Nello scorso articolo abbiamo parlato di 1984 in generale e di George Orwell. Poi, abbiamo fatti dei parallelismi tra i totalitarismi e le democrazie. Infine, abbiamo tratto delle similitudini tra l’orwelliano Ministero della Pace e le nostre società liberali.
In questo episodio, invece, analizzeremo un altro pilastro del Socing: il Ministero della Verità (Miniver).

Il Ministero della Verità

Il Miniver si occupa dell’informazione e della propaganda politica. Esso è addetto sia alla gestione dei flussi di notizie, sia alla produzione di materiale multimediale. Programmi radiotelevisivi, libri, giornali e chi più ne ha più ne metta. Ma, oltre alla gestione, il Miniver opera la manipolazione.

Ogni documento, ogni articolo, ogni opera viene modificata per adattarla ai dettami del Partito. Il lessico viene convertito in Neolingua, la verità dei fatti storici o di attualità si piega al Bispensiero, i dissidenti subiscono la Damnatio Memoriae e sono rimossi da qualsiasi fonte, le perdite si trasformano in rialzi.
Come specificato da Orwell, «la menzogna diventava verità e passava alla storia». Un altro slogan del partito recita (inspiegabilmente, aggiungo; perché sgamarsi?): «Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato».

Ministero della Verità, Miniver

È stato stimato che, negli USA, circa il 6% della popolazione crede ai Media. Lì come da noi, la realtà assume un aspetto man mano più volatile. Quanti, oggi, credono ancora ciecamente a ciò che dicono i giornali e la TV? Quanto pensate ci sia di falso, manipolato, travisato nell’informazione?
E non parlo da pentastellato che denuncia il complotto mediatico, né da leghista che denuncia menzogne sull’immigrazione. Non dico che queste categorie abbiano torto o ragione, dico solo che non è un discorso politico. Ma oggettivo.
Ebbi un discorso simile recentemente con mio cugino. Lui sosteneva l’integrità dei giornalisti nostrani e di nobili testate come «La Repubblica», che se sbagliano lo fanno per eccesso di zelo e non con malizia. Allora ho cominciato a citargli fatti. Fatti, non complotti, a cui non avrebbe potuto rispondere. Facta, non verba.

Le testate importanti non mentirebbero mai, vero? Guardate questo video. Ci sono prove, fatti, non complotti. Provate a smentirli se ne siete capaci

Partiamo con un esempio banale e comprensibile a tutti: ricordate la strage del gas in Siria a inizio aprile? Assad avrebbe attaccato la cittadina di Idlib, controllata dai ribelli, con bombardamenti di gas sarin. Il risultato: più di 70 vittime civili, tra cui bambini.
Questo il riassunto. Qui potete trovare gli articoli dei nostri giornalai, nel caso in cui non ricordaste il trambusto mediatico.

Ebbene, per cominciare, l’unica fonte ad aver parlato dell’attacco e da cui hanno attinto i media è L’Osservatorio Siriano per i diritti umani. Si tratta di un ente che vive grazie ai fondi europei e che risiede a… Londra. L’equipe di esperti che gestisce l’osservatorio è composta da… un solo uomo. Con contatti, come se non bastasse, con le frange estremiste dell’Esercito Siriano Libero (come se ce ne fossero di moderate…).
Questa denuncia è costata un attacco militare a Damasco da parte degli Americani, per quanto debole e inutile.

Ebbene a fine aprile all’ONU si è tenuta una conferenza in merito al famigerato attacco chimico. Il Presidente della commissione, tale Paulo Sergio Pinheiro, incaricato di fare indagini sul massacro (indagini necessarie prima di un potenziale intervento, ma ignorate dagli USA) ha scagionato il “crudele dittatore”: non c’è alcuna prova di un bombardamento chimico da parte di Assad. Il Presidente ha dichiarato che l’ONU sta ancora cercando di ricostruire come siano andati i fatti. Come se non bastasse, le indagini dell’ONU si tengono dall’estero, poiché l’ONU stessa si è rifiutata di indagare in loco (nonostante sia stata invitata dallo stesso Assad). Fatevi due domande, e datevi due risposte.

