Leviathan Scott Westerfeld
Titolo originale: Leviathan

Autore: Scott Westerfeld

Anno: 2009, 2010, 2011

Genere: Dieselpunk

Lingua: Inglese

Editore: Simon Pulse

Pagine: 1049

 

Questa recensione si riferisce alla trilogia Leviathan di Scott Westerfeld. Essa contiene Leviathan, il primo volume, Behemoth e Goliath. Perché chiamare il trio come il primo romanzo, dunque, e confondere i lettori?
Semplice, perché è una falsa trilogia.
I tre libri della serie sono usciti rispettivamente nel 2009, 2010 e 2011, sia in U.S.A che in Italia grazie a Einaudi (Collana Stile Libero). Nel 2012, l’Einaudi ha avuto la sana idea di combinare i tre volumi in un solo mattone.

Leviathan è una falsa trilogia perché c’è una sola storia, che s’interrompe bruscamente per due volte. Non capisco come abbiano fatto i lettori ad aspettare un anno per leggere il seguito, e un altro anno ancora per la conclusione. Io mi sarei adirato per aver pagato un libro monco, e mi sarei dimenticato tutto all’uscita del volume successivo.
Certo, molte serie hanno una sola storia. Un obiettivo di fondo, più precisamente, che le collega e spinge il lettore a divorare un libro dopo l’altro. Il punto, però, è che la storia principale passa in secondo piano: i volumi si focalizzano, di norma, su personaggi, archi, sotto-trame, punti di vista diversi di puntata in puntata. È questo il caso della Trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud, del Signore degli Anelli di Tolkien, della Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer. Per non parlare delle serie che, invece, presentano storie diverse ogni volta, come Lockwood & Co. di Stroud, The Witcher di Andrzej Sapkowski eccetera.

Del resto, come potrebbe il lettore comprare migliaia e migliaia di pagine senza mai arrivare alla conclusione? Se ci fosse un unico filo, un’unica storia, un unico punto di vista, il lettore si stancherebbe e interromperebbe la serie. È questo il caso di Leviathan.

Keith Thompson art

Si tratta, in pratica, di un romanzone da più di mille pagine. Non osate pensare di poterlo leggere a pezzi: non è possibile. È un monolite, e come tale va consumato. Per vostra fortuna, però, è talmente statico e ripetitivo che potete saltare decine di pagine o lasciarlo per delle settimane senza risentirne troppo.
1049 pagine infatti sarebbero giustificabili se fossero necessarie alla storia. Ma non lo sono affatto. Si potrebbe tranquillamente tagliare il romanzo del 75% e avere una storia completa e ben più scorrevole.
Come lettore, mi sono trovato a desiderare più volte di arrivare al punto. “Ancora! E che palle!”, è stata la frase più comune da me pensata. Il romanzo ti scaglia contro una serie infinita di contrattempi. Se volessimo, potremmo definirlo il romanzo dei contrattempi; e la ripetitività di questa evenienza si fa man mano meno tollerabile.

Il problema sta proprio nel formato: Westerfeld pensava di aver creato una trilogia, e pertanto ha cercato di arricchirla il più possibile. Da un volume all’altro, infatti, i nostri eroi affrontano diversi pericoli e viaggiano da un paese all’altro. Inghilterra, Austria, Italia, Turchia, Giappone, Russia, Stati Uniti… e l’autore ci offre la possibilità di vedere come l’ucronia abbia cambiato quei paesi e la loro tecnologia.
Ma noi lettori siamo sempre rivolti all’obiettivo, che si avvicina e allontana come un’altalena schizofrenica. La storia è quella, i personaggi sono quelli, e l’autore pare accorgersene, dal momento che provoca le stesse situazioni ancora e ancora e ancora e ancora…

Ma andiamo con ordine. Ho parlato di ucronia, ma più precisamente il genere di Leviathan è dieselpunk. Si tratta di un sottogenere del più famoso steampunk, con alcune differenze. Se quest’ultimo si fonda su un retrofuturismo basato sulla tecnologia e l’estetica di epoca vittoriana (macchine a vapore ecc.), il dieselpunk pesca invece dallo stile e dalla scienza dei primi del ‘900, passando per le due guerre mondiali. Dalla rivoluzione dei motori diesel, da cui il nome.
Leviathan è forse il primo e l’unico romanzo dieselpunk ad aver riscosso un successo internazionale, e questo lo rende molto appetibile per chi apprezzasse le sue premesse. Come me, per esempio.

