Durante gli anni ’60, in Giappone, scoppia il boom del garage rock. Ispirati dal live dei Beatles del 1966, a Tokyo, ma anche dall’ondata musicale pop, surf rock e rockabilly proveniente dal mondo occidentale, tantissimi giovani giapponesi s’improvvisano musicisti nel buio dei loro garage, proprio come in America e in Inghilterra. Ecco perché “garage rock”.
I gruppi fioccano come mosche e prendono il nome di Group Sounds (o G.S.). Si tratta per lo più di cover di pezzi famosi, ma varie band producono anche pezzi originali. Il successo purtroppo dura poco e i Group Sounds perdono di popolarità sul finire degli anni ’60, per poi lasciare il posto al “Nuovo Rock” giapponese, ispirato al rock psichedelico dei ’70.

Dal punto di vista musicale, i Group Sounds ricalcano i loro modelli d’oltreoceano ma non pedissequamente. Uno dei pregi di questo movimento è quello di aver unito la musica popolare giapponese, o kayōkyoku, alla musica rock occidentale, anticipando futuri generi come l’enka e il J-pop. Motivo di simpatia sono invece le lyrics, cantate in un inglese sporchissimo di giapponese e praticamente incomprensibile.
Tra i più famosi esponenti di questo movimento abbiamo i The Spiders, mentre per il Nuovo Rock possiamo citare Speed, Blue & Shinki. Shinki Chen, che nemmeno aveva compiuto ventun’anni, veniva già considerato il Jimi Hendrix giapponese.

Nel frattempo il garage rock si evolve: il sound si fa graffiante, aggressivo, eclettico. Al rock ‘n roll e al pop si aggiungono il blues, le distorsioni e quello che, in seguito, sarà definito proto punk, ovvero il tipico sound punk e hardcore che formerà i suddetti generi e porterà anche al grunge, al post-rock, allo stoner rock… insomma un movimento musicale estremamente fertile e d’avanguardia. Parliamo dei The Stooges di Iggy Pop, degli MC5 e, più avanti, dei famosi Pixies, dei Sonic Youth ecc.

In Giappone la sintesi tra rock occidentale e tradizioni locali si fa man mano più completa, e molti artisti rock autoctoni cominciano a cantare in lingua madre. Nascono i primi cantautori rock, i primi gruppi di rock progressivo e così via. Oggi, dalle nostre parti, ci si riferisce a questo unicum etnomusicale con il termine J-rock (o J-metal, a seconda del sound di riferimento) mentre in Giappone si è soliti etichettare tutto come J-pop, perché appartenente alla musica popolare.
Tra l’altro, la musica giapponese è di per sé estremamente eclettica, per cui è comune che un gruppo pop infili parti rock, metal, elettroniche ecc. nei propri brani. Com’è frequente ascoltare, infatti, le idol giapponesi che suonano hard rock piuttosto che musica soft. Capita, tutto fa brodo e non ci si sottilizza. All’interno del J-rock, poi, si trovano generi caratteristici come il visual kei, cui spetterebbe un articolo apposito.

Ma torniamo a noi. Lo scopo di quest’articolo non è di parlare del garage rock delle origini, quello dei Group Sounds, ma del garage rock moderno made in Japan. All’inizio degli anni ’90, in Giappone, oltre all’avvento del grunge c’è stata una ripresa delle sonorità punk blues e, soprattutto, di una concezione scanzonata e amatoriale della musica, tipica dei Group Sounds.
Nascono i nuovi gruppi garage rock, scatenati e dediti alla musica per la musica, e non alla rincorsa del successo. Non a caso alcune band si rifanno alla sottocultura ribelle dei motociclisti. Parliamo, per esempio, dei Blankey Jet City. Si dice che l’orrido cantante, Asai Kenichi, sarebbe entrato in una gang di motociclisti se la band non si fosse affermata.
Nascono i Guitar Wolf col loro “jet rock ‘n roll”, un misto di punk, rockabilly, noise rock e quant’altro. La band ha avuto un enorme successo in Giappone e ha influenzato molti gruppi, come gli ottimi King Brothers. Anche questi ultimi sono garage rock e punk, ma si spingono a vette di violenza maggiori e meglio elaborate.

Importanti sono le The 5.6.7.8’s. Si tratta di una band di sole donne fortemente ispirate dal surf rock, il garage punk e il rockabilly. Sono diventate famose a livello internazionale per i pezzi inclusi nella colonna sonora di Kill Bill (nel cui primo capitolo fanno anche una breve apparizione).
Quentin Tarantino racconta di averle scoperte in un negozio di abbigliamento, a Tokyo, e di aver comprato un CD da un commesso locale pagandolo il doppio del prezzo. Una loro canzone, The Barracuda, è anche parte della colonna sonora del film Fast and Furious: Tokyo Drift. Le The 5.6.7.8’s hanno fatto concerti in tutto il mondo.

Band assolutamente geniale ed eclettica in questo panorama musicale sono, invece, i Boris. Si tratta di un gruppo sperimentale (in Giappone ce ne sono tanti) che unisce le sonorità dei Melvins (da una cui canzone hanno preso il nome) al drone metal, allo stoner, allo sludge e così via. Alcuni album, tuttavia, hanno una forte impronta garage rock, dalle tinte hard rock & blues (Heavy Rocks, 2011) a quelle psichedeliche (Pink, capolavoro, e Akuma No Uta). C’è anche un po’ di punk, hardcore, noise e chi più ne ha più ne metta.

E ora arriviamo ai miei preferiti. Nel 1991 nascono i Thee Michelle Gun Elephant, influenzati dai nipponci The Roosters. A differenza di questi ultimi, però, i TMGE hanno una connotazione molto più aggressiva: al punk rock e al blues aggiungono l’hard rock, l’hardcore punk e la voce graffiante dell’eccellente Yusuke Chiba, drago del garage rock giapponese.
I Thee Michelle Gun Elephant cantano quasi esclusivamente in lingua madre, nonostante i titoli delle canzoni siano spesso in inglese. E che inglese: roba nonsense come Satanic Boom Boom Head, Rodeo Tandem Beat Specter, A Ground-dwelling Seagull, Casanova Snake ecc ecc. A leggere i titoli ci si fa un sacco di risate, ma pare che i testi li rispecchino in gran parte. Flussi di coscienza senza soluzione di continuità, con frasi anglofone buttate a caso. Ciò rispecchia il senso della band e del garage rock nipponico: musica disimpegnata, trascinante, divertente, ribelle. Ma con vette di qualità eccelsa (tra la marmaglia spacca-chitarre).

Blue Spring locandina

Varie canzoni dei TMGE appaiono nello splendido film Blue Spring del regista Toshiaki Toyoda, grande fan della band. Il film presenta anche dei pezzi degli ottimi The Blondie Plastic Vagon. Ma Toshiaki Toyoda non si è limitato a usare quei pochi pezzi nel suo film; ha anche creato il videoclip per la canzone Hakkou dei ROSSO, progetto forgiato proprio da Yusuke Chiba e, a mio avviso, il miglior gruppo garage rock in assoluto. Ma non è finita: nel 2012 Yusuke Chiba canta e suona nella I’m Flash Band, ensemble lampo nato e morto per dare una colonna sonora all’omonimo film di Toyoda.

I ROSSO somigliano ai TMGE, ma si spingono oltre. La loro storia è breve: nascono nel 2001, fanno tre album (Bird, Dirty Karat ed Emissions) e poi, nel 2006, si sciolgono. Nonostante il breve lasso di tempo, i ROSSO sono considerati una band culto e l’apice del talento musicale di Yusuke Chiba. I pezzi sono generalmente meno aggressivi di quelli dei Thee Michelle Gun Elephant, ma più lirici e atmosferici. A livello di testi i ROSSO sono a tratti più seri e a tratti no. Abbiamo quindi canzoni come Jerry Love e Monkey Love Sick o Lemon Crazy.

Nel 2006 Yusuke Chiba forma i The Birthday, la sua band attuale. Il genere è sempre quello, lo stile pure, ma con delle differenze. Il suono è più pulito, più leggero e meno intimista dei ROSSO. C’è meno blues, ma più punk e rock alternativo. La band continua a sfornare album, per altro molto buoni.

Altro gruppo che apprezzo particolarmente sono i The Rodeo Carburettor, trio garage rock del 2001 che fa un gran uso di distorsioni e riff particolarmente robusti. Uno dei loro pezzi, Speed of Flow, è diventato famoso per essere stato usato come closing nell’anime Gintama.

Proprio l’anno scorso è uscito il documentario Garage Rockin’ Craze, di Mario Cuzic. Si tratta di 5 anni di riprese che mostrano l’ambiente garage rock giapponese, in particolare la scena di Tokyo. Il documentario si focalizza sulla figura di Daddy-O-Nov, una sorta di mecenate che organizza eventi musicali sin dal finire degli anni ’80. Daddy-O-Nov rappresenta proprio l’anima do it yourself che contraddistingue il movimento e, nelle serate chiamate Back From The Grave, esibisce line up che spaziano dal punk al glam al surf.
I gruppi che partecipano variano moltissimo per look, ma hanno tutti una cosa in comune: il sound garage e lo stile ribelle, scanzonato, puro che li anima. Passione e non fama: su questo si basano gli eventi, che infatti sfoggiano le band preferite di Daddy-O-Nov, siano esse di successo o dei perfetti sconosciuti. La violenza e lo spirito dei gruppi ha fatto sì che in passato queste serate fossero bandite dai locali, ma Daddy-O-Nov ha continuato a muoversi e con lui le dozzine di band a lui legate. Ma in che modo finanzia tutto ciò, quest’uomo? Semplice, facendo l’idraulico!

Altri gruppi garage rock nipponici di successo o valore sono: Electric Eel shock, Teengenerate, MO’SOME TONEBENDER. Un gruppo ottimo che invece si avvicina al garage solo in alcuni pezzi sono i Bloodthirsty Butchers.

E voi che ne pensate? Vi piace questo genere musicale o preferite altre correnti nipponiche? Commentate!

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere. Autopubblico su Amazon un altro romanzo nel 2014, seguito dalla seconda edizione nel 2015 e da un racconto lungo. Li ho rimossi, non hanno fruttato alcunché.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, il cui futuro è ancora incerto.
No, nonostante le nottate, il sudore e la passione, non ho mai vinto e non sono approdato da nessuna parte. Ma sono ancora in piedi.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *