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Come Formattare un Testo nel modo Corretto. Per Invio a CE e Autori Self

Regole e trucchi per formattare un testo in modo facile e veloce: punteggiatura, rientri, interruzioni di sezione/pagina, "d" eufonica, norme redazionali...
come formattare un testo

Indice

Perché Formattare un Testo è Fondamentale

Volete presentare il vostro manoscritto a una casa editrice? Volete autopubblicare il vostro romanzo nel cassetto? La formattazione del testo è fondamentale, tant’è che ci sono delle figure professionali preposte a tale procedimento. Parlo dell’impaginatore, ma anche del correttore di bozze, dell’editor, del grafico… ognuno fa la sua parte nel processo di formattazione. Tanti autori che decidono di votarsi al self-publishing pagano dei freelancer per la formattazione, nonché per la conversione in ebook.

Come saprete, in media le CE ricevono migliaia di testi ed emettono un giudizio nel giro delle prime pagine (se non a colpo d’occhio, addirittura). Presentare un manoscritto disastrato dal punto di vista della formattazione significa complicare il lavoro dell’editore, sia nella fase di lettura sia in una futura prospettiva di editing.

La formattazione del testo è il primo elemento dal quale si distinguono gli autori preparati da quelli… improvvisati. Certo, la qualità di un romanzo conta più della presentazione, ma il lettore fruisce di una storia attraverso la prosa e non il contrario. Vi sfido ad apprezzare un libro se esso è scritto in modo sconclusionato e sgrammaticato. Prendete il vostro preferito e immaginate che ogni frase sia ricca di refusi, che la punteggiatura sia completamente errata e le proposizioni mischiate a casaccio.

Sarebbe ancora il vostro preferito?

Immaginate di essere un lettore che ha il compito di selezionare i migliori manoscritti per la CE per cui lavora. Leggereste un manoscritto pulito, chiaro, rilegato con tanto di spirale e copertina trasparente, o una pila di fogli spillati male e col testo sparpagliato sulla pagina? Mi risponderete che li leggereste entrambi; bene, quale leggereste per primo? Quale leggereste con la migliore disposizione? Quale scartereste a parità di qualità? E, diciamocelo, leggereste davvero entrambi se aveste una chilometrica lista d’attesa?

È un discorso simile alla questione editing. Sì, una CE decente proverà ad aggiustare il vostro manoscritto (se deciderà di pubblicarvi), ma non fate una bella figura a lasciare in giro errori e muri di testo non formattati. Un manoscritto mai sottoposto a correzioni non è un bello spettacolo. Pensate all’idea che date di voi: un autore sciatto è un autore su cui non si può contare. Perché la CE dovrebbe scegliere proprio voi, in un mare di autori? Perché il vostro manoscritto?

Lo so, mi direte: «Perché è emozionante, profondo, significativo». Ma lo sarà davvero? Magari ce ne sono di migliori.
Con tutta probabilità, se vi siete presentati male non verrete neanche letti. Una buona fetta di CE non vi leggerà a priori, badate, talmente sono oberate di lavoro. E poi non avete un nome, siete un salto nel vuoto. Perché, dunque, non massimizzare le probabilità di riuscita? Perché lasciar scoperto un lato della vostra opera invece di renderla inattaccabile?

Per quanto riguarda l’autopubblicazione, siamo nel campo dell’ovvio. Immaginate di comprare un ebook e scoprire che risulta illeggibile sul vostro Kindle: le parole si spezzano o si sovrappongono, le pagine s’interrompono all’improvviso e via dicendo. Dubito che lascereste una recensione positiva al prodotto in questione. La formattazione di un ebook è particolarmente importante, poiché ne determina l’accessibilità. Il prodotto deve risultare leggibile in maniera ottimale sulla maggior parte dei dispositivi e in tutte le modalità.

ebook formattato male
Vuoi pubblicare un ebook migliore di questo? Impara a formattare un testo nel modo corretto!

A proposito di ebook, formattare un testo a dovere significa semplificare il lavoro. La conversione in ePub o mobi sarà immediata e con risultati di gran lunga migliori, se avrete seguito delle buone norme. Per i PDF la questione è ancora più semplice, giacché è possibile trasformare i file word nel suddetto formato con una conversione perfetta. Saper formattare un documento word offre svariate possibilità anche in altri campi, oltre che in quello letterario/editoriale.

Una premessa, prima di cominciare. Non esiste la formattazione perfetta, in quanto CE diverse applicano differenti “norme redazionali“. Con questo termine s’intendono le preferenze e convenzioni delle CE in fatto di formattazione del testo. Per esempio, ci sono CE che usano le virgolette alte (“”) per i dialoghi; altre che utilizzano le caporali («») e altre ancora che utilizzano le lineette (–). Alcune CE scrivono in maiuscolo le iniziali di certe parole, mentre altre le scrivono in minuscolo. Alcune CE utilizzano rientranze di prima riga da tot. centimetri, altre le evitano a priori. Eccetera.

La Formattazione di un Documento con Microsoft Word (od Open Office)

Partiamo dalle basi. Il programma che vi consiglio di usare, quale editor di testo, è Microsoft Word. Perché? È semplice, intuitivo, pulito e ha tutto ciò di cui avrete bisogno. Ma soprattutto, è l’editor di testo più usato in assoluto, lo standard in fatto di scrittura. La competenza nell’uso di Word e del pacchetto Office è espressamente o implicitamente richiesta per tanti lavori; l’avete inserita nel vostro curriculum, vero?

Se siete mai stati sul sito di una casa editrice, avrete letto che accetta manoscritti in “formato Word”. Raramente incontrerete CE che incoraggiano l’invio di PDF, ma anche in questo caso si può convertire il documento proprio attraverso Microsoft Word, come accennato in precedenza. Insomma, il caro vecchio doc o docx la fa da padrone. Anzi, vi dirò: inviate il documento in .doc, poiché è il formato più compatibile e alcuni editori hanno versioni di Word antidiluviane (sì, pre-2007).

La grandezza della pagina deve essere A4. Tale misura corrisponde ai nostri 21×29,7 cm e viene impiegata per la stragrande maggioranza dei documenti, in tutti i campi. Non a caso corrisponde ai fogli standard per stampante. Per cambiare le dimensioni della vostra pagina di Word, vi basterà aprire il menu “Struttura pagina” della barra superiore e selezionare la voce “Dimensioni”. Per quanto riguarda i margini, invece, varie CE applicano una misura di 2 centimetri su tutti i lati, meno che in alto (2,5). È la misura di default del programma, indicata come “Normale” nel menu “Margini“.

Bene! Fatto questo, è il momento di formattare i paragrafi. Non vogliamo spaziature prima o dopo di essi, neppure se intendiamo aggiungere un rientro per ciascun paragrafo. Non è così che si fa: aggiungere spazi è un metodo poco sicuro per formattare un documento, nonché inefficace quando si parla di conversioni. Per aggiungere un rientro di default per ciascun paragrafo, dovete selezionare la voce “Prima riga” nel menu a tendina “Speciale” della scheda “Paragrafo” (non dimenticate di cliccare su “Imposta di default”). Quindi, decidete di quanti centimetri volete che sia il rientro.

Rientri nella formattazione
Come inserire i rientri di prima riga nella formattazione di un documento. Cliccate per ingrandire

Come spiegato in precedenza, le CE applicano diverse norme redazionali per l’impaginazione, perciò dovrete arrivare a un compromesso. Io mi trovo bene con una misura di 0,5 cm, utilizzata tra l’altro da alcune CE.

Ma non è tutto. Dobbiamo decidere la spaziatura tra le righe, ovvero la distanza che intercorre tra una riga e l’altra. Anche qui non c’è un vero e proprio standard; basta che non impostiate gli estremi, come un’interlinea multipla da 3 o 0,5. Personalmente impiego un’interlinea singola, ma interlinee multiple con un valore di 1,08 o 1,15 sono altrettanto valide. Qualcuno usa anche l’interlinea doppia.

Il testo deve essere allineato a sinistra o, ancora meglio, giustificato. Questo donerà un aspetto ordinato e simmetrico al manoscritto. E non dimenticate di interrompere il paragrafo quando andate a capo! È sufficiente premere Invio, e l’editor chiuderà il paragrafo precedente per aprirne un altro, con tanto di rientro (se l’avete impostato).

Alternativamente potete andare a capo senza chiudere il paragrafo: in tal caso vi basterà creare un “ritorno a capo” premendo Maiusc + Invio. Ve lo sconsiglio, però, in quanto il ritorno può creare problemi con la giustificazione del testo, nonché nella conversione in ePub e altri formati. Meglio formattare il documento con le interruzioni di paragrafo.

Quanto detto si applica anche alla chiusura dei capitoli. Come si conviene, un nuovo capitolo deve aprirsi alla pagina successiva. Mi raccomando, non aggiungete righe bianche (che siano paragrafi o spazi) fino al raggiungimento della pagina seguente! Gli spazi non sono mai una buona idea e i paragrafi vuoti non restano fermi. La scelta più pulita ed efficiente, in termini di impaginazione e potenziali conversioni, è aggiungere un’interruzione di pagina. Vi basterà cliccare su “Inserisci” nella barra superiore, e poi “Interruzione di Pagina”. Voilà! Semplice, immediato e sicuro.

Per quanto riguarda i cambi di tempo, luogo e argomento: se non avete intenzione di chiudere il capitolo, potete lasciare un semplice rigo bianco. Se il cambio è consistente e simile, come caratura dell’interruzione, a una chiusura di capitolo, potete implementare un’altra convenzione. Lasciate un rigo bianco, andate a capo e scrivete tre asterischi. Quindi, lasciate un altro rigo bianco, andate a capo e riprendete a scrivere.

Tre asterischi nella formattazione di un testo
I tre asterischi (dinkus). Cliccate per ingrandire

Avete già visto quei tre asterischi, vero? Vengono utilizzati come interruzione di sezione nella tipografia e sono chiamati, in tal caso, dinkus. A volte vengono centrati, a volte ce n’è solo uno e a volte troverete, al loro posto, simboli o ghirigori più eleganti. L’importante, ancora, è restare coerenti e non provare a reinventare la ruota.

A proposito di capitoli: è buona norma aggiungere un Titolo, o Heading, per ciascun capitolo. Con Titolo intendo lo stile di Word, non un titolo vero e proprio (personalmente, preferisco dei semplici numeri). Vi basterà evidenziare l’intestazione e cliccare sullo stile “Titolo 2”. Quindi, modificatelo esteticamente come più vi piace, ma senza esagerare. Io mi limito a utilizzare un carattere di dimensioni maggiori appartenente allo stesso font che impiego nel resto del testo. Ricordate, inoltre, di centrare l’intestazione attraverso le opzioni di allineamento, e non aggiungendo spazi o rientri di sorta! Infine, assegnate lo stile “Titolo 1” al titolo stesso del romanzo.

heading, o titoli, nella formattazione dei capitoli
Come inserire gli Heading nella formattazione dei capitoli. Cliccate per ingrandire

Un metodo altrettanto efficace (e che preferisco) consiste nello scrivere il titolo del capitolo in questione e assegnare ad esso un “Livello struttura” differente, invece di cambiare lo stile. Così facendo, l’aspetto dell’intestazione non cambierà e non dovrete modificare alcunché. Il procedimento è semplice: è sufficiente accedere alla scheda del paragrafo, cliccare sul menu a tendina “Livello struttura” e cambiare da “Corpo testo” a “Livello 2” (corrispondente al summenzionato “Titolo 2”).

Perché tutto questo? I Titoli permettono ai lettori (e, quindi, ai potenziali editori) di saltare da un capitolo all’altro con un semplice click. Inoltre, sono fondamentali per la creazione di una tavola di contenuti, che deve essere presente in ogni ebook che si rispetti.

come assegnare un livello struttura a un paragrafo
Come assegnare un Livello Struttura a un paragrafo. Cliccate per ingrandire

Mi raccomando, ricordate di numerare le pagine del vostro manoscritto! Per farlo, cliccate sulla voce “Inserisci” nella barra superiore, e poi “Numero di pagina“. Dunque, selezionate la posizione in cui volete visualizzare i suddetti numeri: in alto, in basso, sui margini o in una posizione personalizzata. Tipicamente, in un romanzo i numeri di pagina si trovano nell’angolo in basso a destra. Cliccate sull’opzione corrispondente.

Attenzione: evitate di numerare le pagine se volete autopubblicare il vostro romanzo in forma di ebook. Gli ePub e i mobi non necessitano dei numeri di pagina, anzi. Se usate un Kindle, saprete come il calcolo delle pagine o delle posizioni sia variabile e dipenda dal dispositivo stesso, dalle vostre scelte in fatto di grandezza dei caratteri, orientamento ecc. e non dal numero effettivo di pagine del documento word.

Come numerare le pagine di un documento Word
Come numerare le pagine di un documento. Cliccate per ingrandire

Tornando alla formattazione dei paragrafi, che font e dimensione dei caratteri dovremo impiegare? Anche qui le norme variano, ma troverete spesso (nei moduli di invio manoscritti) le seguenti indicazioni: “Times New Roman” 12 per il corpo del testo.

La dimensione 12 è ormai uno standard nell’editoria, in quanto non troppo grande né troppo piccola. “Times New Roman”, invece, è un font semplice ed elegante, che dona un aspetto curato al testo. Ricordate che potete scrivere con i font e le dimensioni che preferite, casomai aveste problemi con queste opzioni (io, per esempio, uso Calibri 14). L’importante è modificare il manoscritto a lavoro terminato e consegnarlo in “Times New Roman” 12, se la CE lo richiede.

Attenzione: non inviate mai, e dico mai, un testo formattato con un font strambo o personalizzato. L’editore, così come il lettore, esige chiarezza: un font difficile da leggere è in grado di invalidare qualunque storia. La cosa è ancora più grave quando si parla di font personalizzati, poiché il ricevente potrebbe non possedere il font in questione e, in tal caso, potrebbe non riuscire a visualizzare neanche un carattere del testo. Risultato: invio nel cestino.

Passando ad altro, decidete se scrivere i numeri, nel vostro romanzo, in cifre o in lettere e siate coerenti con la vostra scelta. Le norme redazionali variano per quanto riguarda i numeri, perciò è sufficiente scegliere un’opzione e attenervisi fedelmente. Consiglierei, comunque, di usare le lettere, poiché parliamo di narrativa e non saggistica (escludendo, ovviamente, tutto ciò che non appartiene alla storia, come i numeri dei capitoli o delle pagine).

Lo stesso discorso vale per le maiuscole e le minuscole. Le CE fanno tutto e il contrario di tutto, da questo punto di vista. Ancora, è sufficiente essere parchi e costanti. Per esempio, se decidete di scrivere in maiuscolo l’iniziale dei nomi delle strade, fatelo sempre (o non fatelo proprio).

L’Importanza di Andare a Capo

Ho parlato di rientri, interlinee, interruzioni ecc. ma tutto ciò non ha la minima importanza se la formattazione del vostro manoscritto si riduce a un singolo paragrafo. Perché sì, ci sono tanti scrittori alle prime armi che non si preoccupano di premere il tasto “Invio” ma che riversano sul testo un flusso inarrestabile, inestricabile, fangoso… sabbie mobili da cui lettori ed editor non escono vivi.

Quando un paragrafo si protrae troppo a lungo, cioè per più di una pagina, abbiamo ciò che in gergo chiamano “muro di testo“, o “muro testuale”. Tale effetto ottico rende la pagina poco appetibile al lettore che vi si approccia, tanto da scoraggiarlo o sopraffarlo in certi casi, soprattutto se non era ancora emotivamente coinvolto (nell’incipit, per esempio). Fortunatamente, è un’evenienza facile da evitare.

Quando formattate un testo, andate a capo. Fatelo spesso, spessissimo e, come già specificato, con un’interruzione e non un ritorno a capo. I rientri di prima riga servono proprio a separare ulteriormente i paragrafi e snellire, movimentare il testo per il colpo d’occhio del lettore. Inoltre, aiutano a capire quando un paragrafo è stato chiuso o se il testo è andato a capo per motivi di lunghezza.

muro di testo non formattato vs testo formattato
Muro di testo non formattato (a sx) vs testo formattato (a dx). Cliccate per ingrandire

I paragrafi si interrompono, infatti, per i motivi più svariati. È buona norma iniziare un nuovo paragrafo ogni qual volta cambia il soggetto dell’azione; quando cambia colui che sta recitando la battuta in un dialogo; quando la sequenza termina e ne inizia una nuova (per “sequenza” intendo una serie di azioni collegate, per esempio, o la descrizione di un oggetto specifico); quando termina la scena e ne inizia una nuova; quando si cambia argomento o luogo; quando passa del tempo…

Potrei andare avanti. Come avrete capito, il tutto si riconduce a un singolo concetto: l’interruzione di paragrafo sottende un’interruzione nella narrazione. Del resto, il lettore stesso è costretto a fermarsi un istante per andare al rigo inferiore. Al contrario, andare a capo durante un flusso di beat, di azioni, gesti, movimenti o parole, è assolutamente sconsigliato; significherebbe spezzare il suddetto flusso. E noi non vogliamo spezzarlo, ma portarlo a compimento e iniziarne un altro, a meno che non accada qualcosa che lo interrompa bruscamente.

Usare le interruzioni di paragrafo nel modo giusto aiuta, quindi, a organizzare il corpo del testo per la comprensione del lettore. Significa ordinare in modo organico la successione di eventi, pensieri ecc. della narrazione. E, cosa da non sottovalutare, permette di far tirare un respiro al lettore tra un flusso e l’altro, tra una battuta e l’altra, tra un muro di testo e l’altro. Se così non fosse, nonostante la punteggiatura corretta avremmo disordine nel testo e, pertanto, nella testa del lettore.

Non so quante volte in passato, nella mia attività di editor, e attualmente, in quella di coach narrativo, sono dovuto intervenire per correggere l’uso improprio (o assente) delle interruzioni di paragrafo. L’autore alle prime armi non ha alcuna concezione della formattazione di un testo quando, come vedete, essa è inscindibile dalla narrazione stessa. Un autore con esperienza scrive capitoli già formattati nel modo giusto, poiché i concetti e le scene sono già chiari e organizzati nella sua mente. E se non lo sono nella vostra, come potete presumere che lo saranno in quella del lettore?

Quando controllo i testi di un autore in sua presenza, in una sessione di line e content editing, una delle prime cose che insegno è proprio questa: «chiarisciti le idee, perché qui c’è casino».

Tornando alla formattazione, passiamo un argomento parecchio spinoso e che in moltissimi, anche con anni di esperienza scrittevole alle spalle, continuano a sbagliare…

Sapete Formattare un Testo con la Punteggiatura Corretta?

Sembrerebbe una domanda banale, ma non lo è affatto. Tutti, dall’impiastro al luminare, sono convinti di sì, ma i risultati dicono il contrario. Gli esordienti che sanno farlo sono rari; le persone che non scrivono non hanno idea di come si faccia, indipendentemente dall’estrazione sociale, il livello culturale eccetera. L’ignoranza della punteggiatura accomuna gli Italiani più di ogni altra cosa al mondo.

una virgola salva la vita, punteggiatura corretta
Come dicono gli Inglesi, punctuation saves lives!

Non dico che tutti sbaglino tutto. Molti sanno, per esempio, che la virgola non va messa tra soggetto e predicato, o che si usa nel vocativo. Eppure, non è così semplice. I segni di interpunzione sono pochi e apparentemente facili da usare, ma ognuno di essi svolge una funzione precisa e segue delle regole non sempre chiare a tutti.

Partiamo dalla formattazione di base. Dopo un segno d’interpunzione ci vuole uno spazio. Mai prima, mai evitare di inserirlo. Rileggete la frase che ho appena scritto, o qualunque altra di questo articolo, e fateci caso: c’è sempre uno spazio dopo la virgola, dopo il punto, il punto e virgola e così via. Non c’è mai tra la virgola e la parola che la precede, o tra il punto e la medesima, per esempio.

Esistono delle eccezioni. Una parentesi di apertura non vuole lo spazio dopo di essa, così come le virgolette alte singole e quelle doppie (sempre di apertura). Così la barra obliqua e il trattino che unisce due parole. Più interessanti, invece, sono i puntini sospensivi: lo spazio va inserito dopo di essi anche se anticipano una parola invece di seguirla. Mi riferisco a quei periodi che iniziano coi puntini sospensivi, come…

… Che hai detto, scusa?

Inoltre, i puntini sospensivi possono richiedere l’uso della maiuscola, dopo, come fossero un punto fermo. La differenza nella formattazione la fa il significato. Mi spiego: se scriviamo una frase come… come questa, per esempio, non occorre la maiuscola, poiché… ecco… si tratta di un singolo periodo. Se cambiamo discorso, invece, ci va la maiuscola, credo… C’è un bel fresco, eh? Ecco perché c’è sempre la maiuscola, quando si va a capo dopo i puntini sospensivi.

A tal proposito, ricordate che devono essercene sempre tre, mai di più o di meno, e lo spazio non va inserito se essi sono seguiti da un altro segno d’interpunzione come un punto esclamativo, un punto interrogativo e una parentesi o virgoletta di chiusura.

Detto questo, torniamo al re e alla regina della punteggiatura, il punto fermo e la virgola. Dicevamo che la virgola non va mai posizionata tra soggetto e predicato, ma non è sempre vero. Ciò è ammissibile negli incisi che, come sto dimostrando adesso, possono essere inseriti in qualsiasi punto di un periodo. In ogni caso, per la virgola e il punto la regola base da tenere a mente è questa: la prima rappresenta una pausa breve (o debole) e il secondo, invece, una pausa forte. La prima spezza un periodo in più proposizioni (a volte). Il secondo spezza il testo in più periodi.

Il segreto sta nel rileggere ad alta voce ciò che avete scritto. Se le pause suonano sbagliate e il ritmo non segue il verso giusto, significa che non avete usato la punteggiatura corretta. Semplice, no? Eppure, pochi neofiti compiono questo sforzo, essendo convinti delle proprie capacità. Una fede mal risposta.

ErratoCorretto
Marco, ordinò le bistecche, perché era molto affamato.Marco ordinò le bistecche perché era molto affamato.
Marco si spazzolò le piadine e si alzò per andare in bagno, dopo aver fatto i suoi bisogni, uscì più affamato di prima e ordinò le tigelle.Marco si spazzolò le piadine e si alzò per andare in bagno. Dopo aver fatto i suoi bisogni, uscì più affamato di prima e ordinò le tigelle.
«Oh Signore che sbadata, con so che dire Marco. Franco ti andrebbe un canederlo?».«Oh Signore, che sbadata! Non so che dire, Marco. Franco, ti andrebbe un canederlo?».
Giorgio, corse a casa. Aveva una gran fretta.Giorgio, che aveva una gran fretta, corse a casa.

Una volta che vi sarete impratichiti nella lettura ad alta voce, riuscirete a rileggere i testi a mente col ritmo giusto, così da capire subito se ci sono problemi. Ciò detto, non esistono solo le virgole e i punti: come la mettiamo coi due punti e il punto e virgola? Alcuni scrittori non sanno neanche come sono fatti, dal momento che non li usano mai, ed è un vero peccato, perché così facendo limitano le potenzialità ritmiche del proprio testo.

Il punto e virgola rappresenta una pausa intermedia tra virgola e punto. Chi non sa usare questi ultimi non saprà usare il punto e virgola ma, una volta fatto il callo coi segni di base, il punto e virgola è un passaggio obbligatorio per una scrittura scorrevole, cadenzata, trascinante. Un testo ben scritto varia il ritmo il più possibile; non rallenta il lettore con una sequela frasi lunghe e non crea un ritmo sincopato con una serie di frasi brevi (se non in punti specifici e per degli scopi precisi).

ErratoCorretto
Il cioccolato aveva un ottimo sapore, ma restava troppo dolce per Marco, o meglio, non abbastanza fondente, poiché preferiva le tavolette dall’80% di cacao in su e il 50%, con tutta la buona volontà del mondo, non si poteva considerare fondente in alcun modo, nonostante alcune aziende si ostinassero a stampare la dicitura “extra fondente” sulle confezioni, prendendo per il culo migliaia di consumatori un po’ tonti e meno tonti e senza essere redarguiti o multati dallo Stato.Il cioccolato aveva un ottimo sapore, ma restava troppo dolce: Marco preferiva le tavolette dall’80% di cacao in su. Il 50%, con tutta la buona volontà del mondo, non si poteva considerare fondente in alcun modo. Le aziende si ostinavano a stampare la dicitura “extra fondente” sulle confezioni, ma era una presa per il culo; migliaia di consumatori cadevano nella trappola, senza che lo Stato muovesse un dito.
Prese la barretta. La aprì. Affondò i denti nel cioccolato. Era ottimo, ma troppo dolce. Troppo, per lui. Amava il fondente. No, non quello da 50. Sputò il blocco di cioccolato. Sputò palle di saliva cioccolatosa. La cosa lo aveva mandato su tutte le furie. Prendevano in giro i consumatori. Colpì il muro con un pugno. Sporcò l’intonaco di cioccolato. Era ora di dire basta. Di agire di conseguenza.Prese la barretta, la aprì e affondò i denti nel cioccolato. Era ottimo, ma troppo dolce; troppo, per lui.
Amava il fondente. No, non quello da 50.
Sputò il blocco di cioccolato. Sputò palle di saliva cioccolatosa. La cosa lo aveva mandato su tutte le furie: prendevano in giro i consumatori! Colpì il muro con un pugno, sporcò l’intonaco di cioccolato. Era ora di dire basta. Di agire di conseguenza.

Ebbene, il punto e virgola ci permette di alterare il ritmo in tanti modi. Tipicamente, il neofita lo impiega per formattare le liste. Mi riferisco, per esempio, a quelle in cui non basta usare la virgola per mettere ordine; a quelle in cui occorre una certa separazione tra un elemento e l’altro; a una lista simile a quella che sto scrivendo, per esempio. Ma non è l’unico uso del punto e virgola, anzi; ce ne sono di molteplici. Rileggete la frase che ho appena scritto, o l’articolo per intero.

Dove non basta la virgola e non ci vuole il punto, perché non state cambiando discorso, va il punto e virgola. Esso non termina il concetto di cui stiamo parlando, ma un suo sotto-insieme, una sua sotto-idea. Leggete ad alta voce la differenza; è notevole, vero? La pausa intermedia del punto e virgola, quella breve della virgola. Quella forte del punto fermo.

E i due punti? Ebbene, anche essi rappresentano una pausa intermedia. A differenza del punto e virgola, però, essi «vengono usati per ottenere diverse funzioni sintattiche e testuali, come quelle dichiarativa, presentativa e argomentativa, o per introdurre il discorso diretto» (da Treccani). Insomma, usiamo i due punti per presentare o introdurre qualcosa, sia esso un personaggio, una lista di argomenti, una descrizione, un dialogo e così via.

I due punti sono più semplici da impiegare, dato il significato a livello sintattico. Tuttavia, non sempre sono necessari; a volte possono essere tranquillamente rimpiazzati col punto e virgola, come nella frase che ho appena scritto. Dicevo, non sempre sono necessari: a volte possono essere rimpiazzati col punto e virgola. I due punti implicano, però, un forte nesso causale, per cui non vanno assolutamente usati per unire due concetti che non siano strettamente correlati in tal senso.

ErratoCorretto
Marco aveva fame, tanta fame. Aprì il frigo: afferrò la forma di pecorino. La rigirò tra le mani, era bella unta e puzzolente. La inghiotti in un solo boccone, squisita. Squi-si-ta.Marco aveva fame, tanta fame. Aprì il frigo e afferrò la forma di pecorino. La rigirò tra le mani: era bella unta e puzzolente. La inghiottì in un sol boccone: squisita. Squi-si-ta.

Mi raccomando: anche se vi sembrano calzare, non esagerate col punto e virgola e i due punti. Chiedetevi se potete ottenere il medesimo risultato con una virgola. Il lettore potrebbe notare l’abuso dei due segni d’interpunzione, il che lo distrarrebbe dalla lettura. E noi non vogliamo che l’impalcatura cigoli, giusto?

Lo stesso si può dire del punto esclamativo. Molti autori alle prime armi ne fanno un uso spropositato quando, in molti casi, potrebbero rimpiazzarlo con un punto fermo. Spesso, sono le azioni e le situazioni a decretare il tono di un’esclamazione; non c’è bisogno di rimarcarlo con il segno specifico. Inoltre, non aggiungete mai più di un singolo punto esclamativo, a meno che non stiate scrivendo un fumetto o roba simile.

Il punto interrogativo e quello esclamativo rappresentano pause forti e non seguono alcuna regola speciale. È possibile anche usarli insieme. Mi riferisco ai vari “?!” o “!?“, che esprimono un tono di domanda ed esclamazione, solitamente di sorpresa. Non importa l’ordine dei segni; l’importante è che restiate coerenti con la vostra scelta nella narrazione. È una sfumatura di tono molto particolare, perciò vi chiedo, ancora, di non abusarne.

Che cosa?! Non hai mai visto Seinfeld?! Non puoi dire sul serio!

Sembrerebbe tutto chiaro, a questo punto. Tuttavia, esiste un’evenienza in cui la punteggiatura si comporta in modo leggermente diverso. Vediamo in che senso, e come formattare il testo di conseguenza.

Come Formattare i Dialoghi

Cominciamo dalle basi. Quando un personaggio apre bocca, dobbiamo segnalarlo al lettore. Ci sono molti modi per farlo: le virgolette alte singole (‘ ‘); le virgolette alte doppie (” “); le virgolette basse doppie, o caporali («»); le lineette enne (– –)(codice Alt + 0150). Attenzione: non usate i “trattini” (-) o i “trattini lunghi” (—)! Questi ultimi, in particolare, sono più usati nella letteratura francese.

Come formattare un dialogo
Come aprire e chiudere i dialoghi con la giusta formattazione

Un simbolo vale l’altro. Le case editrici impiegano diverse norme redazionali; c’è chi usa le caporali, chi le lineette e chi le virgolette alte doppie nei dialoghi. Quelle singole sono meno comuni e, tra le tre di cui sopra, oserei affermare che le basse siano, forse, leggermente più comuni delle altre. Non che sia un problema utilizzare quelle alte o le lineette: entrambe sono scelte popolari.

Le CE sono flessibili in tal senso e, indipendentemente dalle norme redazionali delle medesime, le vostre preferenze non avranno ripercussioni. L’importante è gestire i dialoghi nel modo corretto ed essere coerenti con la scelta fatta. Se optate per le caporali, usate solo le caporali. Il codice di quella di apertura è Alt + 174; Alt + 175 digita quella di chiusura.

Lo stesso si può dire della formattazione e della punteggiatura tutta in un manoscritto: ciò che conta è che rispettiate le vostre stesse regole per il bene del lettore. Se quest’ultimo si aspetta un dialogo quando aprite le caporali, la comparsa di una lineetta prima di una battuta lo destabilizzerà.

Ciò non significa che non potrete usare gli altri simboli nel vostro testo. Vi limiterete a non usarli per aprire o chiudere i dialoghi, ma per segnalare occorrenze diverse. Le virgolette alte doppie, per esempio, vengono anche usate per distinguere i pensieri del protagonista in forma di discorso diretto (il monologo interiore).

Varie case editrici (la maggior parte, a mio avviso) preferiscono il corsivo per tale evenienza, ma ciò non significa che sia una scelta sbagliata a prescindere. Come ho detto, non potrete mai rispettare le norme redazionali di ogni CE. Preoccupatevi delle vostre norme.

Attenzione: astenetevi dall’uso del corsivo per termini casuali. Capisco la voglia di enfatizzare certe situazioni o concetti, ma ricordate di essere parchi con la formattazione. Essa, come tutto, deve essere al servizio della chiarezza, cioè del lettore, e non alla mercé delle manie dell’autore.

Di norma, i corsivi si usano per i pensieri, come detto; per segnalare i termini in lingua straniera (e alcune CE impongono l’uso del corsivo solo alla prima apparizione di ciascun termine); per le battute che il personaggio legge da qualche parte, siano esse pensate o proferite (in tal caso si possono riportare tra le caporali, per esempio, ma in corsivo); per le onomatopee e poco altro.

Gli editori e i lettori non apprezzeranno la sovrabbondanza di corsivi, come di grassetti, sottolineature… per non parlare di modifiche ai colori, dimensioni, font eccetera. Alterare la formattazione di un testo significa cambiare le carte in tavola, stravolgere i punti di riferimento, rimuovere il lettore dalla storia e, per giunta, confonderlo ulteriormente. I patti sono stabiliti nell’incipit; cambiarli a metà dell’opera equivale a un tradimento.

Le norme redazionali delle CE sono perentorie. Sono un marchio della CE stessa, le cui pubblicazioni sono già uniformate in tal senso. Non cambieranno stile e modo di fare per il vostro libro. Perciò, non complicate la situazione, per voi come per gli altri: siate minimali, eleganti e puliti. Tanto, se anche vi andasse bene, la CE rimuoverà quei colori e quelle sottolineature; perché dunque inserirle, in primo luogo?

Tornando ai dialoghi, non basta aprirli e chiuderli. Bisogna inserire un contenuto tra le caporali, o saranno vuote. E quel contenuto necessiterà della punteggiatura corretta. Vi avverto: stiamo entrando in un campo minato, o nella terra di nessuno.

Le case editrici, qui, si sbizzarriscono. Le norme redazionali differiscono enormemente e non c’è una maniera corretta di gestire la punteggiatura nei dialoghi. Non credete agli articoli che inseriscono virgole e punti a seconda dei casi. Sono cazzate scritte in malafede, o riferite a qualche CE specifica.

L’importante, ancora, è essere costanti. Ma facciamo degli esempi.

«La cena è pronta», disse Marta. «La cena è pronta» disse Marta.


Entrambe le versioni sono corrette. Alcune CE inseriscono le virgole prima dei dialogue tag, altre no. Importante: ricordate di iniziare ogni battuta con la lettera maiuscola!

Marta scoperchiò la pentola. «La cena è pronta». Marta scoperchiò la pentola. «La cena è pronta.»


Di nuovo, sono entrambe accettabili. C’è chi inserisce il punto dopo le caporali di chiusura e chi lo mette prima. Chi sceglie la prima opzione, però, dovrà inserire il punto anche in presenza di altri segni di interpunzione.

Col PuntoSenza il Punto
«La cena è pronta!». «La cena è pronta!»
«È pronta la cena?». «È pronta la cena?»
«La cena è pronta…». «La cena è pronta…»
«La cena è pro—». «La cena è pro—»


Avete notato l’ultimo simbolo? La lineetta emme (—) (codice Alt + 0151) viene usata per troncare la battuta di un dialogo in seguito a un’interruzione brusca. I puntini sospensivi, invece, implicano una sfumatura lenta. Fatene buon uso, se volete scrivere dialoghi efficaci.

lineetta emme, lineetta enne e trattino nei dialoghi
Attenti alle differenze! Da sinistra a destra: lineetta emme, lineetta enne e trattino

Ora che sappiamo usare la punteggiatura in un dialogo, vediamone uno di esempio.

Marta scoperchiò la pentola. «La cena è pronta!».

Marco si materializzò sull’uscio. «Dove? Dove?».

«Dammi il tempo di impiattare, no? Vatti a sede—».

«Ho fame!», strillò lui. Camminò verso il tavolo e lo rovesciò con un calcio. «Ti ho detto di chiamarmi quand’è pronto in tavola!».

«Marco…».

Tenete a mente che alcune CE inseriscono uno spazio tra le caporali e il testo, sebbene mi sia capitato raramente. Esempio: « Marco… ». Questa è, invece, la norma quando si usa la lineetta enne (– Marco… –.). Inoltre, quest’ultima non necessita di chiusura se non ci sono incisi, ma è sufficiente andare a capo per chiudere il dialogo.

Marta scoperchiò la pentola. – La cena è pronta!

Marco si materializzò sull’uscio. – Dove? Dove?

– Dammi il tempo di impiattare, no? Vatti a sede—

– Ho fame! –, strillò lui. Camminò verso il tavolo e lo rovesciò con un calcio. – Ti ho detto di chiamarmi quand’è pronto in tavola!

– Marco…

Per le caporali: nel caso aveste intenzione di andare a capo senza chiudere il dialogo, aprite il paragrafo seguente con le caporali di apertura senza chiudere quelle precedenti. In tal modo il lettore capirà che il personaggio sta continuando a parlare. È una consuetudine largamente accettata. Non che ne veda il senso, badate.

«Ho fame, Marta! Ti ho detto di chiamarmi quand’è pronto in tavola. Non sono stato chiaro?

«Sai, la mia fame è di natura nervosa. Deriva da una profonda insicurezza, non so se mi spiego. E poi ho le ossa grosse».

Marta sbadigliò. «Sì, certo».

Si presuppone che, se state leggendo questo articolo, abbiate consumato almeno un romanzo in vita vostra. Ecco perché non ho specificato, fino a questo momento, l’ovvia e basilare formattazione dei dialoghi. Ma lo farò adesso, per sicurezza.

Le battute dei personaggi si devono alternare. Mi spiego: se un personaggio sta parlando, scriverete le sue battute senza andare a capo. Ciò implica continuità e serve a indicare che il soggetto non è cambiato. È il caso del paragrafo in cui Marco strilla che ha fame e parla due volte di seguito.

Tuttavia, se la parola va a un altro personaggio, dovrete andare a capo. È un modo per separare le battute e i soggetti ed è un artificio a cui tutti i lettori del mondo sono avvezzi. Del resto, uno scambio è tale perché c’è un’alternanza e, grazie a quest’abitudine, potete evitare di usare i dialogue tag o i beat in ogni singola battuta.

Insomma, per farla breve, a ciascun personaggio spetta il suo paragrafo.

Le azioni compiute dal suddetto personaggio rientrano nel medesimo paragrafo. Mi riferisco ai beat, cioè ai gesti, movimenti ecc. compiuti da chi parla subito prima, dopo o durante le sue battute. Ne abbiamo parlato approfonditamente nell’articolo sui dialoghi.

Marco si pulì la bocca col tovagliolo (beat). «Burp. Era buonissimo, grazie». Si alzò e ciondolò fino al frigo (beat). «Hai comprato la torta al cioccolato, vero?».

«Ehm, Marco, io…».

Le cose cambiano quando le azioni di colui che parla si complicano o protraggono nel tempo. Se il personaggio in questione proferisce una battuta e fa un mucchio di cose, prima di proferirne un’altra, ci ritroviamo con un grosso paragrafo in cui il lettore resta in sospeso per la battuta successiva e non possiamo separare i vari flussi, concetti, pensieri e così via. È un problema, perché interrompere i paragrafi, come abbiamo detto, organizza e alleggerisce la lettura.

Per ovviare al problema, possiamo individuare una distinzione tra paragrafi descrittivi e paragrafi dialogici. I primi sono quei paragrafi in cui avviene la narrazione e non ci sono dialoghi; i secondo sono, com’è ovvio, quei paragrafi in cui capitano dei dialoghi. Ebbene, è sufficiente separare le due cose: un paragrafo in cui ci fosse troppa azione/descrizione, rispetto alle battute dei personaggi, diventerà descrittivo e non più dialogico. Dunque, separeremo le battute (e alcuni beat) dal grosso delle azioni che accadono in seguito.

[Marco afferrò la bottiglietta di succo e richiuse il frigo (beat). «Sai che c’è gente che la chiama “premuta” d’arancia?».

«Cioè?». Marta si asciugò la fronte con la presina da forno (beat). «Senza la esse?».

Marco tornò a sedersi (beat). «Già». Allacciò il bavaglino dietro il collo (beat).] Paragrafo dialogico.

[Prese il coltello e iniziò a sollevare l’impanatura delle cotolette. Raccolse la carne e le croste in due mucchietti, che spostò ai due lati del piatto. Stappò il succo, bevve il solito sorso “propiziatorio”, come diceva lui, e versò il resto al centro del piatto, creando un laghetto in cui il pollo spuntava come uno scoglio e l’impanatura andava alla deriva.] Paragrafo descrittivo.

[«A cosa siamo arrivati?». Sospirò (beat/tag). «Se aggiungere una esse è troppa fatica, che ne sarà di noi?».

«Non essere melodrammatico».] Paragrafo dialogico.

Non c’è una regola precisa per separare battute e azioni al momento giusto. È una questione di occhio e di esperienza. Nel momento in cui ci rendiamo conto che le azioni o descrizioni abbondano nel bel mezzo di un dialogo le releghiamo ai loro paragrafetti. Tutto qui.

Dovete inviare un manoscritto a una casa editrice che preferisce usare le virgolette alte o le lineette per i dialoghi, ma avete usato le caporali? Vi scocciate di rimpiazzare manualmente ogni singolo simbolo? C’è un modo per risolvere tutto con un click.

La funzione “sostituisci” è vostra amica: vi permette di scambiare automaticamente una porzione di testo con ciò che desiderate. In questo caso vi basterà inserire le caporali nella barra “cerca” e le lineette o le virgolette basse in quella “sostituisci con”. Semplice, no?

Purtroppo, non si può dire lo stesso dell’operazione inversa. Se volete trasformare le vostre lineette o le virgolette alte in caporali, insorge un problema. La funzione “sostituisci” di Word trasformerà automaticamente le caporali in virgolette alte subito dopo la sostituzione.

Per risolvere il problema, il metodo più rapido ed efficace è il seguente: inserite la lineetta o la virgoletta alta nella barra “cerca”. Quindi, inserite un simbolo random (possibilmente che non abbiate usato nel testo; io uso “§”) subito prima della caporale nella riga “sostituisci con”.

Per qualche motivo, Word riconoscerà la caporale come tale e non la trasformerà nuovamente in una virgoletta alta. Ora, però, dovrete rimuovere il simbolo senza lasciare uno spazio. Per farlo è sufficiente inserire quel simbolo nella barra “cerca” e non scrivere alcunché in quella “sostituisci con”.

Voilà! Il “§” (o quel che è) sarà sparito senza lasciar traccia o spazi di sorta. Avete le vostre agognate caporali, con pochi secondi di lavoro sul groppone invece che diverse ore.

“d” Eufonica, Accenti, Incisi e altri Segreti

Gli scrittori alle prime armi ignorano gli standard quando si parla di formattazione del testo. Uno di questi è rappresentato dalla “è” (accentata) maiuscola, che molti scrivono “E’” (usando, quindi, l’apostrofo) invece di “È“. Il codice ASCII del carattere corretto è ALT + 212.

A proposito di accenti: sapete distinguere tra accento grave e accento acuto? Dalla Treccani:

Secondo la norma più diffusa nelle grammatiche, in italiano l’accento grave si pone sulle vocali la cui pronuncia non si distingue in aperta o chiusa (aiu) e sulle varianti aperte della e /ɛ/ e della o /ɔ/, mentre l’accento acuto (′) si pone sulle varianti chiuse delle vocali toniche e /e/ e o /o/.

I vari perché, macché, sicché, giacché, poiché, finché… e particelle come sé e né vogliono l’accento acuto, poiché la “e” in questione è chiusa. Parole come caffè, tè o lacchè vogliono l’accento grave, poiché la “e” è aperta. L’accento grave si colloca, poi, su… tutto il resto, praticamente (virtù, così, lì, baciò, pietà…), a meno che non vogliamo distinguere parole omografe (bòtte anziché bótte, chiése anziché chièse ecc.). Un po’ come faremmo con prìncipi e princìpi, che normalmente non accenteremmo.

Attenzione: alcuni credono che sia sbagliato accentare la “e” di sé nel caso in cui la particella sia accompagnata da “stesso”, poiché non ci sarebbe possibilità di errore. Ebbene, non è così: si tratta del solito nozionismo degli ignoranti, non diversamente da quelli che usano la “d” eufonica a ogni occasione. Si scrive “sé stesso”, sempre.

A proposito della “d” eufonica… di cosa parliamo, esattamente? Trattasi dell’aggiunta della lettera “d” a una singola vocale che precede le parole che iniziano per vocale. Per intenderci, i vari “ed“, “ad” o, più raramente, “od“. Ebbene, la corretta formattazione di un documento non richiederebbe l’uso di tale artificio in molti casi, sebbene ormai lo applichino tutti e alcune CE abbiano finito per accettare tale consuetudine nelle proprie norme redazionali.

Il problema, però, è che tante altre CE lo vedono come un vero e proprio errore (cosa che effettivamente è), e voi non volete errori nel vostro testo. Perciò, la regola da rispettare è la seguente: scrivete ed, ad e od soltanto se seguiti da una parola che inizia con la medesima vocale. “Ed eccoci qua” è giusto; “ed ora che facciamo” è sbagliato. “E amammo quelle mele” è giusto; “Ad essere sinceri” è sbagliato. “Ad alta voce è giusto”; “Ad ogni ora” è sbagliato. Eccetera.

Esistono delle eccezioni. Alcune espressioni sono talmente comuni da non poter essere riscritte nel modo corretto, o potrebbero suonare strane al lettore. Mi riferisco a formule come “ad esempio“, che non bisogna correggere scrivendo “a esempio” ma a cui si può preferire, al massimo, “per esempio“. Per quanto riguarda “ad eccezione” o “fino ad ora“, invece, l’autore può fare come crede, poiché la versione priva di “d” eufonica può risultare accettabile.

In realtà, non esistono vere e proprie regole per quanto riguarda le eccezioni e le CE si comportano in base ai propri gusti. Qualcuno non gradisce l’uso di “od” in alcun caso; qualcun altro non vuole la correzione di “tu/lui/lei/ ed io”; qualcun altro ancora non vuole la “d” quando la parola seguente presenta troppe “t” e “d” (per esempio, “case e edifici” e non “case ed edifici”).

Il mio consiglio è di applicare la regola e preoccuparsi di eventuali eccezioni solo nel caso in cui la resa fonetica sfiori la cacofonia o appaia stramba, senza farsi troppe paranoie.

Passando ad altro, un problema in cui incorrono tanti neofiti riguarda la formattazione degli incisi. Alcuni usano le virgole, altri le lineette, altri ancora le parentesi. La questione è semplice: quando formattate un testo letterario, non usate mai le parentesi. L’uso delle parentesi è accettabile in saggistica, non in narrativa. Inoltre, ricordate di scegliere le virgole o le lineette, non entrambe, e di attenervi alla vostra scelta.

Attenzione: usate la lineetta enne (““, ALT + 0150) e non il trattino corto, proprio come per i dialoghi. Mi raccomando, non usate mai le lineette per gli incisi se già le utilizzate per i dialoghi, o rischiate di confondere il lettore. Personalmente, uso delle semplici virgole e vi invito a fare altrettanto. Perché complicarsi inutilmente la vita?

Formattare un testo nel modo corretto, però, non significa solo preoccuparsi della prosa. A proposito di incisi, ne esistono anche a livello strutturale. Mi riferisco a quei momenti in cui il protagonista si addormenta e sogna, o ha un ricordo particolarmente vivido, o decidete di inserire un flashback nel bel mezzo della narrazione. Ebbene, c’è un modo per segnalarlo al lettore senza raccontargli ciò che sta accadendo (e voi volete mostrare, non raccontare).

Invece di scrivere porcherie come «Rivide quei momenti davanti a sé come se stessero accadendo in quell’istante», oppure «Il ricordo/sogno era così nitido da sembrare reale» eccetera, è sufficiente lasciare un rigo e aumentare i margini laterali del paragrafo (o dei paragrafi) in questione, così da distinguerlo da quelli precedenti e successivi. Per farlo, occorre impostare un rientro destro e sinistro nelle opzioni di paragrafo. I valori sono a vostra discrezione; io uso 1 centimetro per entrambi i lati.

come formattare un flashback in un testo
Come formattare un ricordo/sogno/flashback. Cliccate per ingrandire

Così facendo potrete mostrare direttamente il flashback o il ricordo al lettore senza introdurlo, e senza temere che il lettore lo confonda col resto della narrazione. La formattazione differente rispetto al corpo del testo, infatti, non fa che segnalare la discrepanza tra le due linee narrative, e chiunque abbia letto una manciata di libri nella sua vita intuirà il distacco. Difficile, quindi, che il lettore confonda un sogno del personaggio con la realtà.

E voi come vi regolate nella formattazione di un testo? Fatemelo sapere dei commenti!

19 risposte

  1. Molto utile! Ci tornerò su! Non ho almeno per ora manoscritti da proporre, ma mi serve anche solo per tenere in ordine i miei scritti sul pc… alcuni trucchetti di word non li conoscevo! ^_^

  2. Il ricorso alle d eufoniche è spesso necessario per conferire un certo tono alla narrazione.
    “a essere sinceri” e “a ogni ora” in alcuni tipi di romanzi suonano in effetti davvero scarni.
    Solo nella scrittura per il web o la pubblicità può essere valida l’indicazione di ometterle.

    1. Ciao Polites, benvenuto nel blog. Non sono per nulla d’accordo con quanto affermi; si tratta di illazioni prive di fondamento. Come ho già specificato, molte realtà editoriali fanno uso della “d” eufonica nel modo giusto e pubblicano narrativa. Del resto, l’idea che la “d” eufonica debba influenzare il “tono” della narrazione, qualunque cosa significhi, è a dir poco bizzarra. Saluti

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Ciao,

Sono Giuseppe, scrittore, blogger, insegnante di scrittura creativa e coach narrativo! Sono alla costante ricerca di nuovi metodi per raccontare storie. Immersivita.it è il mio tentativo di condividere ciò che ho scoperto: benvenuti, e che il naufragar vi sia dolce in questo mare…

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