Non vi basta? L’ex-consulente della Marina americana, esperto di missili balistici intercontinentali, Theodore Postol, afferma a chiare lettere che l’attacco chimico non c’è mai stato. E lo fa con tanto di prove (lo hanno ripreso, a onor di cronaca, varie testate).
Non vi basta? Siria, Die Welt: “Damasco non ha usato gas sarin e Trump lo sapeva”.
Non vi basta? Ecco un dossier completo di Luigi di Stefano, già perito tecnico per la strage di Ustica e il caso Marò, sul perché la strage del gas non sia mai avvenuta. Con tanto di argomentazioni.

Ricordate gli elmetti bianchi? Ci hanno fatto perfino un documentario. Beh, guardate questo video e ditemi se non sono degli eroi. Della propaganda

Questo genere di operazioni si chiama false flag, e quelle che i nostri amati informatori mediatici hanno propagandato, senza rettifiche di sorta, si chiamano fake news.

Donald Trump 1984

Fun Fact: Trump è stato accusato dalla totalità dei Media americani di essere l’incarnazione del Grande Fratello di Orwell, poiché li accusò di diffondere fake news. Il problema in questo ragionamento sta nella profonda ignoranza dell’opera di Orwell: non si tratta di un megalomane che grida alla menzogna, ma di un intero sistema mediatico che diffonde menzogne spacciandole come verità. Ovvero, ciò che accade oggi.

Avete già sentito questo termine, vero? Sta andando di moda da ambo le parti: per definire le notizie dei Media e, al contrario, per definire le notizie complottiste di Internet, le bufale da Social.
Proprio di recente Facebook, Google e perfino il governo italiano, in seguito all’exploit anti-mediatico di Trump, hanno giurato battaglia contro le notizie sediziose che circolerebbero in rete. Per “proteggere” i cittadini dalle fake news, che rischiano di istigare odio, paure irrazionali e il disrispetto nelle istituzioni (ovvero di promuovere i “populismi”), il nostro amato governo ha varato un DDL bipartisan.

Ecco il testo completo.

Si tratta di multe fino a 10’000 euro e reclusione fino a due anni per la diffusione di «notizie false, esagerate o tendenziose» oppure responsabili di «campagne d’odio». Ma cos’è una “campagna d’odio”? Parlare male dell’immigrazione? Cos’è tendenzioso, falso o esagerato? In che modo provarlo? Tra l’altro, gli unici a poter essere colpiti sono i blog e i forum, poiché «le testate giornalistiche registrate» sarebbero esenti. Inoltre, nel caso in cui il DDL dovesse passare, chiunque prima di aprire un qualsiasi blog, sito web privato o forum diretto alla pubblicazione o diffusione online di informazioni, dovrebbe inviare tramite posta elettronica certificata tutte le informazioni personali (nome e cognome, domicilio e codice fiscale) alla Sezione per la stampa del tribunale. Una maggiore responsabilità è data alle piattaforme informatiche che sarebbero obbligate a monitorare costantemente ciò che viene pubblicato al loro interno, compresi i commenti degli utenti.
Possedete un blog? Allora sapete quanto sia folle tutto questo.

Nel frattempo, la nostra amatissima presidenta Boldrini lancia una campagna contro le fake News e promuove l’hashtag #BastaBufale.

Pensate che in Germania, a inizio aprile, il governo ha varato una legge anti-fake news che prevede multe fino a 50 milioni di euro per le piattaforme che non cancellano minacce, commenti offensivi o diffamanti, incitazioni all’odio o reati penali tempestivamente. Una settimana di tempo.
I governi di Svezia e Norvegia si sono premuniti approntando reparti speciali anti-hacker e anti-fake news. Per la summa del giornalismo, ovvero «La Repubblica», indovinate di chi è la colpa? «Ma le continue provocazioni della Russia di Putin, le fake news per aiutare populisti e antieuropei anche lassù, le continue violazioni della sovranità aeronavale persino con bombardieri atomici di Mosca, lo spionaggio, hanno messo i pacifici scandinavi in allarme».

Dal conto loro, i colossi non hanno aspettato un minuto. Facebook e Google hanno modificato i loro algoritmi per avvalorare le “notizie verificate” e non indicizzare le bufale, nonché i contenuti violenti, dannosi, incitanti all’odio ecc. Facebook ha perfino assunto 3000 persone col solo scopo di scovare e censurare il censurabile e ha lanciato un decalogo contro le fake news. Ora c’è un piccolo esercito che visiona la piattaforma in cerca di notizie tendenziose, e pronto a reagire alle prime segnalazioni.
Anche Twitter ha compiuto un giro di vite in seguito alle polemiche, in particolare sugli “account falsi”, le solite fake news e, dulcis in fundo, l’hate speech. Da «La Repubblica»: «Nei mesi scorsi sia Twitter sia Facebook sono stati criticati duramente per non aver fatto nulla nel corso delle elezioni americane per porre un freno alla diffusione delle fake news. E adesso molti osservatori sono preoccupati che vengano diffuse notizie manipolate anche in Europa, dove come negli Stati Uniti i movimenti populisti stanno aumentando i loro consensi».

Insomma il problema sono sempre i “populisti”, che terrorizzano gli stati. «In Europa i primi Paesi a prendere provvedimenti contro il fenomeno sono stati la Germania, incaricando alcune compagnie di fare da filtro su Facebook attraverso il fact checking, e la Francia inaugurando la collaborazione tra Menlo Park e otto testate giornalistiche in vista delle elezioni. A giugno l’azienda dell’uccellino blu aveva invece bannato Milo Yiannopoulos, editore del sito di bufale di area conservatrice Breitbart News, per avere “partecipato o incitato all’abuso contro individui”. Più recentemente la compagnia ha annunciato l’imminente attivazione della “ricerca sicura” per rimuovere i tweet con contenuti potenzialmente sensibili e quelli postati da account bloccati».
Il fatto che Repubblica definisca Breitbart News un sito di bufale la dice molto lunga. Spoiler: non è un sito di bufale. Ma questa è una bufala.

censura democratica al negazionismo

Tornando a bomba sul DDL tedesco: nel caso di interventi negazionisti in riferimento all’olocausto, il tempo che hanno i social network per rimuovere il post è di sole 24 ore.
In Italia, la legge Mancino prevede la reclusione fino a 1 anno e 6 mesi e 6000 euro di multa per chi propagandi idee fondate sulla superiorità, l’odio razziale o la discriminazione etnica, nazionale, religiosa. È vietato l’associazionismo che si rifaccia a tali principi. Ma soprattutto, è prevista una pena cha va dai 2 ai 6 anni di reclusione per la propaganda che si fondi «in tutto o in parte sulla Negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra». In Germania e altri stati questi reati sono presenti già da tempo, e con pene perfino più dure.

Non capisco. Ci provo, ma non capisco. L’antidoto per le menzogne è la verità: lo stato non dovrebbe temere le idee degli individui, tanto più se si basano su falsi facilmente smentibili. La diffusione della verità dovrebbe contrastare quella delle bufale, e non la censura. Altrimenti, che differenza c’è coi totalitarismi?

Pensateci. Il comunismo sovietico bandiva le idee contrarie ai suoi principi, così il nazismo tedesco. Le nostre democrazie fanno lo stesso.
Le idee contrarie al sistema sono il razzismo, il fascismo, il sovranismo, l’anti-globalismo, quello che insomma rientra nel termine hate speech, o incitamento all’odio. Allo stesso modo, non hanno cittadinanza le teorie che contrastano la ragion di Stato: quelle che mettono in dubbio la versione dei Media, le verità delle guerre democratiche e degli avvenimenti storici, i cosiddetti “complottismi” in cui ricadono bufale e tesi argomentate, senza distinzione.

Potete essere d’accordo o meno con tali idee. Non ha alcuna importanza; non è rilevante al fine di ciò che affermo. È la verità: il meccanismo è il medesimo dei totalitarismi. E, come nei totalitarismi, ci hanno insegnato che quelle idee sono odiose, perciò non ci poniamo il problema.

La gente si chiede spesso, stupidamente, come facessero gli Italiani durante il Fascismo, i Tedeschi durante il Nazismo e i Sovietici a non mettere in dubbio l’ideologia imposta dallo stato, a non valutare le alternative alla dittatura. I film, i libri e quant’altro semplificano il problema. Non c’era solo la propaganda in favore del sistema, c’era anche la propaganda che screditava la parte avversaria. E, come oggi, soltanto pensare all’alternativa pareva stupido, deleterio, criminale, mentre quello che reputiamo insano era la normalità.
Per esempio, il razzismo è stata la normalità per i 200’000 anni di umanità che ci hanno preceduto; è diventato barbarie solo negli ultimi 50, e solo in alcune parti del mondo. Non è una questione politica, né significa che fosse giusto. Ma è la realtà.

bleach sbiancamento dei neri negli usa

Lo sbiancamento negli USA, ieri

Pensateci: fino a poche decadi fa, in paesi democratici come gli USA esisteva la segregazione razziale e il reato di mescolanza razziale. Agli inizi del ‘900 negli USA si tenevano le “Olimpiadi delle razze inferiori”, poi ribattezzate “giornate antropologiche”, in cui eschimesi, pigmei, filippini e così via si sfidavano in gare improbabili per l’ilarità degli spettatori. O vogliamo parlare dei campi di concentramento americani in cui venivano internati i giapponesi residenti negli USA? Nel democratico Sudafrica, invece, vigeva l’Apartheid.
Ciò ricorda quanto detto nello scorso articolo in merito al cambio di alleanze che operava il regime di Oceania. Il giorno prima, l’Estasia era il nemico; il giorno dopo, era l’alleato di sempre. Allo stesso modo, l’ideologia che sostiene il sistema cambia a seconda delle necessità del sistema. Ieri il “razzismo” era normale e largamente accettato; oggi è una barbarie che mal si concilia con la globalizzazione. Ma poiché il Ministero della Verità tenta di spacciare la sua realtà come norma della storia e valore assoluto, ciò genera dei cortocircuiti.

pubblicità razzista

«alla World Fantasy Convention, l’appuntamento più importante per i fan della letteratura fantastica e horror, hanno annunciato che, dal prossimo anno, il premio assegnato alla migliore opera di narrativa fantasy non sarà più intitolato a Howard Phillips Lovecraft, a causa delle sue «opinioni ripugnanti» e del suo “razzismo manifesto”».

«In Inghilterra il dibattito impazza sulle pagine dei quotidiani: è giusto che in una società multietnica come quella britannica si studino principalmente se non esclusivamente filosofi bianchi e occidentali? La richiesta è partita dalla School of Oriental and African Studies (SOAS) dell’Università di Londra, dove alcuni studenti hanno chiesto di dare più spazio ai pensatori asiatici e africani a scapito dei loro colleghi bianchi: un’operazione di decolonizzazione filosofica in qualche maniera. Non è il primo caso di protesta “razziale” nei college d’oltremanica: l’anno passato per esempio una vibrante campagna chiese invano alla celebre Oxford University di rimuovere la statua di Cecil Rhodes, il politico simbolo del passato coloniale inglese».

«Una studentessa nera della Tufts University ha accusato di discriminazione sul giornale dell’università un professore di Antropologia che aveva consigliato la lettura di un libro (un classico della materia) da lei ritenuto “razzista e offensivo”
(…)
L’Oberlin College ha attirato l’attenzione dei media quando ha pubblicato una guida di consulenza ai professori per evitare di innescare polemiche attorno al razzismo, al colonialismo e al sessismo. Il memo suggerisce l’introduzione di una frase di rito entrata nel vocabolario anglosassone per avvertire su un contenuto potenzialmente offensivo: “Stiamo leggendo questo lavoro, nonostante il razzismo dell’autore perché il suo lavoro è stato fondamentale per stabilire il campo dell’antropologia e perché crediamo che insieme possiamo sfidare, decostruire, e imparare dai suoi errori”.

Cristoforo Colombo razzista

Cristoforo Colombo non può passarla liscia

Le biblioteche nei campus mettono “trigger warning” anche sulle opere di narrativa: gli studenti sono avvisati che Ovidio con le “Metamorfosi” rappresenta lo stupro, che Shakespeare nel “Mercante di Venezia” strizza l’occhio all’antisemitismo o che Harper Lee nel “Buio oltre la siepe” disvela non pochi pregiudizi. Quando uscì il libro di Allan Bloom si ebbe un primo caso simile, quando l’Università di Stanford pensò persino di escludere dai programmi Dante, Omero, Platone, Aristotele, Shakespeare e gli altri grandi protagonisti della cultura occidentale. Il motivo: secondo il comitato di professori e studenti che stabiliva i piani di studio, tutti questi classici sono “razzisti, sessisti, reazionari, repressivi”, e nei progranimi del primo corso verranno sostituiti da esponenti della cultura del Terzo Mondo, delle minoranze americane di colore, delle donne e della contestazione, anche se molto meno noti. Il “processo” ai classici venne proposto dallo storico Paul Seaver, secondo il quale “non si possono difendere scrittori divenuti simbolo negativo di esclusività culturale”».

Quest’ultimo articolo è particolarmente significativo, e ricco di dati. Insomma, vai a vedere e trovi che Thomas Jefferson era razzista, così Immanuel Kant, Gandhi, Winston Churchill, Henry Ford, Karl Marx, Voltaire, Charles Dickens, Fedor Dostoevskij eccetera eccetera. Che si fa? Erano mostri subumani, no?
Qui c’è una piccola rubrica del New York Times, in merito ad alcuni cortocircuiti da college.

confederati razzismo

Non può esistere ricordo della Confederazione. Erano razzisti (come gli unionisti, d’altronde…)

Dunque abbiamo dimostrato come il sistema democratico operi allo stesso modo di quello totalitario: demonizzando e censurando le idee contrarie ai suoi “principi” attraverso il Ministero della Verità, ma non solo. Parlavamo, prima, del riadattamento storiografico e culturale. Anche qui, la democrazia liberale non ci delude.

Il Ministero della Verità epura l’attualità, la storia, perfino la letteratura. E ciò attraverso censure e sostituzioni. L’archelingua viene riampiazzata con la neolingua, le idee eterodosse si riallineano ai principi del Socing.

Cominciamo dalle semplici sostituzioni. Pensate al romanzo Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie, il cui titolo originale era, invece, Dieci Piccoli Negri (Ten Little Niggers) e nel quale sono state censurate pure alcune frasi antisemite. Del resto, in varie storie della Christe appaiono momenti a dir poco “imbarazzanti” dal punto di vista razziale.

Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain ha visto numerose edizioni epurate dalla parola “negro” (di cui il testo è farcito per ben 219 volte) ed è stato addirittura bandito da alcune scuole americane per il linguaggio razzista presente nel testo. Fu addirittura prodotta, nel 1955, una serie TV in cui non viene fatto alcun riferimento allo schiavismo e in cui il personaggio di Jim non è un afroamericano. Una sorte simile è capitata a Robinson Crusoe di Daniel Defoe.
Pippi Calzelunghe è stata censurata un po’ dappertutto. Nel 2012 il Ministro tedesco Schroder affermò di voler edulcorare i concetti razzisti presenti nelle fiabe (tra cui quelle dei Grimm e Pippi Calzelunghe). E ciò fu fatto in alcune edizioni del libro in Germania e Svezia, come anche nel caso del film.

ten little niggers agatha christie

Piccola Strega di Otfried Preussler, libro molto amato in Germania, è stato ripubblicato senza le parole “negro” e “negretto”. Così Il Mangiasogni di Michael Ende, dove appariva il succitato appellativo. Così Charlie e la fabbrica di cioccolato, in merito ai pigmei che Willy Wonka riporta dall’Africa. Uomini e Topi di Steinbeck. Eccetera eccetera. Perfino Il buio oltre la siepe di Harper lee, le cui finalità sono praticamente opposte.

Uno degli esempi più odiosi di censura riguarda i Cantos di Ezra Pound, in cui vari versi ritenuti “antisemiti” sono stati coperti da alcune strisce nere. Se comprate l’edizione di lurida carta velina della Mondadori potete ancora trovarle sui versi incriminati, incredibilmente.

Nel 2001 Michel Houellebecq fu addirittura mandato a processo con l’accusa di “islamofobia” per il suo romanzo bestseller Plateforme.

Jan Loof, scrittore e illustratore svedese di fiabe e autore di Mio nonno è un pirata, è stato messo di fronte a una scelta: o cancella le illustrazioni “razziste” nel suo libro, per altro del 1966, o esso subirà il blocco della pubblicazione.

Potrei andare avanti all’infinito. Per quanto riguarda i libri di oggi, invece, non c’è bisogno di censurare, poiché scrivere qualcosa che parli di temi simili e in cattivi termini è illegale. Perciò, semplicemente, libri del genere non vengono pubblicati, se non da pochi pazzi o coraggiosi. Un caso a parte va fatto, invece, per i film e la televisione, che sono sottoposti a controlli e intrusioni ancora maggiori, e di cui forse parlerò in un futuro articolo (c’è troppo da riportare). Ora ditemi, qual è la differenza rispetto al Miniver di 1984? Da una parte esiste solo il Socing, e tutto ciò che vi è di difforme nella storia e nella cultura viene cancellato o alterato. Dall’altra vi è la globalizzazione con tutto ciò che ne deriva, e… non voglio ripetermi.

1984 George Orwell

1984 NON doveva essere un manuale di istruzioni!

Per quanto riguarda il riadattamento storiografico e lo slogan «chi controlla il presente…», esso equivale al nostro detto «la storia la scrivono i vincitori». Il che è un dato di fatto e, anche stavolta, non dipende dall’ideologia o dall’istituzione in questione. Totalitarismi e democrazie, non vi è alcuna differenza pure in questo senso.
Ancora, non è questione di complottismo. La storia è viva, si può alterare, rivalutare, interpretare. Pensate al povero Nerone: dopo 2000 anni, 2000 fottutissimi anni, la gente ancora crede che avesse incendiato Roma. Che fosse un pazzo megalomane e assolutista, che fosse l’imperatore vagheggiato dalle leggende metropolitane.
2000 anni. È possibile coprire la realtà tanto a lungo, nonostante il mondo accademico conosca la verità da tempo.

Si dice che le bugie abbiano le gambe corte, che la verità viene sempre a galla. Non è vero: dobbiamo impegnarci in prima persona per farla emergere, o non succederà mai. Che senso ha, dopo 2000 anni? Non si fa più giustizia a nessuno. In pratica, non c’è stata alcuna verità.

Pensate ai Babilonesi. Quella grandiosa civiltà è stata demonizzata per ben più di 2000 anni a causa della Bibbia. Solo nei primi del ‘900 le masse hanno scoperto che si trattasse non di meticci sanguinari, incestuosi e promiscui, ma della civiltà più antica e avanzata, raffinata, elevata dell’epoca nell’intero globo. La culla della civiltà mondiale. E anche questo è acclarato da tutti gli storici.

Chiudo qui, per ora. Nel prossimo articolo della serie parlerò, probabilmente, della neolingua nel 2017.

E voi cosa ne pensate? È un argomento spinoso, politico, ma ho cercato di sottolineare il meccanismo più che il contenuto, e credo risulti logico a chi abbia una mente aperta. Eppure, sono sicuro che i bigotti avranno da ridire. Commentate!

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere. Autopubblico su Amazon un altro romanzo nel 2014, seguito dalla seconda edizione nel 2015 e da un racconto lungo. Li ho rimossi, non hanno fruttato alcunché.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, il cui futuro è ancora incerto.
No, nonostante le nottate, il sudore e la passione, non ho mai vinto e non sono approdato da nessuna parte. Ma sono ancora in piedi.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *