Borne, Jeff VanderMeer

Titolo originale: Borne

Autore: Jeff VanderMeer

Anno: 2017

Genere: Fantasy, New Weird, Distopia

Lingua: Inglese

Editore: MCD/Farrar, Straus and Giroux

Pagine: 323

Una città in rovina

Borne è l’ultima fatica di Jeff VanderMeer, pubblicata nel 2017 e portata nel Bel Paese da Einaudi nel 2018.

Ho già recensito, di VanderMeer, la Trilogia dell’Area X, e mi fa piacere che le CE nostrane stiano iniziando a tradurne e pubblicarne le opere. Si tratta di un autore senz’altro interessante, stando a ciò che ho letto finora. Tuttavia, non tutte le ciambelle riescono col buco.

Borne ricorda, per molti aspetti, la già citata Trilogia, nonché altre sue opere come Veniss Underground e La Città dei Santi e dei Folli. L’autore ha infatti costruito per noi una città intera, la vera protagonista del volume, nella quale si sviluppano gli eroi e si avvicendano le numerose figure che ne compongono l’ecosistema.

La città di Borne, però, non si chiama Ambergris, né Veniss, né l’Area X, sebbene ne ricalchi il mistero, la violenza, la condizione soprannaturale. Nella città del romanzo si agitano tutti i tipi di creature, le cosiddette bio-tec (biotecnologie) create dalla Compagnia, tra cui figura l’essere che presta il nome al volume.

Qui di seguito la trama, come riportata nell’edizione italiana a cura di Einaudi.

Fra le macerie di una città in rovina – infestata da biotecnologie fuori controllo, percorsa da bande di razziatori, dominata dal cielo da un orso mutante di nome Mord – la cacciarifiuti Rachel si imbatte in una creatura misteriosa e decide di prenderla con sé, chiamandola Borne. All’inizio poco più di una pianta, Borne cresce a una rapidità impressionante: è un bambino curioso e frenetico; è un anemone di mare gigante che muta forma e colore; è una persona; è un mostro; è un figlio adottivo.
L’arrivo di Borne altera gli equilibri della vita di Rachel – che, arrivata nella città come migrante, si trova a dover imparare a essere madre rievocando gli anni spesi coi genitori a girare i campi profughi, fra una catastrofe ecologica e l’altra. Altera anche il suo rapporto con Wick, il creatore di bio-tec con cui convive, che non si fida del nuovo arrivato: forse perché teme che sia un mutante, o forse perché, come un padre inesperto, si sente tagliato fuori dall’amore che lo lega a Rachel.
E mentre Borne cresce, tutt’intorno si intensifica la lotta per il dominio sulla città tra l’enigmatica Compagnia e le creature che le si sono ribellate – su tutti Mord, l’orso gigante le cui incursioni aeree si fanno sempre più frequenti e sanguinarie. E con l’orrore di Rachel e Wick appare sempre più chiaro che Borne – il loro bambino, la loro arma aliena – in questa guerra è destinato a giocare un ruolo decisivo.
Borne, Einaudi, 2018

Borne, Einaudi, 2018

Il punto di vista della narrazione è fisso su Rachel, che narra gli eventi al lettore in prima persona sotto forma di diario, un po’ come la biologa in Annientamento. Tuttavia, a differenza di quest’ultima, Rachel è dotata di una voce meno distintiva e distaccata.

Rachel calca la mano sull’aspetto emotivo delle descrizioni. Si sbrodola in uscite letterarie, parentesi melodrammatiche, nonché in un gran numero di similitudini. Come in Annientamento, invece, Rachel farcisce la narrazione di ricordi, flashback e considerazioni di ciò che la circonda, sebbene più astratte e generiche rispetto alle introiezioni della biologa.

Va da sé, dunque, che la narrazione rallenti, soprattutto in certe fasi, per poi accelerare nelle sequenze più coinvolgenti e concitate.

Il romanzo parte con un buon ritmo, ma i lirismi della protagonista si fanno man mano più comuni e intrusivi. Allo stesso modo, finché c’è tanto da raccontare, il romanzo scorre piacevole.

Presto, però, Rachel prende il brutto vizio di ricordare a noi e a sé stessa la situazione in cui si trova, nonché il contesto e tutte le sue implicazioni. Ciò accade ancora e ancora, finché la narrazione non si riempie per metà di filler.

Tale ripetitività dipende, in parte, dalla mancanza di materiale: la città senza nome di Borne è relativamente interessante e ben caratterizzata, sì, sebbene di scarsa originalità, ma nelle strade succedono sempre le stesse cose.

C’è Mord coi suoi simulacri, c’è la presenza della Maga (più a parole che nei fatti), ci sono bambini mutanti (che appaiono solo un paio di volte), qualche bio-tec sconosciuta (con cui si poteva fare molto, molto di più), i cacciarifiuti e poco altro.

La città in sé è una poltiglia di macerie e rifiuti tossici e devo ammettere che VanderMeer non fa un gran lavoro nel definirla in dettaglio. Le descrizioni dei luoghi sono vaghe, confusionarie, imbottite delle chiacchiere della nostra Rachel, e troppo omogenee.

Certo, in un mucchio di macerie non si possono che trovare macerie, ma si poteva fare di più per differenziare i posti e renderli vivi, unici, interessanti, partecipi. Nella Scogliera Terrazzata, per esempio, ci sono luoghi stimolanti che VanderMeer avrebbe dovuto approfondire, come il laboratorio di Wick, i varchi nelle abitazioni seppellite, nonché il punto panoramico sulla città. Il resto, in cui si articola gran parte della vicenda, sono cunicoli indifferenziati.

Borne, 2017, HarperCollins

Borne, 2017, HarperCollins

L’ambientazione cambia radicalmente verso la fine del romanzo e ciò apporta una ventata di freschezza alla narrazione. Purtroppo, però, Rachel riesce a rovinare tutto moltiplicando esponenzialmente le sue incursioni melodrammatiche e allegoriche, anche a causa delle vicissitudini che la interessano in quel frangente della storia.

Borne e Rachel. Borne è Rachel

I personaggi sono, alla fine della fiera, soltanto tre: Rachel, Wick e Borne. Anche Mord compare spesso, ma come elemento di sfondo. Ogni tanto si aggiunge una comparsa per qualche pagina. Ciò contribuisce, da un lato, all’atmosfera post-apocalittica dell’ambientazione e, dall’altro, alla stasi degli eventi, il cui vuoto viene riempito dalle sensazioni e dai ricordi di Rachel.

Quest’ultima è, come indicato dalla trama, una profuga isolana che ne ha passate tante e che non perde occasione per ricordarci quanto abbia sofferto. Per fortuna il personaggio viene salvato dal piattume e dalla mediocrità da Borne, la creatura misteriosa.

Grazie a Borne, Rachel è attraversata da emozioni reali e attuali che le infondono vita, a differenza di quei pesanti ricordi che la schiacciano al suolo. La relazione tra Borne e Rachel è la cosa migliore del romanzo e, senza di essa, avremmo una protagonista a dir poco passiva. Come Wick, che resta sullo sfondo per un bel pezzo della storia, per poi finalmente emergere e interagire con Rachel similmente a Borne.

Purtroppo, però, quest’ultimo è presente solo a intervalli. Ho trovato che il tempo in cui leggevo di Rachel da sola, senza Borne, lo passavo aspettando che reincontrasse Borne, poiché era lui a ravvivare la narrazione. Rachel la pensava allo stesso modo, e ciò dimostra l’importanza che tale rapporto ha per entrambi i personaggi.

Al contrario, per noi lettori l’attesa finisce, in certi casi, per scadere nella noia. Borne doveva essere più presente e il suo ruolo doveva condizionare maggiormente gli eventi.

Nonostante il titolo, infatti, la storia di Borne non dipende granché da Borne. Le cose, come detto, procedono assai lentamente, per poi ripiegarsi su sé stesse in vari momenti della narrazione. L’assenza o presenza di Borne, in ogni caso, cessa presto di essere rilevante, per poi intervenire direttamente sul finale.

Anche lì, purtroppo, il contributo di Borne viene visto e non vissuto, come se anch’egli entrasse nello sfondo. Ancora, una scelta coerente al significato della storia, ma dallo scarso coinvolgimento emotivo. Restano solo Rachel e il redivivo Wick che, fortunatamente, inizia a riscattare la sua figura.

Борн, 2018, Эксмо

Борн, 2018, Эксмо

Come al solito con VanderMeer c’è tanto di non detto e di non chiaro, con un bel miscuglio di realtà alternative, colpi di scena assolutamente inutili e implicazioni che vanno oltre la chiusura del libro. Il finale, però, mi ha molto deluso nella sua scontatezza e le cose non dette mi sono parse una scelta pigra piuttosto che intrigante.

Di contro, il romanzo ha un inizio stimolante e, sebbene i difetti emergano presto e comincino a pregiudicare la lettura, si mantiene su buoni livelli fino a metà libro. Allora ci si accorge che c’è poco più da aggiungere.

Mi sorprende che gli editor non abbiano tagliato una buona fetta del romanzo; avremmo avuto, in tal caso, una lettura decisamente più piacevole, scorrevole, veloce e altrettanto piena. Anzi, senz’altro più decisiva. Una maggiore chiarezza sia nelle descrizioni che nella storia avrebbe aiutato in tal senso.

In città il confine fra incubo e realtà era fluido, esattamente come il contesto di termini come «morte» e «assassino» era slittato nel corso del tempo. Forse era colpa di Mord. Forse era colpa di tutti noi.
Un assassino era qualcuno che uccideva per ragioni diverse dalla sopravvivenza. Un assassino era un pazzo o una pazza, non semplicemente qualcuno che cercava di arrivare vivo a fine giornata. Una volta avevo preso a sassate una donna. Ci eravamo incrociate mentre eravamo a caccia di rifiuti sulla stessa stradina deserta, nel settore ovest della città. Avevo trovato una pianta carnosa di un rosso scintillante che stava assorbendo un pezzo di lamiera. Non sapevo se Wick l’avrebbe trovata utile, ma non avevo mai visto nulla di simile.
Svoltando un angolo col bottino in mano mi ero imbattuta in una donna. Era sulla cinquantina, nodosa come sono spesso i superstiti, una coltre di capelli grigi, stracci grigi e neri come vestiti.
Mi aveva vista, aveva sorriso. Poi aveva visto cosa portavo e il sorriso era sparito. – Dammela. È mia -. Forse intendeva «Sarà mia».
Non le avevo dato tempo di avvicinarsi abbastanza da aggredirmi. Mi ero chinata a prendere un sasso con la mano libera. La donna stava attraversando di corsa la strada per assalirmi, e io glielo avevo scagliato addosso, colpendola in fronte. Si era accasciata su un fianco ansimando. Poi si era rialzata e le avevo lanciato un altro sasso, colpendola di nuovo in testa.
Stavolta aveva barcollato all’indietro, portandosi le mani alle ginocchia prima di rannicchiarsi al suolo. Vedevo la pozza rosso fuoco che si allargava in terra colando dalla sua testa. Si era accucciata fra i calcinacci portandosi una mano alla tempia, fissandomi mentre lasciavo cadere il terzo sasso che avevo preso.
– Volevo solo guardarla, – aveva detto, perplessa, continuando a portarsi la mano alla ferita e poi staccandola subito. I suoi occhi si stavano facendo lucidi. – Solo un’occhiata, volevo darle.
Non ero rimasta per aiutarla o infierire. Me n’ero andata.
Era morta? L’avevo uccisa? E se sì, sono un’assassina?
(Pag. 32-33)

Conclusione: Non Consigliato e Non Sconsigliato

Contro:

  • Sviluppo lento in generale. Succede ben poco nel secondo atto della storia
  • Descrizioni spesso vaghe e confusionarie
  • Ambientazione banale, generica e troppo omogenea
  • Rachel ci ammorba con ricordi, melodrammi,
    figure retoriche e considerazioni che appesantiscono la narrazione. Tutte note che dovrebbero donare spessore al personaggio ma che risultano più che altro di colore, giacché esterne agli eventi
  • Solo tre personaggi che non siano comparse, di cui uno inizialmente assente e l’altro relegato sullo sfondo verso la fine. La mancanza di figure viene riempita dalle chiacchiere di Rachel
  • Non detti e implicazioni, anche di una certa importanza, che avrebbero dovuto trasparire
  • Trama lineare, deludente, e finale scontato. I colpi di scena non influenzano granché la narrazione

Pro:

  • Borne è un personaggio riuscito, genuino e originale
  • La relazione tra Borne e Rachel è significativa, emotivamente coinvolgente e pregna di significato
  • Un messaggio coerente e disperato che permea il romanzo, impreziosito dal sentimento di maternità che scaturisce da Rachel nei confronti di Borne
  • Atmosfera post-apocalittica e crudele ben resa
  • C’è qualche sequenza coinvolgente e qualche ambientazione degna di nota
  • Elementi fantasy sfiziosi e ben integrati, sebbene l’autore potesse farci di più
Voto: Due caschi!
Due caschi voto palombaro

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, Cuore di Tufo, in uscita per Dark Zone edizioni.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *

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