Keith Thompson Deryn Sharp

Deryn Sharp a bordo di un Huxley

Il dieselpunk mi ha sempre attirato e Leviathan fa un buon lavoro dal punto di vista retrofuturistico. Westerfeld ha creato un mondo diviso a metà, tra paesi Cigolanti e Darwinisti. I primi utilizzano la tecnologia dell’epoca, ma elevata all’ennesima potenza: bestioni corazzati grossi come palazzi, mossi da motori incredibilmente potenti; “camminatori” umanoidi o con l’aspetto di bestie meccaniche, armati fino ai denti; cannoni e obici di una potenza mai vista; torri elettriche in grado di fulminare i nemici e così via. L’immaginario delle potenze Cigolanti pesca a piene mani dai mecha giapponesi, i robottoni degli anime comandati dai loro operatori.
I Darwinisti, al contrario, utilizzano una tecnologia biologica basata sull’incrocio e la coltivazione di migliaia di fonti di vita, il cui risultato varia dall’impiego militare a quello civile. Abbiamo dunque balene dirigibili e meduse aerostatiche, tigreschi ed elefantiaci che trainano carri, orsi giganti corazzati e mostri marini in grado di affondare le portaerei nemiche, pipistrelli bombardieri, lucertole messaggere e chi più ne ha più ne metta.
Questa tecnologia sarebbe dovuta alla scoperta dei “filamenti della vita” da parte di Charles Darwin, la quale avrebbe innescato una rivoluzione culturale e tecnologica in vari paesi. Dall’estrazione e dall’incrocio di questi filamenti, infatti, i Darwinisti sarebbero riusciti a creare qualsiasi forma di vita.
Si tratta di un aspetto che rientra, invero, nel sottogenere biopunk. Le premesse sono solo accennate, e piuttosto ingenue, ma Westerfeld presenta una fauna ricchissima e molto interessante nelle sue implicazioni, dimostrando grande fantasia. Se la tecnologia dieselpunk resta banalotta e un po’ in secondo piano, quella Darwinista colpisce per l’originalità, l’estensione dei suoi usi e la profondità con cui l’autore ha radicato tale tecnologia nella società.

Keith Thompson Alexander

Alexander di Hohenberg sul Cyklop

Il romanzo è uno YA, o Young Adult, perciò il suo target è un pubblico giovane. Come tale, la storia potrebbe risultare ingenua ai lettori di una certa maturità. Ciò è dovuto principalmente ai personaggi. Ecco una breve sinossi:

Sarajevo, 1914: l’arciduca d’Austria viene assassinato,
scoppia la Prima guerra mondiale. Le forze in campo si dividono in due fazioni: Darwinisti e Cigolanti, dotati rispettivamente di bestie da sintesi e colossi a motore.
Alexander, figlio quindicenne dell’arciduca ma erede illegittimo, fugge dall’Impero, braccato dagli avversari di suo padre.
Deryn Sharp, ragazzina scozzese, si traveste da ragazzo e si arruola nell’Aviazione britannica per seguire le orme del suo defunto padre.
Lei un semplice cadetto, lui pronto e reclamare il trono di un Impero: entrambi nascondono un segreto, entrambi si alleano e si ritrovano sul Leviathan, la gargantuesca balena aerostatica inglese. I due viaggeranno da Istanbul a New York a bordo del dirigibile in cerca del loro destino, e di un modo per fermare la guerra.

 

La trilogia presenta dunque un doppio punto di vista nelle persone di Alexander di Hohenberg e Deryn Sharp. Nonostante la scelta porti con sé alcune difficoltà di realizzazione, Westerfeld dimostra di saper gestire i due POV senza problemi di sorta. Tuttavia, la natura stessa del doppio POV complica la già massiva lettura.
Abbiamo nel primo romanzo, infatti, due storie parallele che s’incrociano dopo 200 pagine. Duecento pagine che ne valgono quattrocento, e questo sin da subito. Leviathan è, a mio avviso, il peggior volume della trilogia, proprio a causa della lentezza iniziale. È dura giungere al punto in cui la storia inizia a farsi interessante.
Superato lo scoglio, il romanzo recupera in fretta. Behemoth è probabilmente il volume migliore della trilogia, grazie all’interazione tra i due personaggi POV. È questo il punto focale intorno al quale ruota tutta la storia: la relazione tra Deryn e Alexander. Anche la loro vicinanza, però, a lungo andare si fa seccante, perché il rapporto tra i due si sviluppa troppo lentamente. Il doppio POV, tra l’altro, diventa ridondante in alcuni segmenti, poiché entrambi vivono le stesse esperienze e ne riportano impressioni simili.

Devo ammettere che, da questo punto di vista, Westerfeld non ha fatto un gran lavoro. Sarà l’impostazione YA, ma la caratterizzazione dei personaggi è blanda e stereotipata, soprattutto all’inizio. I due protagonisti assumono caratteri man mano più definiti, sebbene non giungano mai a una reale “umanità” e l’empatia ne risenta. In Leviathan in particolare ho storto il naso per la reazione del principe Alexander alla morte dei genitori. Lentezza e banalità mi hanno fatto quasi chiudere il libro.

Keith Thompson Leviathan

Il Leviathan

Una vena surreale percorre l’intera trilogia. Oltre alle reazioni dei personaggi, che risultano spesso abbozzate e poco realistiche (non c’è mai una vera introspezione, neanche in seguito agli eventi più tragici), i nostri fanno le cose più assurde. Lo stesso lavoro di Deryn, una specie di Tarzan che si dondola tra le funi del dirigibile, ha una connotazione cartoonesca. Certe sequenze degne dei peggiori Action Movie, poi, distruggono qualsiasi “sospensione dell’incredulità” che sia sopravvissuta nella mente del lettore. Ci vuole un po’ a recuperarla. Mi riferisco, per esempio, all’abbordaggio dell’elefante in Behemoth, con Deryn che zompa qua e là come un Gummi (che ricordi!) o al lancio delle bombe di spezie nel medesimo volume.
Altri elementi sono intrinsecamente assurdi, come i pipistrelli che cagano freccette di metallo e abbattano le navi o il funzionamento delle torri di Tesla (aspetto, tra l’altro, riferibile al teslapunk).
Non vi è dubbio che un adulto avrebbe difficoltà a digerire ampie parti della narrazione.

Ecco un estratto:

La fregata di terra sostava in cima a un’altura lontana, le bandiere segnaletiche mosse dalla brezza.
– Guai in vista, – disse Klopp, abbassando il binocolo. – Mille tonnellate, classe Wotan. Un nuovo modello sperimentale. Piccolo abbastanza da raggiungere alte velocità; grande abbastanza da ridurci in polvere.
Alek prese il binocolo dalle mani di Klopp e se lo portò agli occhi. L’Herkules non era il mezzo di terra più grande che avesse visto, ma con quelle otto lunghe zampe posizionate come quelle di un ragno sembrava piuttosto agile. Lo schieramento di ciminiere lasciava intuire che dentro doveva esserci un motore potente.
– Che ci fa qui al confine con la Svizzera? – chiese Alek. – Non c’è una guerra in corso?
– Si potrebbe pensare che aspetti noi, – disse il conte Volger. – Vedete quella coffa? – Klopp indicò un alto albero che si ergeva dal ponte d’armi della fregata. Sulla piattaforma montata in cima si scorgevano due minuscole sagome. – Quella torre di avvistamento non fa parte dell’equipaggiamento.
– E le sentinelle guardano da questa parte, verso l’Austria, – disse Bauer. La cabina di guida era affollata: gli altri tre membri dell’equipaggio stavano tutti intorno ad Alek, come in un ritratto di famiglia.
(…) La mano di Alek si mosse sulle levette di controllo…
Di colpa sulla fregata si accesero un paio di riflettori. Iniziarono a perlustrare il buio, come coltelli scintillanti che affettavano la notte.
Le mani di Alek abbandonarono i comandi. – Sanno già che siamo qui.
(…) La luna era appena sorta, e dall’oblò Alek riusciva a vedere solo un buio intrico di fronde. Gli stivali di Volger lo guidavano a sinistra e a destra senza alcun criterio apparente, e i piedi del camminatore inciampavano nei rami e nella sterpaglia. Era come essere condotti, bendati e a piedi nudi, dentro una stanza piena di trappole per topi.
Infine raggiunsero il fondo della valle, e Klopp tirò su l’ancora. Alek vedeva soltanto i rami che sbattevano contro l’oblò aperto, spargendo foglie sul pannello di controllo. Si chiese se il camminatore stesse facendo ondeggiare le cime degli alberi, come un pesce che nuoti sotto la superficie di uno stagno.
— pag. 123-126-127

Keith Thompson Dieselpunk

La Beowulf

Per quanto riguarda lo stile, Leviathan è difficile da collocare. Alcune sequenze sono scritte in modo chiaro, asciutto, e in genere l’autore assume un’impostazione lineare e trasparente. Queste parti sono separate, però, da brevi stralci riassuntivi che devastano qualsiasi parvenza di simultaneità narrativa. Anche in questo caso l’effetto è quello di un’altalena, o di uno zoom e di un allontanamento. Il testo presenta, inoltre, un gran numero di similitudini, alcune delle quali risultano a dir poco “ardite”.
Il problema maggiore, però, è dato dalle scene d’azione. In quei casi Westerfeld ci va giù pesante coi dettagli, fino a definire ogni minimo particolare di ciò che sta accadendo.
Oltre a stonare con le parti riassunte, le sequenze in questione risultano a volte incomprensibili. Ci sono casi in cui le cose risultano chiare, ben mostrate, e riesco a immaginare lo svolgersi degli eventi. Ci sono casi in cui non ci capisco proprio nulla, e ciò mi è accaduto spesso durante la lettura.

Perché? Perché molte scene d’azione sono congegnate male: sono caotiche, rocambolesche e, come se non bastasse, farcite di gergo tecnico. L’intento di Westerfeld di mostrare al lettore il più possibile delle sue meravigliose creazioni è evidente, ma genera una confusione incredibile. Le scene concitate devono essere semplici: basterebbe seguire il personaggio nelle sue azioni e mostrarne le conclusioni, senza inserire l’intero contesto ogni volta. Le battaglie sono epiche, bibliche, ma nebulose, e il risultato è solo una cortina di fumo che non esalta per niente. Per fortuna le illustrazioni vengono in aiuto.

Eh già: Leviathan è una trilogia illustrata, grazie al contributo di Keith Thompson.
Ogni volume è preceduto da una splendida illustrazione a doppia pagina su carta plastificata. Si tratta di immagini a colori basate sui poster di propaganda della Grande Guerra, con i mezzi retrofuturistici caratterizzanti le varie nazioni.
Per quanto riguarda le altre illustrazioni, si tratta d’immagini in bianco e nero raffiguranti personaggi, creature Darwiniste/macchine Cigolanti o scene particolari. I disegni sono ripartiti nel testo a intervalli variabili e aiutano a visualizzare figure e sequenze che, a causa dell’inadeguatezza dello scrittore, non si lasciano immaginare facilmente il più delle volte.
Quest’aspetto contribuisce al carattere giovanile dell’opera e la rende simile a una Light Novel, se non fosse per il contenuto lunghissimo e complesso. Non a caso Westerfeld ha tratto l’idea dalle opere giapponesi.
Purtroppo, però, il signor Thompson non è all’altezza del compito. Non che le illustrazioni siano brutte; al contrario, esse risultano piacevoli e alleggeriscono la narrazione.
Non sono un esperto ma, per i miei gusti, il tratto del disegnatore risulta acerbo. Uno stile un po’ rozzo. Sembrerebbero i disegni di un amatore. Ciò è visibile, in particolare, nei volti dei personaggi. Raramente ho visto facce così brutte e simili tra loro.
Per chi fosse interessato all’aspetto visuale, Westerfeld ha pubblicato, nel 2012, The Manual of Aeronautics: An Illustrated Guide to the Leviathan Series, ovvero un compendio illustrato dell’universo di Leviathan. Opera ancora inedita in Italia.

Keith Thompson Tesla

Un altro estratto:

Un aeroplano rombava dritto verso la prua. Deryn si buttò a terra, sbattendo violentemente su una freccetta caduta a terra. Dalla mitragliatrice principale del Leviathan partì una raffica, e i proiettili passarono sibilando sopra la sua testa. Uno stormo di pipistrelli spaventati si levò in volo.
Deryn alzò lo sguardo. La mitragliatrice aveva fatto centro. L’aeroplano tremò, i motori tossirono. Poi la macchina girò su se stessa e cominciò ad avvitarsi, accartocciandosi come un foglio di carta tra le mani di un gigante.
Urla di trionfo si levarono dalla parte alta del dirigibile, ma il signor Rigby non perse tempo a esultare. Si rimise in piedi e corse da Newkirk, annodando il suo cavo di sicurezza a quello del cadetto.
– Vieni, Sharp! – urlò. – Agganciati! Dobbiamo arrivare davanti.
Deryn saltò in piedi e gli corse dietro, agganciando la sua corda a quella di Newkirk. Il nostromo li fece allontanare dalla zona dorsale in direzione del ripido pendio della prua. C’erano ancora un centinaio di pipistrelli scansafatiche nascosti nelle cavità che gli servivano da nido, ma quella notte il Leviathan aveva bisogno che tutte le sue bestie fossero in aria.
La pelle della prua era più dura di quella dei fianchi, progettata per affrontare tempeste e bufere. Gli stivali di Deryn scivolavano su quella superficie compatta, e il peso della sacca con il cibo le faceva perdere l’equilibrio. Deglutì: sul davanti della bestia d’aria, funi e griselle erano scarse e piuttosto distanti tra loro.
La pendenza si fece più ripida. Di lì a poco Deryn fu in grado di vedere giù giù fino alle protezioni che riparavano gli occhi della balena, difendendola dalle pallottole e impedendole di distrarsi.
— pag. 153-154

Nonostante le lacune, la trilogia Leviathan ha anche dei pregi. Il contesto storico è studiato, approfondito, totalizzante: come dovrebbe essere, dunque, nelle mani di un autore esperto. L’elemento ucronico permea il mondo di Leviathan sin nelle fondamenta e in modo naturale. Non vi è dubbio che Westerfeld abbia condotto lunghe ricerche sul periodo da ogni punto di vista. Il gergo, le usanze, l’estetica… tutto risponde ai canoni dell’epoca. Chi fosse appassionato del contesto storico troverà Leviathan assai soddisfacente sotto quel profilo. Così gli amanti delle nicchie steampunk e i lettori più giovani.
Personalmente, avrei preferito se l’autore si fosse soffermato di più sulle società principali piuttosto che spaziare da un paese all’altro per mostrare briciole di mondo. Più sull’Inghilterra, per esempio: le coltivazioni Darwiniste, i problemi etici e sociali derivanti dalle bestie, i “luddisti delle Scimmie” e così via. Più sulla Germania, magari? È il grande assente: il “cattivo” dell’opera, mai caratterizzato o umanizzato. Ciò fa parte dell’impostazione fanciullesca che contraddistingue Leviathan.

Per quanto concerne il finale, vi basti sapere che non è all’altezza di tutta la carne messa sul fuoco dall’autore. Ne sono rimasto deluso, soprattutto dopo aver letto 1000 pagine per giungerci.
Di seguito uno Spoiler su ciò che accade a fine libro, con delle personali riflessioni a riguardo.


È interessante notare come il problema di Goliath venga posto su una base etica malsana, fallace. Tutti vogliono “porre fine alla guerra”: Tesla, Alexander, i membri del Leviathan eccetera, perché la guerra è atroce e fa tanti morti. Eppure ciò, per loro, corrisponderebbe alla resa della Germania. Essa è l’unica causa della guerra, essa incarna la guerra, nella figura del male assoluto che trascende le epoche. Per Westerfeld e i suoi emissari immaginari, dunque, la pace equivarrebbe alla disfatta o alla resa della Germania. Ma quella si chiama vittoria! A questo punto, perché non decretare la resa o la sconfitta dell’Inghilterra e delle forze Darwiniste? “Porre fine alla guerra” nel nome della pace, al contrario, dovrebbe avvenire con un mutuo accordo. Una “constatazione amichevole”, non la distruzione di una parte o dell’altra.
Ma l’ipocrisia non finisce qui. La situazione ricorda molto, forse per intenzione dell’autore, lo sgancio delle atomiche in Giappone. Tesla vorrebbe sparare col Goliath su Berlino, o forse Vienna. Quest’ultima possibilità fa tentennare Alexander, che non vorrebbe vedere il proprio popolo annientato. Si parla di due milioni di morti, e il conte Volger afferma che in guerra “tutto è permesso”. Falsissimo, ovviamente, perché esistono leggi di guerra; vero che alcuni attori se ne fregano e se ne sono sempre fregati. Comunque, la possibilità di sterminare due milioni di innocenti (perché di questo si tratta, di civili) non sconvolge nessuno e, nel caso in cui Berlino fosse il bersaglio, nemmeno il giovane Alexander. La cosa più assurda, però, è che sia Tesla a pensare tutto ciò: quell’uomo dice di volere la pace, che la guerra ha causato troppi morti e dolore, e che si tratterebbe di un sacrificio atto a salvare un maggior numero di vite.
Non vi ricorda qualcosa? È la scusa addotta tutt’oggi per i massacri di Hiroshima e Nagasaki. Gli Americani avrebbero così scongiurato il proseguimento della guerra e la morte di altre persone. Insomma, Westerfeld dimostra di essere quello che è: americano al 100%.
Non voglio dilungarmi sull’assurdità disumana e irrazionale di tutto ciò. Basti dire che: nel caso in questione si spaccia come pace la distruzione totale dell’avversario, che pace non è ma vittoria ottenuta con mezzi illeciti. Si calpesta qualunque legge di guerra e diritto internazionale, sputando sull’umanità che si vorrebbe preservare e tornando ai tempi di Gengis Khan. Si “sacrificano” (leggi: assassinano, perché non appartengono a nessuno) milioni di innocenti, ovvero civili, ovvero persone che non detengono responsabilità per ciò che accade: vecchi, invalidi, donne, bambini, per salvare un ipotetico numero dei propri uomini. In pratica ciò che si fa in guerra: si uccidono i nemici per non morire, con la differenza che ci si accanisce contro i familiari dei propri avversari. Esiste qualcosa di più vile? Si criticano i mafiosi e i camorristi, le cui vendette coinvolgono spesso figli altrui che vengono immersi nell’acido. Qual è la differenza? È come se due uomini si prendessero a pugni e, a un certo punto, uno dei due andasse a picchiare la mamma dell’altro. Perché? Perché non voleva essere menato ancora, e perciò ha “sacrificato” la madre del suo nemico. Dio, che logica!
Non è un caso che esistano leggi, che esista un tribunale che giudichi in tal senso. È proprio per scongiurare atti come questi, per razionalizzare la violenza e non lasciarla libera e infame. A questo punto perché non svuotare i propri arsenali atomici sulle rispettive teste? Perché criticare l’uso di gas sugli inermi? Perché criticare il terrorismo? Perché criticare l’olocausto? Per Westerfeld e gli Americani, a quanto pare, bisogna punire gli innocenti per fermare i colpevoli.
Poi, si potrebbe contestualizzare la questione. Nel caso della WWII, la guerra era praticamente finita e non ci sarebbe stato affatto un prolungamento di chissà quale strage, dal momento che i Giapponesi avevano già provato a negoziare una resa. I bombardamenti di civili da parte degli Americani hanno causato ben più morti del falso “tritacarne” che si sarebbe dovuto profilare. Basti pensare al fatto che Hiroshima e Nagasaki non furono certo gli unici obiettivi civili e non furono nemmeno i più sanguinosi. I bombardamenti del Giappone del ’45 da parte degli U.S.A causarono più di un milione di morti civili, grazie all’uso delle bombe incendiarie e alle cosiddette “tempeste di fuoco”. Oppure, avete mai sentito parlare di Dresda?

Conclusione: Consigliato ai lettori giovani e agli estimatori del genere o del contesto storico. Sconsigliato alle altre categorie.

Contro:

  • Estrema lentezza a ingranare nelle prime duecento pagine
  • È un romanzo gigante, non una trilogia. La lunghezza è eccessiva e non necessaria alla storia
  • Contrattempi su contrattempi ostacolano il procedere della trama, per il fastidio del lettore
  • Scene d’azione spesso caotiche, rocambolesche, difficili da visualizzare
  • Sequenze surreali, protagonisti piatti (soprattutto all’inizio), impostazione prettamente YA
  • Finale deludente

Pro:

  • Alla fine del primo volume la storia entra nel vivo, e rimane coinvolgente per buona parte del secondo romanzo
  • Numerose illustrazioni e un bellissimo poster d’apertura per ciascun volume
  • Contesto storico approfondito e ben gestito, variegato e ricco di particolari
  • L’ucronia tecnologica riesce a trainare gran parte della storia grazie al continuo sense of wonder, alle trovate originali e all’abbondanza di utilizzi
Voto: Un casco!
Voto casco palombaro

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere. Autopubblico su Amazon un altro romanzo nel 2014, seguito dalla seconda edizione nel 2015 e da un racconto lungo. Li ho rimossi, non hanno fruttato alcunché.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, il cui futuro è ancora incerto.
No, nonostante le nottate, il sudore e la passione, non ho mai vinto e non sono approdato da nessuna parte. Ma sono ancora in piedi.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *