“(…) Poi attaccò a suonare. Ma suonare non è la parola. Un giocoliere. Un acrobata. Tutto quello che si può fare, con una tastiera di 88 tasti, lui la fece. A una velocità mostruosa. Senza sbagliare una nota, senza muovere un muscolo della faccia. Non era nemmeno musica: erano giochi di prestigio, era magia bella e buona. Era una meraviglia, non c’erano santi. Una meraviglia. La gente diede di matto. Strillavano e applaudivano, una cosa così non l’avevano mai vista. C’era un casino che sembrava Capodanno. (…) – da Novecento di Alessandro Baricco.”

Tu scrivi così. “Magari scrivessi così!”, risponderai. Non ci siamo, mio caro, hai una visione distorta della realtà e della narrativa: non ci sono concetti fumosi, frasi poetiche che lampeggiano sulle nostre teste, giudizi e attributi che sostituiscono la crudità dei fatti. La realtà è composta di azioni, immediate e precise (non dannati gerundi), dettagli concreti e vividi che definiscono l’ambiente circostante, nonché ciò che vi accade. Perché non la prosa, dunque?
— “Era una giornata magnifica. Il solleone era alto nel cielo, privo di nuvole”.
— “Mi riparai dal sole sotto l’ombrellone. Il cielo terso rifulgeva dei raggi e mi bruciava la retina. Mi spalmai sul lettino, serrai gli occhi. Il buio si fece rosso di luce. «Basta!», urlai. «Voglio la pioggia!».”
Notate la differenza?

Avere tra le braccia una donna di carne che non ha il dono dell’ubiquità. Romantico… *Lacrimuccia*

Sono secoli che lo sappiamo, e secoli che ci muoviamo in questa direzione. La narrativa deve essere realistica, verosimile, che sia di genere o non. La realtà è più emozionante di un libro; ecco perché il libro deve ricalcare la realtà. Del resto, se leggeste che un uomo con quaranta pallottole conficcate in testa (con sufficiente energia cinetica) si rialza e si difende dal suo assalitore, pensereste “che stronzata!”. Perché non è realistico. Ammenoché, ovviamente, non si tratti di uno zombie o di un romanzo demenziale.
Parleremo di questo, nel blog, e di altro. La narrativa come arte retorica, e non estetica. L’immedesimazione del lettore nella storia e nel personaggio. “Mostra, non raccontare”, la “Sommersione dell’Io”, i beat nei dialoghi, il filtro del punto di vista (POV), la narrazione qui-e-ora e scena-per-scena e così via. Tutto ciò che contraddistingue la narrativa contemporanea nella sua corsa all’Immersività.

Niente più “Ah, che belle parole!”, dunque, ma coinvolgimento totale e continuo in una prosa trasparente. Niente più Literary Fiction alla Fabio Volo, né FanFiction di Harry Potter e Frodo Baggins che si baciano nei bagni della scuola, né “blocco dello scrittore”, “introduzioni” e bestiame vario.

Dio abbi pietà della mia anima… ugh….

Scrivere è come andare in guerra. Ci si arma di tutto punto, eccitati all’idea, e poi si finisce per morire di dissenteria in una pozza di fango. La fatica, la paura e la noia uccidono più delle pallottole. Ma c’è di peggio: i bombardamenti arrivano all’improvviso e smettono altrettanto in fretta, uccidendo senza che ci sia il tempo di rendersene conto. Ed ecco che si torna ad aspettare in trincea, fino al prossimo proiettile fortunato o alla prossima cannonata che viene dal nulla. E poi di nuovo, distrutti dal terrore e dall’attesa al tempo stesso. L’animo umano viene violentato, non sa come comportarsi.

È così: si prepara tutto (High-Concept, What if, Premise, Arco di Trasformazione, Outline – di cui parlerò negli articoli su “Come Costruire una Storia”), si scrive. Si scrive. Si scrive. Se ci s’incarta ci si piazza davanti alla scrivania a pensare a come uscirne finché non ci si riesce (altro che “blocco” o “ispirazione”). L’importante è far rientrare il tutto nei piani prestabiliti. E si scrive, si scrive, si scrive, con santa pazienza e resistenza. Ci sono momenti difficili, colpi di genio, riscritture che dilatano il tempo all’infinito. A volte è difficile vedere la luce.
Il romanzo è terminato. Si rilegge, si riscrivono più parti e correggono altre. Pare che non si facciano progressi. No, l’aggiunta a questo pezzo è un’idea brillante! È un capolavoro! È mediocre. È… eh?

Tecniche narrative, scrittura creativa, Neuroscienze e narrativa, generi letterari di nicchia, le ragioni dei cattivoni, l’auto-psicanalisi e l’introspezione nei diari…
Ma non parleremo solo della narrativa, in questo blog. Anche della musica (provate il Player nella Sidebar!), degli “spunti”, dei romanzi, film e fumetti meritevoli e non, dei videogiochi e i giochi da tavolo (Sì, sono un nerd), della comicità e quant’altro.

Qual è la parte più dura da mangiare di un vegetale?
La sedia a rotelle.

E dopo questa mi eclisso, lasciandovi un bel video. Benvenuti nel blog! Fatemi un saluto nei commenti. Anche un insulto va bene.

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere. Autopubblico su Amazon un altro romanzo nel 2014, seguito dalla seconda edizione nel 2015 e da un racconto lungo. Li ho rimossi, non hanno fruttato alcunché.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, il cui futuro è ancora incerto.
No, nonostante le nottate, il sudore e la passione, non ho mai vinto e non sono approdato da nessuna parte. Ma sono ancora in piedi.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *