S. La Nave di Teseo coverTitolo originale: S.

Autore: J.J. Abrams, Doug Dorst

Anno: 2013

Genere: Mystery, fantasy,
sperimentale

Lingua: Inglese

Editore: Mulholland Books

Pagine: 472

 

S. La Nave di Teseo è un esperimento letterario partorito dalla mente di J.J. Abrams, famoso produttore cinematografico, sceneggiatore e regista di serie televisive. Lo scrittore è, invece, Doug Dorst.

Perché un esperimento? Perché si tratta di un romanzo nel romanzo, ovvero di una storia metanarrativa.
I protagonisti sono due ragazzi, Eric e Jen, che comunicano lasciando note su La Nave di Teseo, romanzo del fittizio autore V.M. Straka. Entrambi studiano il volume per una ragione. Un mistero, a essere precisi, che avvicina la storia alla Mystery fiction, con una vena low-fantasy.

Qui una breve sinossi.

Eric è un dottorando che ha passato la vita a studiare Straka e le sue opere letterarie. Jen è una studentessa universitaria che sta contemplando il prossimo passo della sua vita. I due ragazzi si passano il libro La nave di Teseo continuamente, nel tentativo di risolvere il mistero dell’identità di Straka. E lasciano ciascuno, ogni volta, note a margine.

 

I protagonisti, però, non si lasciano soltanto note. I due allegano documenti e materiale di vario genere, inserendoli tra le pagine del libro.
S. La Nave di Teseo presenta, infatti, una moltitudine di inserti nascosti nel romanzo: pagine di giornale, cartoline, appunti e quant’altro, che impreziosiscono la già pregiata pubblicazione. Tutto fedelmente tradotto in Italiano.

Il volume in sé è molto ben curato dal punto di vista tipografico. Come nei romanzi di un tempo o nei grandi classici, la rilegatura di S. La Nave di Teseo è in filo refe, la copertina è in tela rigida, la grammatura è pesante e ingiallita per dare l’effetto di “vecchio manoscritto”. Anche gli inchiostri delle note fatte a penna sono più o meno stinti a seconda della datazione, e ciò contribuisce all’aspetto vissuto del volume.

S. La Nave di Teseo, di VM Straka

Il packaging funziona a meraviglia. Dal punto di vista tattile, visivo e perfino uditivo, sfogliare le pagine di S. La Nave di Teseo regala un’esperienza simile a quella delle vecchie edizioni da biblioteca. E di questo si tratta, poiché l’opera di Straka sarebbe un classico postumo del ‘900 relegato tra gli scaffali universitari.

Gli inserti aumentano esponenzialmente la fascinazione feticistica esercitata dal libro. Non a caso S. La Nave di Teseo è più bello da vedere e da toccare piuttosto che da leggere: fa grande affidamento su quell’aspetto, un po’ come fece D’Annunzio quando pubblicò, nel 1921, la raccolta Notturno. In effetti i cartigli ricordano gli allegati di Abrams.

La qualità del prodotto, dunque, giustifica il prezzo. 30-35 euro non sono pochi per un romanzo; eppure, se non altro, la qualità del materiale surclassa i tomi in carta velina della Mondadori. E di gran lunga. Ma la domanda più importante è: la storia vale la spesa?

L’idea è originale e all’apparenza ottimamente sviluppata. I problemi, però, emergono già alle prime pagine. Dorst, bontà sua, ci risparmia orrendi infodump e non spiega nulla al lettore, che si trova a leggere delle note di cui ignora lo scopo. Inoltre ci si imbatte subito in inchiostri di colori diversi, ai quali non si può ancora dare un volto e una datazione.

I due protagonisti si riconoscono abbastanza in fretta: Eric scrive in stampatello, Jen in corsivo. Lo smarrimento, però, è dato dall’incrocio delle linee temporali: i due si scrivono alla prima lettura di lei, e si riscrivono anche alle successive riletture. A una linea temporale “Presente” si aggiungono delle note lasciate nel “Futuro” più prossimo, altre in un Futuro a media distanza e altre ancora in Futuri remoti. Eric ha anche lasciato delle note nel “Passato”, stinte e grige.

Per capire tutto ciò ci vuole del tempo e lo spaesamento è inevitabile. Ma non finisce qui: siccome la storia si basa su una sequela di misteri, i protagonisti parlano spesso per indovinelli o sono volutamente vaghi. La cosa peggiore, però, è lo sciorinamento di nomi che troviamo tra le note: personaggi secondari più o meno importanti, comparse, riferimenti letterari esistenti o fittizi, e chi più ne ha più ne metta. Sin da subito S. La Nave di Teseo è un festival di nomi che, con tutta probabilità, non ricorderà nessuno. Oppure sovverranno, ma privi di riferimento. La confusione è tanta, troppa, e l’importanza di pochi personaggi tra quelli citati richiede centinaia di pagine prima di palesarsi.

Doug Dorst J.J. Abrams

Doug Dorst & J.J. Abrams

Questa è un’altra, grave lacuna della storia. È lentissima a ingranare, ed è terribilmente contorta. L’intenzione è quella di creare la massima suspance e il massimo mistero; del resto si tratta di un enigma che nessuno è riuscito a risolvere. Il risultato, però, è un marasma da cui non si sa cosa cogliere e che si concretizza con enorme ritardo.

C’è poi da tenere presente che noi lettori non viviamo le vicissitudini dei due protagonisti. Gli individui che si muovono nelle loro vite e che loro citano, infatti, non si muovono nella nostra immaginazione. Pertanto, è difficile collocare e identificare anche i personaggi esterni a La Nave di Teseo, a eccezione di Eric, Jen e forse Moody.

Gli allegati sono una piacevole scoperta, all’inizio, ma infittiscono la nebbia invece di disperderla. È raro che uno dei due ragazzo scriva, papale papale, di aver lasciato un inserto; capita quindi di trovarne senza sapere il perché e, ancora più spesso, di trovarne in riferimento a questioni già passate o questioni future. Perché? Linee temporali diverse, come abbiamo già detto.
Ah, e non perdete nessun allegato! Non vi è alcun riferimento su di essi, perciò, semmai doveste farne cadere qualcuno, non saprete a che pagina collocarli.
Questa è una vera cazzata, scusate il francesismo. Sarebbe bastato scrivere un dannato numerino sugli inserti per risparmiarsi il problema. Così non vi è neanche la sicurezza che il libro, nonostante il cellophane, presenti gli inserti al posto giusto. Qualcuno potrebbe aver sbagliato, no?

Come se non bastasse, gli allegati sono estremamente deludenti. Man mano capirete quanto siano inutili ai fini della storia; poco attinenti ai fatti narrati o, ancora più spesso, banali e ripetitivi.
È un peccato: l’idea era buona e Dorst+Abrams avrebbero potuto fare molto di più. A eccezione di poche, squisite sorprese (la ruota di cartone e la mappa nel fazzoletto, per es.), la maggior parte degli inserti sono semplici paginette di scarso interesse.

Tornando alla storia: oltre che lenta è contorta, la trama è a dir poco inconcludente. Il segreto viene svelato ma le cose vengono parzialmente lasciate in sospeso. Ciò che spinge a continuare la lettura è, senza dubbio, la relazione tra Eric e Jen.
Questa progredisce, si evolve e concretizza, non c’è dubbio. Ma anche in questo caso si rimane con l’amaro in bocca, poiché il meglio non accade su carta. Tenete a mente che i due vivono le loro esperienze fuori dalle note, per cui il loro avvicinamento risulta meno soddisfacente di quanto s’immagini. Dorst, tanto per infierire, ha evitato di riportare i momenti clou della loro relazione in modo estensivo.

Altra critica che devo fare in merito ai nostri riguarda la caratterizzazione. Si tratta di due stereotipi ambulanti che non offrono alcuna peculiarità. Altro spreco: Dorst e Abrams hanno preferito andare sul sicuro con i protagonisti, forse sulla scia di un target YA, rendendoli a dir poco anonimi. La storia ruota intorno a loro, perciò la scelta pesa tanto sulle aspettative del lettore. La sensazione, in generale, si attesta sulla delusione, e su una scia di mediocrità che permea la storia.

Fin qui ho parlato degli aspetti positivi. La cosa che non posso perdonare a S. La Nave di Teseo è un’altra: il romanzo stesso.

La Nave di Teseo del grande V.M. Straka è una schifezza. Non ci sono mezzi termini per dirlo: il finto capolavoro che fa da perno alla storia è uno dei libri peggiori che abbia mai letto.

Dorst ha scritto volutamente in modo antiquato. Il punto di vista è più o meno una terza limitata, ma con la presenza intrusiva dell’autore. Capita spesso di leggere frasi fuori luogo partorite non dalla mente del protagonista, S., ma da Straka (Dorst) stesso. Pattume poetico/filosofico come nella miglior tradizione della literary fiction.
Le descrizioni sono statiche, un profluvio di verbi essere che dipingono immagini morte. Perfino a fine ‘800 si era più vari e meno pesanti quando s’intendeva descrivere qualcosa.
Formule orrende, adatte alla saggistica piuttosto che alla narrativa, spezzano e sporcano le scene. “Comunque”, “in ogni caso”, incisi di ogni tipo (parentesi e trattini, tanto per abbondare).

Per quanto riguarda il POV, si tratta di un narratore onnisciente che finge di non esserlo. La voce narrante ci rivela a più riprese dettagli nascosti alla percezione del protagonista (POV ballerino), oltre a rifilarci le sue oscene “frasi a impatto”.
Come nella peggior tradizione letteraria, il narratore/autore riempie il testo di una sequela di interrogativi che pone, con malizia, al lettore. Lui sa e ci stuzzica. «Perché è lì? Lo capirà mai? Chi è quella donna?».

Qui un estratto, così da rendervi conto. Notate come l’autore si rivolga al lettore; notate il cambio di persona. Come distruggere una scena d’impatto e cardine della storia.

Una bicicletta è rovesciata di lato sul molo, appena oltre la folla, separata dalla fila di poliziotti che trascinano i piedi e sbadigliano accanto ad alti mucchi di legname, lastre di acciaio e metri di tubature tenute insieme da bande di metallo. Il proprietario della bicicletta, un ragazzino di undici anni, sta zigzagando tra la folla, cercando il padre e stringendo un sacchetto di carta che contiene salame, formaggio e pane raffermo, che sua madre ha mandato perché il marito si tenga in forze. La ruota anteriore della bici gira lentamente, spinta dal vento di mare. Attaccato al manubrio c’è un cestino di filo metallico, fatto anni fa dal padre e adesso striato di ruggine.
Guardate il cestino. Non fate attenzione all’uomo in tuta che emerge dalla massa, infila un pacchetto di carta nel cestino e poi si mischia di nuovo alla folla e scompare dalla storia. Non importa chi è e, in ogni caso, si muove con una discrezione e una cautela tali che non lo notereste, proprio come non lo nota nessuno sul molo —
nemmeno i Detective, che sanno di questo piano da giorni.
Cercate di tenere lo sguardo sul cestino, anche quando S. arriva al molo, ansimando e tossendo con i piedi ormai sanguinanti, e si fa largo verso la pedana, dove Stenfalk e gli altri discutono spartendosi una mela ammaccata. Ciò che conta non è il fatto che i cinque si disperdono nella folla lungo il molo, cercando disperatamente un Detective con addosso una tuta da lavoro.
Ciò che conta davvero è che mentre voi vorreste chiamarli, gridare attraverso la pagina, indirizzare la loro attenzione alla bomba nel cestino della bicicletta, ovviamente non potete farlo.
Notate che la bomba è abbastanza vicina ai poliziotti da farli piombare nel panico quando scoppia, anche se dei mucchi di legno e metallo, apparentemente sistemati a casaccio sul molo, li proteggeranno, per la maggior parte, dallo strazio delle schegge metalliche infilate nell’involucro della bomba. Non spostate lo sguardo dal cestino, nemmeno dopo lo scoppio, perché i frammenti voleranno a caso in mezzo agli operai che scappano, gridando e agitando il pugno nel loro debole e inutile assembramento. (Comunque la bomba è piccola e rozza, perciò tutti i Detective saranno al sicuro fuori dal suo raggio, e inoltre in questo modo l’esplosione sarà più facilmente imputata a un operaio arrabbiato — probabilmente un anarchico o un rosso, sapete come sono fatti questi qui — invece che a un provocatore professionista al soldo del costruttore di armamenti in più rapida espansione al mondo.)
(pag. 103-104-105)

Secondo la storia, però, La Nave di Teseo sarebbe stato scritto nel 1949. All’epoca il 90% dei romanzi era di gran lunga superiore a tale immondizia, in quanto a stile: che razza di classico sarebbe, questo?
Doug Dorst ha spinto troppo sull’aspetto letterario dell’opera. L’intento, come detto, era proprio quello di creare una verosimile opera letteraria del ‘900, ma il risultato è un guazzabuglio che unisce la prosa moderna agli stilemi antiquati dell’800, il tutto condito con malascrittura.

Tuttavia, la parte irrecuperabile è la trama.
S. se ne esce da un fiume: non sa chi è, dove sia capitato e cosa gli sia successo. Il nostro si trova quindi coinvolto in faccende di cui non si capisce il motivo, almeno in un primo momento, né lo scopo.
Quando poi S. giunge alla fabbrica e la storia vera e propria ha inizio, noi non lo sappiamo. Sembra che si tratti ancora di eventi contingenti, di comparse piuttosto che di personaggi principali, come se l’autore continuasse a temporeggiare. S., infatti, continua a non sapere un cacchio di sé, e quando sembra che si stia avvicinando a qualche indizio (Sola, per es.) viene rigettato, con noi, nell’ignoranza.
Questa situazione si protrae per centinaia di pagine senza che si arrivi a qualcosa di concreto. Lentissimo, nebuloso e, per giunta, scritto di merda.

Parliamo di 450 paginoni ricolmi di note, che ne valgono almeno il doppio. Leggere una pagina costa fatica, sia per la mole di informazioni sia per il doppio binario da seguire. Da una parte c’è il romanzo e dall’altra c’è la storia dei due protagonisti, ognuna con le sue dozzine di nomi da ricordare.
Non è facile tenere entrambe le redini, per non parlare del caos che generano gli appunti, gli inserti e la fumosissima trama dello pseudo-romanzo. Doug Dorst non fa che complicare le cose per i lettori. Per questo motivo, al di là dei giudizi qualitativi, mi sento sicuro di dire che S. La Nave di Teseo non è per tutti.

  1. È un libro che richiede tanto tempo, per la mole di informazioni da leggere e processare, nonché per le cose che bisognerà rileggere per comprendere appieno l’avanzamento del plot (e capiterà, fidatevi).
  2. È un libro che richiede attenzione, concentrazione, non uno di quelli che si possono leggere sotto l’ombrellone. Consideratelo come un’opera letteraria: andrebbe studiato per goderselo appieno. È impegnativo.
  3. È un libro scomodo per il formato. È grosso, pesante, ricco di inserti che rischiano di cadere da un momento all’altro se lo tenete sospeso in aria. Il modo migliore per leggerlo, a mio avviso, è stare distesi sul letto, a pancia in giù. O sul tavolo, se volete torturare la cervicale.

 

libro noioso cervicale

Siccome il romanzo mi ripugnava troppo, non sono riuscito a leggerlo tutto. Non ce l’ho fatta. Sono arrivato a tre quarti dell’opera e poi ho cominciato a leggere soltanto le note e le parti sottolineate. Paradossalmente ciò mi è bastato a comprendere il seguito e il finale; tenete conto, però, che avevo già letto gran parte del romanzo.
Vi consiglio di sforzarvi a leggerlo finché potete, ma di non andare oltre. La parte davvero importante, e l’unica che valga qualcosa, è l’aspetto metanarrativo: la storia di Eric e Jen. Una semplice storia d’amore, in fin dei conti, con una scusa terribilmente pretenziosa. Ma l’idea è originale, splendidamente realizzata, apprezzabile…
Eppure difficile, ecco, e ricca di difetti. Non posso dire che fosse semplice realizzare qualcosa del genere, perciò non biasimo l’autore da questo punto di vista. Come detto, tanti aspetti potevano essere curati meglio, ma l’idea funziona ed è questo l’importante. È il motivo stesso per cui abbia senso acquistare un prodotto simile.

Ciò che posso dire è che il romanzo, La Nave di Teseo, poteva e doveva essere diverso. Non immondizia, non una merdata totale. Qui l’errore, gravissimo poiché si tratta della parte fondamentale dopo quella metanarrativa, non può essere giustificato. Riduce enormemente il piacere della lettura, la rende penosa; danneggia il concept e la realizzazione tutta; degrada l’esperienza del lettore, nuova, eccitante all’inizio, eppure così deludente e mediocre a causa della pessima scrittura.
E la colpa è interamente di tale Doug Dorst. Non ho mai letto un suo libro, ma sarò sicuro di non commettere di nuovo lo stesso errore.

Alla fine della fiera, non è facile esprimere un giudizio. Voglio premiare l’originalità e l’impegno materiale; voglio premiare la splendida componentistica e l’aspetto feticista; ma voglio anche ricordare che si tratta di un libro, di una storia. E che ne vale la pena solo se si apprezza e non si lascia a metà.

Pensate a voi stessi, ai vostri gusti, a ciò che volete dal prossimo acquisto. Vi piace la letteratura? Siete disposti a impegnarvi per leggere con attenzione questo libro e fare giustizia a ciò che ha di buono? Avete tempo, voglia e forza per farlo? Allora S. La Nave di Teseo fa per voi, ve lo consiglio: sono sicuro che lascerà qualcosa, nonostante tutto.

Ricordate però che il tomo si può leggere anche in un altro modo: solo le note, la parte metanarrativa.
Onestamente non so se si possa fare sin da subito e capire tutto; forse no. Non che comprendere sia davvero importante, anzi. Ciò che spinge avanti, ripeto, è la relazione tra Eric e Jen. E in piccola parte il mistero, che ha una semplice risposta (e quella sì, è comprensibile senza aver letto).
Certo, ciò diminuisce l’esperienza.

Conclusione: Consigliato solo agli azzeccati (leggi sopra). Sconsigliato a tutti gli altri.

Contro:

  • Fumoso e confusionario
  • Lentissimo e lungo
  • Impegnativo: sono due storie in una;
    «un romanzo nel romanzo»
  • Il romanzo, La Nave di Teseo di V.M. Straka, è scritto di merda ed è una noia mortale
  • È literary fiction, non narrativa

Pro:

  • Originale
  • La storia di Eric e Jen spinge ad andare avanti
  • Componentistica stupenda
  • Ricco di misteri e contenuti per chi avesse voglia e tempo di scoprirli; si presta a una rilettura
Voto: Un tentacolo 🙁
Tentacolo voto 1

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere. Autopubblico su Amazon un altro romanzo nel 2014, seguito dalla seconda edizione nel 2015 e da un racconto lungo. Li ho rimossi, non hanno fruttato alcunché.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, il cui futuro è ancora incerto.
No, nonostante le nottate, il sudore e la passione, non ho mai vinto e non sono approdato da nessuna parte. Ma sono ancora in piedi.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *