«Non dire che la vecchia signora gridò. Mandala in scena e lasciala urlare».
Mark Twain.

Ho già parlato, nel precedente articolo, della nascita e dello sviluppo della narrativa contemporanea. Il cardine intorno al quale ruota questa concezione di scrittura è la classica regoletta “Show, don’t tell“, ovvero “Mostra, non raccontare”.

Per comprendere appieno tale tecnica bisogna rifarsi ai principi della narrativa, ovvero:

  • Narrare una storia.
  • Emozionare il lettore.
  • Coinvolgere il lettore in modo tale che non chiuda il libro e che prosegua la lettura fino in fondo.
  • Calarlo nel personaggio.
  • Fargli vivere gli eventi come fossero reali.

Se questa non è la vostra idea di narrativa, non consiglio l’impiego dello Show don’t tell. Anzi, consiglio di cambiare genere e di scrivere Literary Fiction o addirittura saggi, che probabilmente si accorderanno meglio alle vostre aspirazioni.
H.G. Wells, infatti, dopo un iniziale periodo di estro letterario (le prime opere di scientific romance, tanto amate dai suoi contemporanei e dalla critica, nonché gli unici suoi lavori ancora venduti e ricordati oggigiorno), decise di cambiare principi e iniziò a scrivere opere didascaliche, politicheggianti. Egli divenne, per sua stessa ammissione, poco interessato a narrare storie e a emozionare i lettori.
Wells intese la scrittura come un mezzo attraverso cui diffondere le sue idee, perché si sentiva un giornalista piuttosto che un romanziere. Beh, in tal caso scrivete articoli, no?

Show don't tell Cechov

Non dirmi che la luna splende; mostrami il riflesso sul vetro infranto — Anton Cechov

Tornando a noi, Show don’t tell significa che non bisogna raccontare al lettore ciò che accade, ma che occorre fargli vivere gli eventi direttamente, istante per istante (o azione per azione). Mostrare qualcosa significa mettere una persona di fronte al fatto, alla realtà, e non farne una cronaca.
La superiorità di questa tecnica, in fatto di coinvolgimento e resa emotiva sul lettore, è autoevidente. Vedere un uomo che muore o sentirlo al telegiornale è per voi la stessa cosa? Guardare una partita o ascoltarne il riassunto, fa differenza?

Facciamo un semplice esempio.

Raccontato — Incontrai Marcello e lo riempii di botte.
Mostrato (Show don’t tell) — Marcello mi si parò davanti e mi spinse contro il muro. Gli mollai una testata in quella bocca bavosa, gli colpii la fronte con una gomitata e gli aprii uno squarcio da un orecchio all’altro. Lui barcollò, si coprì la faccia grondante di sangue. «Fevmo!», biascicò tra i denti rotti. «Mi avvendo!».
Gli piantai un calcio in petto e lo scagliai sull’asfalto. Il grugno pelato sbatté sul selciato, lo sguardo si spense.
«Addio, Marcello. Salutami quella puttanazza di tua madre».

Ok, ho esagerato, ma era per rendere l’idea. Lo so che il taglio causato del gomito è degno di Ichi the Killer, ma si tratta di un esempio. Come avrete intuito, il risultato è estremamente diverso in termini di drammatizzazione. Lo Show don’t tell implica una descrizione dettagliata di ciò che accade, a differenza del succinto raccontato. Ma ci sono altre finezze da cogliere.

Raccontato — Margaret era bellissima, alta e sfavillante come il sole che le gonfiava la dolce chioma.
Mostrato (Show don’t tell) — Margherita balzò in piedi. Urtò il soffitto con la testa. «Ow! Che male!», si massaggiò la parte dolente. Abbassò gli occhi, notò che la stavo guardando e sfoggiò un sorriso a trentasei denti. Venne verso di me; la chioma bionda grattò il parquet e lasciò una scia nitida tra i banchi di polvere.

In un esempio ho dovuto mostrare l’altezza di Margherita e la lunghezza dei suoi capelli. Nell’altro l’ho semplicemente detto.
Complica la vita? È più difficile e dispendioso di tempo e fatica? Certo, ovvio, ma i risultati sono di gran lunga superiori!
Al raccontato si associa il discorso indiretto, mentre allo Show don’t tell va associato il discorso diretto. I dialoghi giocano un ruolo importante nella narrativa, o scrittura immersiva.

Mostra ogni cosa ai lettori, non dir loro nulla -- Ernest Hemingway

Mostra ogni cosa ai lettori, non dir loro nulla — Ernest Hemingway

Raccontato — Jennifer disse a Jacqueline che poteva venire con lei alla fattoria.
Mostrato (Show don’t tell) — Gennarina si staccò un pezzo di pollo dagli incisivi sporchi di rossetto. «Allò? Vieni cu me add”o purcaro?».
Gioacchina annuì. «Muvimmoce chiattò!».

Molto più realistico, verosimigliante, interessante… ecc ecc.
Attenzione, però. Show don’t tell significa comunicare per scene e per immagini, ma non descrivere immagini statiche. Queste sono preferibili al raccontato, ma sono una forma piatta e scialba di mostrato.

Raccontato — Prendo la mutanda. È bianca, con un grosso buco nel mezzo da cui far uscire il pistolino.
Mostrato (Show don’t tell) — Indosso le mutande. Il pisello spunta dal buco centrale e si affloscia sulla stoffa bianca.

Qual è la differenza? Abbiamo descritto attraverso un’azione e non una descrizione. Dinamico > statico, sempre. Una buona scrittura mostrata presenta un gran numero di verbi d’azione e una minoranza di passivi, verbi essere o avere, che spesso danno vita a immagini concrete ma immobili.
A proposito di immagini concrete: Show don’t tell implica l’uso di termini precisi, possibilmente vividi, al contrario della vaghezza che contraddistingue il raccontato.

Scrivere mostrando significa abolire le parole inutili, quelle che non aggiungono nulla alla scena, e soprattutto i termini aulici o altisonanti. Secondo il principio immersivo della narrativa, tutto ciò che distrae dalla scena e dalla narrazione è considerato errore, poiché spezza la magia dell’immedesimazione del lettore negli eventi e nel personaggio. Inoltre, aggiungere fumo diminuisce l’efficienza e l’eleganza del testo, oltre a rallentare il ritmo. Per non parlare del principio di trasparenza, per cui il lettore deve capire al volo e non dubitare. Per questi motivi scrivere belle parole per il gusto di farlo invece che scrivere in modo concreto è una pessima forma di raccontato, e un errore comune nei neofiti (come l’intrusione dell’autore nel testo o il POV vacillante).

Raccontato — Mi gettai in acqua. Nuotai nel brodo primordiale che un tempo mi diede alla luce. L’acqua nera si tramutò in spazio siderale, coralli come stelle del firmamento. Fluttai tra i pianeti, novello astronauta di un mondo perduto.

Bellissimo, fantastico, bravò! Ma che significa ‘sta merda? Tanto vale scrivere un poema, piuttosto che un’opera di narrativa. Qui si può notare la classica brodaglia che non aggiunge nulla alla narrazione e che, anzi, la ostacola. Già il fatto che il lettore posa fermarsi per dire “ah, che bella frase” è uno svantaggio, in quanto spezza il ritmo e l’immersione nella storia. Coinvolgimento e tensione diminuiscono in un istante.

Mostrato (Show don’t tell) — Mi gettai in acqua.

Regola avanzata: in certi casi, il raccontato non è considerato tale. Parliamo di certi giudizi qualitativi espressi dai personaggi, in forma di dialogo o di pensieri. Questi possono andar bene soprattutto se aggiungono qualcosa all’identità di chi li esprime, o la ribadiscono.

Raccontato — Prendo la foto. È bellissima.

Non dice niente sul personaggio (che coincide con la voce narrante, POV in prima persona con filtro totale).

Mostrato (Show don’t tell) — Prendo la foto. Bella come una prigione che brucia, falsa come una birra analcolica.

In questo caso il giudizio del personaggio ci suggerisce che si tratti di un ex-galeotto, o un uomo che odia lo stato, o una persona poco raccomandabile. In ogni caso ci dice qualcosa su di lui e ci aiuta a entrare nel personaggio. Il lettore, però, non vede la bellezza della donna in prima persona. Pertanto la versione migliore sarebbe:

Mostrato (Show don’t tell) — Prendo la foto. Scorro il dito sulle labbra siliconate, seguo il profilo del nasino e accarezzo le iridi azzurre dei suoi occhi a mandorla. Bella come una prigione che brucia, falsa come una birra analcolica.

Raccontato — È brutto e avido. Indietreggio e cambio strada.
Mostrato (Show don’t tell) — È un rabbinaccio col nasone. Indietreggio e cambio strada.

Nella seconda il giudizio ci da un’idea migliore del POV, che evidentemente ha dei pregiudizi contro gli ebrei.

Altra regola avanzata: le similitudini. Metafore, analogie e similitudini sono armi a doppio taglio: non debbono mai essere banali o già viste, a meno che non calzino perfettamente. Inoltre rischiano di distrarre il lettore dalla narrazione, se usate troppo spesso o se vaghe, poetiche o poco calzanti. Al contrario, un uso moderato e preciso di analogie ha un fortissimo valore persuasivo, in termini retorici. Del resto nella vita reale ricorriamo spesso a similitudini quando vogliamo far capire qualcosa a qualcuno.

Raccontato — Era bella come il sole.
Raccontato — Mi scruta col suo sguardo da predatore. Spalanca le fauci leonine e balza su di me come un gatto di montagna. (troppe!)
Raccontato — Corse via con la foga di un uomo orgoglioso, ma indispettito dallo svolgersi degli eventi. (Eh? Cosa dovrei visualizzare, esattamente?)
Mostrato (Show don’t tell) — Maurigno cadde a terra come un sacco di patate (rende l’idea ma è inutile specificarlo ed è una similitudine banale)
Mostrato (Show don’t tell) — Maurigno cadde di pancia. Una scarica di saliva gli eruppe dalla gola e si abbatté sul marmo. Lui si rotolò nella pozza e strisciò verso di me sulla sua stessa bava. Sbatté la testa contro il mio ginocchio; i capelli impiastricciarono i jeans di liquidi corporei. Lui ragliò, sbatté la testa due, tre, quattro volte, come una falena che continua a schiantarsi sul vetro.
(In questo caso la similitudine rende l’idea e serve a dare un senso di disgusto al lettore, che sarà ripugnato dalla scena formataglisi nella mente).

Il segreto della scrittura immersiva e dello Show don’t tell è scrivere in modo evocativo, mai banale. Termini forti, netti, vividi, coloriti. Non dovete edulcorare, non dovete usare inutili mitigators come quasi, piuttosto, abbastanza ecc. Più netti siete, più evocate. Più concreti e precisi siete, più evocate. Ricordate la citazione di Ezra Pound nell’articolo sulla narratologia? L’oggetto è sempre il simbolo adeguato.

La precisione è estremamente importante, soprattutto quando si parla di verbi: bisogna usare quello giusto, sempre, in modo da non doverlo correggere con ulteriori aggettivi. Pensateci: meglio tagliare di netto le dita con una mannaia o tranciarle? Meglio leggere un libro tutto d’un fiato o divorarlo? Meglio farsi rossi in faccia o arrossire? Meglio mangiare con una grande foga o ingozzarsi?
L’uso di verbi appropriati separa una scrittura generica da una evocativa.

Il secondo segreto dello Show don’t tell è capire che non si devono descrivere immagini al lettore, ma che bisogna creare immagini nella mente del lettore. Questa è una differenza fondamentale. Pensare in tali termini vi aiuterà a creare una prosa dinamica, attiva, immaginifica.

2 — Show don’t tell: pro e contro

Sebbene Show don’t tell sia una regoletta ormai largamente accettata e un valore fondamentale per i critici letterari, non tutti sono d’accordo con ciò che rappresenta. C’è chi dice che il raccontato sia importante tanto o più del mostrato, da cui StoryTelling e non StoryShowing. C’è chi dice che si debba raccontare per passare da una scena all’altra, o per impostare l’atmosfera, o per allargare il respiro temporale della narrazione.

Orson Scott Card (autore del Ciclo di Ender) in Characters & Viewpoint afferma, in merito allo Show don’t tell, che «in alcune circostanze è un buon consiglio; in altre, è esattamente errato. Chi racconta storie deve costantemente scegliere tra il mostrare, il raccontare e l’ignorare. Mostrare è ciò che si fa meno spesso». Insomma i romanzi non sono film e non si può mostrare tutto, poiché «mostrare è terribilmente dispendioso di tempo». Per cui, secondo Scott Card, bisognerebbe limitarsi a mostrare le scene drammatiche in modo da renderle importanti. Lo Show don’t tell, infatti, servirebbe a dare enfasi, e non si può enfatizzare tutto altrimenti il testo diventa noioso.
In un commento Scott Card reitera dicendo che «Show don’t tell è una pessima idea, eccetto nelle scene che scegli di mostrare perché sono le scene chiave che creano dramma».

Characters & Viewpoint Scott Card

Characters & Viewpoint, di Orson Scott Card. Questo manuale parla dei personaggi e del POV, o punto di vista. Non è eccezionale ma non è per niente male; va letto, però, con una certa accortezza. Potete acquistarlo a quest’indirizzo

Personalmente ritengo che queste opinioni derivino da una mancanza di esperienza e da una parziale ignoranza dei principi da cui scaturisce lo Show don’t tell, e questo le rende facilmente attaccabili.

Per prima cosa, lo Show don’t tell va impostato in un contesto di narrazione qui-e-ora, in cui la storia scorre azione per azione e scena per scena. Per compiere dei salti temporali è sufficiente tagliare il capitolo e iniziarne un altro a salto avvenuto, oppure aggiungere i tre asterischi col medesimo effetto.
Mettiamo che, per esempio, Marcovaldo debba andare a casa della nonna ma non c’interessi mostrare il viaggio in macchina. Non c’è bisogno di raccontarlo: essendo inutile ai fini della trama, basta tagliare la scena interrompendo il capitolo e facendo iniziare il prossimo con Marcovaldo che entra a casa della nonna.

Se invece volete includere il viaggio per qualche ragione, basta mostrare pochi dettagli per liquidarlo. È facile dimenticare che Show don’t tell non significa necessariamente mettere in risalto qualcosa o essere prolissi. Anzi, come insegna la teoria dell’Iceberg di Hemingway, sono sufficienti pochi, precisi, perfetti dettagli per far immaginare tutto il resto (come anche provato tempo addietro da Cechov). L’arte della scrittura immersiva è tanto più elegante quanto più coincisa, come tutte le arti in generale. Ma raggiungere questo livello di tecnica, ovvero di precisione e concretezza in poche parole, è assai difficile.

In ogni caso, se volessimo mostrare il viaggio di Marcovaldo senza dilungarci (e con una ragione ai fini della storia, altrimenti va tagliato) agiremmo, per esempio, così:

Marcovaldo montò sulla Cresta, accese i fari e partì. Girò per la tangenziale, il contachilometri toccò i duecento all’ora. «Ah, la mia Cresta! La mia splendida Cresta!».
Imboccò l’uscita per Via dei Nonni. La casa della nonna spuntò sul fondo della strada.

… e stop! Ci siamo: basta che parcheggi ed entri. Oppure, se volessimo aggiungere dei dettagli ulteriori:

(…) Imboccò l’uscita per Via dei Nonni. Le insegne dei negozi pulsavano nel buio: gomitoli stroboscopici, dentiere al neon, bare lampeggianti. Un cartellone pubblicitario giganteggiava sulla casa della nonna. Sacchettoni! I sacchetti per chi fa i cacchettoni! Le gengive del testimonial risplendevano alla luce dei riflettori.

Per farla breve: non è tanto lo stile a condizionare l’importanza del testo, ma il contenuto. Lo Show don’t tell si limita a trasmettere al lettore quest’ultimo con la massima trasparenza. Il coinvolgimento viene da sé, e solo se il contenuto è effettivamente coinvolgente.

Un punto di Scott Card che mi sento di condividere in piccola parte, però, riguarda il tempo. Lo Show don’t tell richiede tempo e fatica, specie all’inizio. A maggior ragione se le scene non sono già definite nella mente di chi scrive.
Provare per credere. Scrivere come capita è assai più semplice e rapido.

In linea teorica direi che questa non è una giustificazione; non è un segreto che per fare un buon lavoro si debba buttare il sangue, in qualsiasi disciplina. Però è altrettanto vero che, se doveste scrivere un’epopea bestiale da tremila pagine, mostrare il più possibile potrebbe costarvi la vita (ammesso e non concesso che quelle 3000 pagine siano necessarie, ma stiamo ipotizzando).

Una volta fatto il callo, lo Show don’t tell diventa una seconda natura e i tempi di scrittura si accorciano notevolmente. Ma è anche facile lasciarsi prendere la mano e riscrivere più e più volte porzioni di testo per renderle più vivide.

Parlando di opere di altissimo livello, ovvero in casi che non riguardano né me né la quasi totalità di quelli che mi leggeranno, trovo comprensibile fare un compromesso tra valore artistico e impegno profuso. Credo che a pochi interessi creare l’opera stilisticamente perfetta (col contenuto ovviamente non all’altezza, come spesso è il caso. E viceversa) buttandoci dietro l’intera propria esistenza. Bisogna accontentarsi: un romanzo è lungo e si può sempre, o quasi, migliorare qualcosa in termini artistici. La mia modesta opinione è che si debba semplicemente cercare di dare il massimo in base alle proprie possibilità e ai propri bisogni, a 360°. Il che significa imparare a scrivere e documentarsi, oltre che scrivere. Fatto questo, la soddisfazione personale è più importante di qualsiasi valutazione artistica. Chi sogna di vivere di scrittura, poi, non può lasciarsi rallentare dalle ideologie.

E voi che ne pensate di questa tecnica? Se avete esempi da proporre o domande da porre, scriveteli pure nei commenti!

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere. Autopubblico su Amazon un altro romanzo nel 2014, seguito dalla seconda edizione nel 2015 e da un racconto lungo. Li ho rimossi, non hanno fruttato alcunché.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, il cui futuro è ancora incerto.
No, nonostante le nottate, il sudore e la passione, non ho mai vinto e non sono approdato da nessuna parte. Ma sono ancora in piedi.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *