’empatia con esso, maggiore è la nostra sensibilità in merito. Maggiore è il filtro del punto di vista, maggiore è la pregnanza delle sensazioni.

Se il protagonista è gestito come si deve, a un aumento di Conflitto corrispondono nuove vette di Tensione drammatica. Ma non solo: alla Tensione contribuiscono l’atmosfera, l’incertezza, la violenza, l’amore. Le più efficaci forme di Tensione sono, infatti: la Tensione violenta, che ci eccita o ci fa preoccupare per la nostra incolumità; la Tensione amorosa o sessuale, che ci inebria e ci tiene in un limbo sentimentale; la Suspense.

Elements of Fiction Writing: Conflict and Suspense

Per approfondire: Elements of Fiction Writing: Conflict and Suspense. Altamente consigliato. Lo trovate a questo indirizzo (lingua inglese)

Quest’ultima forma di Tensione drammatica merita qualche parola in più. Secondo Wikipedia, la Suspense «è un particolare sentimento di incertezza e ansietà con cui si segue l’evolversi di situazioni ricche di drammaticità e dall’esito incerto». La Suspense genera Tensione, quindi, ma non è detto che la Tensione generi Suspense. Elemento fondamentale è, comunque, l’anticipazione, con la quale si può giocare in vari modi.

Il lettore deve credere che, voltando pagina, troverà qualcosa di interessante. Un modo semplice ed efficace per aumentare la Suspense è, per esempio, l’utilizzo di cliffhanger, i cosiddetti finali in sospeso. È ciò che si usa fare con gli show televisivi e si può tranquillamente applicare ai capitoli di un romanzo.

Seminare dubbi, indizi, domande in attesa di risposta, segreti inconfessati e limiti di tempo nella narrazione aiuta moltissimo nell’accrescimento della Suspense e, di conseguenza, della Tensione drammatica.

Parlando in termini strutturali, il Conflitto è un elemento in costante crescita. Non deve mai recedere, mai diminuire. Al contrario, la Tensione non può e non deve aumentare o stazionare troppo a lungo. Una Tensione eccessiva genera stress e, come un elastico teso, finisce per strapparsi o ammosciarsi.

Ciò accade perché ci si abitua. Secondo l’accommodation law «la risposta di un oggetto biologico a uno stimolo costante diminuisce con il tempo». Risultato: se un picco di Tensione si prolunga, esso non sarà più percepito come tale dal lettore e quest’ultimo inizierà a desensibilizzarsi.

Come gestire la Tensione, dunque, senza logorare il lettore o indebolirne le sensazioni? Come aumentare progressivamente la Tensione drammatica per farla esplodere nel Climax, o Spannung, così da soddisfare pienamente le premesse della storia e le aspettative del lettore?

È presto detto. La Tensione drammatica deve essere un crescendo, sì, sulla scia del Conflitto, ma essa necessita di un rilascio. A un picco di Tensione deve seguire un abbassamento della stessa, al quale dovrà succedere una nuova risalita. Al picco numero due seguirà il rilassamento numero due e così via.

Avremo, quindi, una linea crescente fatta di picchi e avvallamenti. Picchi sempre più alti, badate, così da mantenere il crescendo di poc’anzi e sfociare nel Climax. D’altro canto, gli avvallamenti non dovranno inabissarsi: non deve esserci pace per il protagonista, poiché siamo ben lontani dalla risoluzione. Solo allora la Tensione drammatica potrà calare fino in fondo.

Diagramma Tensione drammatica e Conflitto

Diagramma Tensione drammatica + Conflitto fino al Climax

Sembrerà strano, eppure questo schema replica la realtà delle nostre vite, sebbene in un formato “condensato”. Nel mondo reale abbiamo picchi inframezzati da giornate di nulla: un continuo su e giù di emozioni, un alternarsi di quiete e scosse. Tuttavia, almeno nel mio caso, la quiete eccede di gran lunga la Tensione drammatica e ciò non è ammissibile in un romanzo. Non vogliamo che la nostra opera sia noiosa, vero?

Ma spingiamoci oltre. Perché la morte e la violenza ci terrorizzano nella vita reale? Perché non vi siamo abituati. Per una persona normale, assistere alla morte non può che provocare un trauma, una rottura interiore. Al contrario, una persona abituata a certe situazioni non ne sarà particolarmente colpita.

Ecco il punto. I romanzi che colpiscono di più a livello immaginifico non sono, paradossalmente, quelli dove succedono un mucchio di cose dello stesso tipo. Le (numerose) scene cruente di un romanzo di guerra impressioneranno meno il lettore delle (poche) scene cruente poste in un romanzo tranquillo. È ciò che succede, per esempio, in Annientamento di Jeff Vandermeer, in cui il mood sognante e introspettivo, nonché l’ambientazione apparentemente pacata e tranquilla, si scontrano con delle sequenze brutali e incomprensibili.

Se veniamo abituati a un certo tono e a una certa Tensione in una storia, una scena granguignolesca non potrà che colpirci in virtù della sua dissonanza e alzare la Tensione drammatica a mille.

È quello che accade nella prima stagione dell’anime Made in Abyss. Non vorrei fare spoiler, ma per amor di completezza devo spendere due parole.

L’anime in questione esordisce come una serie tenera e simpatica. Misteriosa, certo, ma adatta a un pubblico di bambini. E continua su questo registro per parecchi episodi, finché non diventa estremamente drammatica e non sfiora lo splatter. Il tutto nel giro di un paio di scene.

Made in Abyss binge watching

Made in Abyss, un anime da binge wacciare!

Il cambio di rotta è coerente alla trama, al senso della storia eccetera. Non è infilato “tanto per” e, anzi, la storia continua su quei nuovi binari. L’opera per bambini si trasforma all’improvviso in una per soli adulti. Potete immaginare la potenza delle immagini, così violente, emozionanti e inaspettate. Trovate sul web delle video reaction non a caso.

Tornando a noi, l’effetto roller coaster è di sicura efficacia e va ripetuto sul piano micro-narrativo. Se il Conflitto deve aumentare capitolo dopo capitolo, la Premessa deve riaffermarsi in ciascun capitolo e la lotta interiore del nostro eroe deve consumarsi in ogni scena, anche la Tensione drammatica deve replicare il suo andamento all’interno dell’andamento stesso.

In pratica, la Tensione deve variare in ogni capitolo. Se nel capitolo 10 abbiamo un picco, nel medesimo o nel prossimo deve esserci un abbassamento. Poiché, però, il nostro intento è un’alternanza dinamica, il capitolo 11 deve anche prevedere un inizio di ripresa, così da invogliare il lettore a continuare. Il capitolo 12 dovrà proseguire la crescita di Tensione e abbassarla nuovamente. Il tredicesimo, per non abituare il lettore, potrà mantenere bassa la Tensione per poi esplodere in un picco. E così via.

L’appiattimento della Tensione drammatica è il male. Bisogna giocare con le sensazioni, stupire, ingannare, manipolare il flusso in modo tale che il lettore non si abitui. Il tutto nella cornice strutturale di cui abbiamo parlato poc’anzi. Non vogliamo che il lettore si stanchi, ma che legga con maggiore interesse a ogni pagina. L’esperienza di lettura deve migliorare, non peggiorare, o il Climax non colpirà nel segno.

Qui il diagramma aggiornato, con tanto di risoluzione dopo il Climax. Ho fluidificato la linea di Tensione per creare un saliscendi continuo e casuale della stessa; variabilità che bisogna perseguire in ciascun capitolo. Lo schema originale, come detto, rimane invariato.

Diagramma tensione drammatica risoluzione

Diagramma Tensione drammatica + Conflitto fino alla risoluzione

Andiamo dunque al terzo punto della questione.

Il Ritmo narrativo

Il Ritmo narrativo è la chiave di tutto. Esso ha una duplice interpretazione: trattasi del passo con cui il lettore divora la storia e della velocità attraverso cui la storia viene narrata.

Il Ritmo narrativo può essere lento, può essere serrato… e si può manipolare in vari modi. Con la Tensione drammatica, per esempio: tipicamente, all’aumentare della Tensione aumenta il Ritmo; al diminuire della stessa cala anche la velocità di lettura, che si fa più meditativa.

Ma il Ritmo narrativo non è solo la Tensione. È lo schema degli elementi narrativi e delle strutture che guidano il lettore attraverso le pagine. E dipende, in parte, dalla maniera in cui scriviamo.

I dialoghi e le azioni tendono ad accelerare la lettura, le descrizioni a rallentarla. Almeno in apparenza: la funzione di quelle azioni o descrizioni nei confronti della storia è ciò che conta veramente ai fini del Ritmo. Se i dialoghi si rivelano ridondanti o dispersivi, per esempio, essi non possono che rallentare il Ritmo narrativo. Allo stesso modo, scene che si prolungano e azioni che si trascinano abbassano la velocità.

La rapidità con cui vengono fornite le informazioni al lettore, la pregnanza delle stesse nell’ottica della storia e la chiarezza sono estremamente importanti per il Ritmo narrativo. Pariteticamente, frasi brevi producono un Ritmo veloce; frasi ricche di subordinate producono un Ritmo lento. Le descrizioni dinamiche ravvivano rispetto a quelle statiche, così i verbi attivi rispetto ai passivi.

Potrei andare avanti. Gli elementi da prendere in considerazione sono davvero tantissimi, dagli avverbi all’introspezione dei personaggi. Ciò che conta, però, è dare il giusto Ritmo alla narrazione: rallentare quando serve e poi aumentare l’andatura. Sì: un Ritmo narrativo lento è necessario in vari casi.

Il Ritmo narrativo per Haruki Murakami

«Che sia in musica o in narrativa, la cosa essenziale è il ritmo. Il tuo stile deve possedere un ritmo scorrevole, naturale, sostenuto, o le persone non continueranno a leggere la tua opera». Haruki Murakami

Mi riferisco ai cali di Tensione di cui abbiamo parlato, certo. Il lettore ha bisogno di riposarsi, di riprendere il respiro, soprattutto dopo sequenze narrative estenuanti. Ma non solo: bisogna concedere del tempo anche ai personaggi. Perché? Per dare voce ai loro dubbi, alla loro interiorità. Perché il lettore possa chiedersi con loro cosa sta accadendo, cosa accadrà in futuro. Perché il lettore possa considerare con i personaggi la situazione.

Prima ho citato en passant l’introspezione. Ed è vero, è senz’altro una componente che rallenta il Ritmo narrativo. Ma ciò non significa che non sia necessaria. Certe storie vivono dell’introspezione dei loro personaggi. Allo stesso modo, impostare l’atmosfera non fa bene all’andatura della narrazione. Tuttavia, è fondamentale per caricare certe situazioni e può ripagare quando aumenta il coinvolgimento.

Rallentare il Ritmo narrativo può servire a enfatizzare certe scene. Al contrario, accelerarlo permette di glissare su altre, di liquidarle in poche, veloci sequenze. Indugiare prima del momento cruciale è, in particolare, una delle tecniche più conosciute. Rende più desiderabile il Climax, mette sulle spine il lettore. Bisogna stare attenti, però, a non strafare, o l’indugio rischia di rovinare il momento migliore dell’opera.

Se abbiamo impostato il romanzo come si deve, con un obiettivo finale che si avvicina pagina dopo pagina, allora sarà inevitabile una progressiva accelerazione del Ritmo di lettura. Un archetipo che sfrutta sapientemente questo tipo di build-up è quello della damigella o principessa in pericolo.

Principessa Peach damsel in distress

Una delle damigelle in pericolo più iconiche di sempre. La Principessa Peach (in Super Mario Odyssey)

Maggiori sono i pericoli che affronta l’eroe, più agognato diventa il momento di incontro tra l’eroe e la damigella. Maggiori sono i pericoli a cui la principessa è sottoposta, maggiore è il senso di urgenza del lettore e dell’eroe nel salvarla. La progressiva alienazione del protagonista trasforma la liberazione della damigella in un affrancamento personale. Un atto di auto-affermazione, di riscatto da parte dell’eroe. Se lo scrittore ci ha permesso di calarci pienamente nei panni del protagonista, non potremo che provare le stesse sensazioni.

Una narrazione di questo tipo può provocare quella che io chiamo la “fuga verso lo scioglimento“. È l’istante in cui il lettore, trascinato dagli eventi e in odore di risoluzione, comincia a leggere forsennatamente e accelera troppo nella lettura, perdendo un po’ la bussola e saltando qualche dettaglio. Vi è mai capitato? Non è un’evenienza desiderabile dal punto di vista tecnico o strutturale, ma io adoro quando mi succede. Non posso farci nulla. Amo smarrirmi nella lettura.

«E il naufragar m’è dolce in questo mare».

Non tutti apprezzeranno, badate. Soprattutto le persone ossessionate dal controllo, fuori e dentro la lettura, o quelle che non amano lasciarsi andare. In tanti leggono per rifuggire la realtà, non certo per uscire dalla zona di comfort. Siete avvisati!

Tornando al Ritmo narrativo, va detto che ci sono opinioni discordanti sull’argomento. C’è chi pensa che il libro debba scorrere come una melodia: il Ritmo narrativo come musica. C’è chi pensa, come Umberto Eco, che il Ritmo narrativo debba essere ben più complesso per dare i giusti tempi agli intrecci e ai lettori. Sempre mutevole, dunque, e non lineare. Stando ancora alle parole di Eco, non dovrebbe mai essere paragonato alla musica.

Trovo entrambe le opinioni poco calzanti. La musica non esiste. Cos’è la musica? Mi fa sorridere quando le persone dicono «mi piace leggere» o «mi piace la musica». C’è musica e musica. Esistono melodie semplici, fatte di pattern ripetitivi, e pezzi che definire “complicati” sarebbe un eufemismo. Mai sentito parlare del Math-rock, del post-rock o del progressive? Giusto per fare un esempio.

Dunque, il Ritmo narrativo può essere musicale? Certo. Deve essere guidato dalla musica giusta. Vogliamo un crescendo, come con la Tensione drammatica e il Conflitto. Vogliamo accelerate e frenate a seconda della scena, come richiesto dalla struttura. Vogliamo cambi continui, repentini, dinamici; refrain e groove dove ci vogliono. Vogliamo che il lettore sia letteralmente risucchiato dal libro, in uno splendido e fatale vortice.

Conclusione

Non è facile scrivere un Page-turner. Conflitto, Tensione drammatica e Ritmo narrativo sono tre aspetti determinanti ai fini del coinvolgimento, ma essi dipendono da tutto il resto. Nulla può prescindere dai personaggi, dal contesto, dallo stile, dalla gestione del punto di vista, dal Tema della storia e così via.

Gli autori alle prime armi potrebbero sentirsi sopraffatti dalla mole di informazioni, quando si parla di struttura narrativa. Tuttavia, le cose non sono complicate come sembrano: l’importante è cogliere il concetto di fondo e il resto vien da sé. Non è per nulla raro, infatti, che chi non conosce tali regole ne applichi alcune inconsciamente, proprio come con il Monomito, gli Archetipi, l’Arco di trasformazione del personaggio e la Premessa narrativa.

Inserisco di seguito il diagramma comprensivo degli elementi succitati e dell’Arco di trasformazione. Gli schemi si possono sovrapporre per una visione completa del conflitto interiore e di quello esteriore, sulla base della struttura narrativa in tre, quattro o cinque atti.

Diagramma Tensione drammatica + Conflitto + Arco di trasformazione del personaggio

Diagramma Tensione drammatica + Conflitto + Arco di trasformazione del personaggio

E voi che ne pensate del Conflitto, della Tensione drammatica e del Ritmo narrativo? Fate uso di tali elementi durante la stesura del romanzo o preferite affidarvi all’istinto? Commentate!

Se avete apprezzato l’articolo, non dimenticate di leggere gli altri delle rubriche Costruire una Storia e Scrivere Narrativa!

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *