Il romanzo, come da tradizione, si divide in tre atti: primo atto, secondo atto e terzo atto, il cui rapporto in lunghezza dovrebbe attestarsi intorno all’1:2:1, o 25/50/25%. L’arco di trasformazione forma una curva il cui apice, o midpoint, si trova a metà del secondo atto; si tratta del momento durante il quale il conflitto interiore dell’eroe si sposta dalla fase di resistenza a quella di rilascio, ovvero dalla resistenza al cambiamento al raggiungimento dell’obiettivo del plot.

Ma andiamo con ordine. Il primo atto è introduttivo: presentiamo l’eroe e il contesto, introduciamo l’elemento di conflitto e avviamo l’arco di trasformazione. Poniamo l’elemento di resistenza al cambiamento, o Fatal Flaw, del protagonista.
Parliamo di uno status quo iniziale nel quale si verifica un incidente scatenante, seguito da un richiamo all’azione che fa prendere le armi al nostro eroe, il momento determinante e, infine, il risveglio (o 1° turning point).
Abbiamo già introdotto lo status quo, l’incidente scatenante e il richiamo all’azione nel precedente articolo sull’arco di trasformazione del personaggio (che consiglio caldamente di leggere prima di proseguire, o molte cose non vi saranno chiare). Tuttavia, facciamo un ripasso.

Poniamo il nostro protagonista, Calogero. Calogero è un falegname che vive in solitudine nel bosco di Capodimonte; egli ha perso un figlio anni fa e da allora ha cominciato a vivere ai margini della società.
Descrivere lo status quo significa mostrare la vita quotidiana del nostro Calogero. Apriremo dunque il romanzo con delle scene in cui il nostro abbatte degli alberi, incrocia dei turisti e si nasconde, seccato, per non essere visto; quindi rincasa, accarezza la foto del figlio e fa una preghiera per la sua anima. Ecco che abbiamo brevemente mostrato lo status quo del protagonista.

[Breve Nota: Non si poteva semplicemente dire tutto ciò invece di creare delle scene? Scrivere insomma “Calogero era un falegname che viveva nel bosco di Capodimonte. Egli aveva perso un figlio anni prima ed era molto triste”.
Certo che si può, se non volete stabilire alcun contatto emotivo tra il personaggio e il lettore. Siete liberi di scrivere da cani, di non costruire l’atmosfera, di non generare emozioni se lo preferite. Per questo argomento rimando al mio articolo sullo Show, don’t Tell]

Per approfondire: L’arco di trasformazione del personaggio di Dara Marks, Dino Audino editore. Potete acquistarlo a questo indirizzo

Procediamo con l’incidente scatenante. Si tratta dell’evento che innesca il processo di cambiamento all’interno del protagonista e che avvia, di fatto, il suo arco di trasformazione. Ovviamente l’arco e il percorso dell’arco devono essere chiari nella nostra mente (o su carta, meglio ancora) così come il punto di vista tematico (o Premessa) nella cui direzione svilupparlo.

Nel caso di Calogero, poniamo che egli incontri una fanciulla che chiede aiuto nel cuore del bosco. Calogero è rapito dalla bellezza della fanciulla, ma non intende farsi vedere da lei. Siccome si tratta di un uomo di buon cuore, Calogero le segna un percorso con dei rami in modo che lei possa tornare sul sentiero che porta al percorso aperto al pubblico; quindi la osserva mentre ella, confusa dai segnali, torna alla civiltà.
Calogero rincasa, si mette a letto ma non riesce a non pensare a quella ragazza. Alla sua bellezza, al desiderio di parlarle e di toccarla; alla sua condizione, alla sua vecchia moglie…
Il pensiero gli dà una gran noia, perché ha spezzato la semplice monotonia della sua attuale vita. Questo è l’incidente scatenante dell’arco di Calogero, poiché innesca un conflitto interiore nell’uomo e il primo passo verso il processo di cambiamento dettato dal nostro arco.

Il richiamo all’azione, invece, porta il conflitto in superficie e richiede che il protagonista prenda fisicamente parte al processo di cambiamento. Per es. Calogero potrebbe ritrovare la fanciulla, questa volta svenuta, presso una radura. E, spinto dal suo conflitto interiore, potrebbe decidere di avvicinarsi a lei e di soccorrerla, portandola nella sua casetta. Quindi Calogero potrebbe medicarla e badare a lei fin quando lei non si svegli. In questo caso, il ritrovamento della fanciulla funge da richiamo all’azione, perché Calogero decide di entrare in contatto con la fonte stessa del suo conflitto interiore (la ragazza) e di prendersene cura, affezionandosi a lei e provando sentimenti da tempo sopiti.

Il momento determinante è un momento, per l’appunto, utile sia alla storia che al lettore. Si tratta dell’esplicazione del Fatal Flaw, o difetto fatale, del protagonista, ovvero del suo problema insito che gli impedisce di cambiare e che causa lo status quo in cui versa.
Spesso è un personaggio secondario a chiarire il Fatal Flaw del protagonista, magari sputandoglielo direttamente in faccia. L’utilità di questo elemento sta nella scintilla instillata nel protagonista da una parte, e nell’affermazione del problema fondamentale nella mente del lettore dall’altra.

Yes Man Jim Carrey

Domanda dalla risposta scontata: qual è il Fatal Flaw di Jim Carrey in Yes Man?

Poniamo che la fanciulla si risvegli e che sia grata a Calogero, ma che quest’ultimo sia apparentemente ostile nei suoi confronti e che cerchi di mandarla via il prima possibile. Lei, scoperta la perdita di Calogero e il dolore che prova quotidianamente, potrebbe dirgli, prima di lasciarlo, che è un uomo triste e solo che ha rinunciato a vivere perché ha paura si soffrire ancora. Bam! Fatal Flaw spiattellato in due righe.
Il momento determinante è estremamente comune nei film. Pensate per esempio a quando, in Toy Story, Mr. Potato e gli altri giocattoli danno addosso a Woody per essersi liberato di Buzz. Come vedete, il momento determinante è un’emozionante scambio che mette in luce il problema di fondo dell’eroe.

Proseguiamo col risveglio, o 1° turning point. Si chiama così perché si tratta di una svolta nell’arco: qui si passa dall’inconsapevolezza del protagonista (caratteristica del primo atto) all’esaurimento, ovvero alla paura di morire (in sensu latu). In altri termini, il nostro si trova a dover cavalcare il processo di cambiamento ormai iniziato in lui e da lui parzialmente realizzato, ma egli ha paura di cambiare e, durante la prima fase del secondo atto, si oppone al cambiamento in virtù del suo Fatal Flaw. Ecco perché risveglio: il protagonista comincia a capire che ciò che lo aspetta è una trasformazione, che c’è un conflitto in lui che lo fa struggere e soffrire, che ha un problema vero dentro di sé. Ma proprio per la scarsa consapevolezza di tutto ciò e a causa del suo Fatal Flaw il protagonista reagisce male, si oppone al cambiamento.
Perciò a questo momento segue la spinta verso il punto di rottura, ovvero la sopracitata fase di esaurimento del personaggio. Durante questa fase l’attrito interiore aumenta, lo struggimento del protagonista raggiunge l’apice: il nostro si oppone, si oppone con tutte le forze ma allo stesso tempo procede nel processo di cambiamento, fino all’inevitabile rottura.

Spinta verso il punto di rottura

Spinta verso il punto di rottura

Torniamo dunque al nostro esempio. Calogero capisce che ha fatto una cazzata e corre dietro la ragazza, ma è troppo tardi: lei si gira, gli lancia un’occhiata di disgusto e commiserazione, quindi varca la recinzione che divide l’area turistica del parco dall’interno del bosco. Calogero non osa seguirla in mezzo alla gente, al fracasso, ai bambini, alle coppie, ai borghesi, e si abbatte disperato sul cespuglio che divide i due mondi, piangendo. Comincia a capire, finalmente, che non sta bene con sé stesso, che ha bisogno d’altro, che soffre come un cane. Ecco il barlume di consapevolezza. Com’è ovvio, il risveglio deve essere un momento di forti emozioni e di dolore. Ma che accade? Calogero rincasa e distrugge tutto: strappa i vestiti della ragazza, le bende e le fasciature che ha usato, cancella persino il suo odore dalla casetta e finisce per rompere la foto del suo defunto figlio (per poi pentirsene). Come vedete, reagisce nel modo sbagliato in virtù del suo Fatal Flaw: pensa di esserci ricascato, cerca di cancellare quanto avvenuto perché non vuole più soffrire così, perché ha PAURA di soffrire (eccolo, il difetto fatale!).

Fine del risveglio, o 1° turning point; adesso inzia la spinta verso il punto di rottura.
Passano dei giorni. Calogero smette perfino di andare a tagliare la legna e si arma di fucile per spaventare i turisti troppo avventurosi. Incontra, per caso, un gruppo di ragazzi che si divertono a esplorare e scalare i confini del bosco.
Punta il fucile. Li terrorizza a morte, li fa piangere, urlare, e ciò non senza un contraccolpo interiore che continua a farlo vacillare. Ma il culmine lo raggiungiamo quando il nostro ritrova la fanciulla, ancora in quella radura, con dei giovani che abusano di lei.
Di primo acchito Calogero vorrebbe ignorarla, ma non può far finta di nulla: spaventa i ragazzi e la salva. Lei non lo ringrazia neanche e se ne va, lui la rincorre di nuovo e… accecato dal dolore, la minaccia col fucile e quasi abusa di lei (la spoglia, ma a quel punto si rende conto di ciò che sta facendo). Lo struggimento interiore giunge al limite. Lei scappa spaventata, lui ha capito tutto: è il midpoint, il momento in cui la tensione al cambiamento si spezza e si passa dalla fase di conflitto a quella di risoluzione all’interno dell’arco. A questa rottura corrisponde il cosiddetto momento di illuminazione in cui, per l’appunto, l’eroe giunge a una reale consapevolezza del suo Fatal Flaw, della sua condizione e di ciò che desidera davvero. Nel momento di illuminazione, il protagonista muta la percezione di sé e degli altri.

Percezione di sé

Spesso dopo il midpoint c’è un momento di grazia, atto a smorzare la tensione accumulata e a rispecchiare la rinnovata lucidità d’animo del protagonista. Ma non sempre; il momento di grazia può essere collocato altrove. In ogni caso, segue la caduta.

La caduta avviene dopo il momento di illuminazione e ributta il personaggio nel conflitto esterno che si è venuto a creare. Il nostro è chiamato a risolvere problemi irrisolti che, nel frattempo, si sono ingigantiti. La posta in gioco aumenta, le cose peggiorano esponenzialmente e il personaggio si trova più di prima con la merda fino al collo. La tensione narrativa aumenta ma, allo steso tempo, la tensione interiore dell’eroe comincia a diminuire, dopo aver raggiunto il culmine nel midpoint. Lo scoglio interiore è stato in gran parte superato: il personaggio ha realizzato il problema, lo ha “ammesso” e sa ora come comportarsi, per cui lo struggimento dello stesso si riduce man mano che prosegue la narrazione. Ecco perché nel diagramma dell’arco di trasformazione il midpoint costituisce l’apice della curva dopo il quale, con la caduta, il diagramma comincia ad appianarsi.
Resta un problema, però: l’eroe non ha dimostrato di essere cambiato, non ha tradotto in azione la sua epifania. Dunque la trasformazione non è stata compiuta e l’arco non è certo completo. Il personaggio ha raggiunto uno stato di consapevolezza dopo aver mutato la percezione di sé, ma a questo mutamento deve seguire un rinnovamento. In altre parole, dopo aver affrontato la morte del vecchio sé durante la spinta verso il punto di rottura (ovvero l’esaurimento) l’eroe deve rinascere, risplendere… rinnovarsi, per l’appunto, e passare alla Vita. E quale migliore momento ed espediente per farlo dell’esperienza di morte?

L’esperienza di morte, o 2° turning point, segue alla caduta. Si tratta del momento di maggior pericolo dell’intera storia, e costringe il nostro eroe ad affrontare ciò che teme di più al mondo, o la peggiore delle ipotesi, nel tentativo di risolvere il plot. Il personaggio deve morire, in senso lato o meno; deve pensare che tutto è perduto.
Mostruoso, vero? Prima innalziamo il poveraccio, lo rivoltiamo come un calzino per permettergli di realizzarsi e risolvere il conflitto (esterno quanto interno), lo facciamo perfino dubitare di sé stesso fino a spingerlo a rivalutare la sua stessa identità. Piangiamo con lui, ridiamo con lui, temiamo per lui, fino al massimo struggimento drammatico in cui, finalmente, il nostro capisce ciò che noi lettori cerchiamo di urlargli dalla prima pagina.
Era ora che lo capissi, Gilgamesh! La vita eterna non esiste per noi, Enkidu non tornerà in vita! Mettiti l’animo in pace!
Finalmente, Bilbo! Se non fai qualcosa e muovi il culo, Thorin impazzirà e manderà tutto a puttane! Caccia le palle!
Bravo Carlito, fuggi, abbandona quella vita! … Ma non sarà un po’ tardi, ormai?

Al Pacino & Sean Penn

Infatti. Dopo l’esperienza di morte c’è la discesa, il cosiddetto Black Moment della storia.
Dopo tutto ciò che ha affrontato, il nostro eroe è tramortito dagli eventi. Ma allora non è servito a nulla! È stato tutto inutile!
La discesa è il periodo narrativo in cui il personaggio soffre di più: è infelice, sconfitto, deluso, dolorante. Ciò riavvicina spaventosamente il nostro al suo stato precedente (status quo), alla vita infame che viveva prima di riprendere le redini della sua vita e lottare per il suo cambiamento. Prima che sapesse la verità, prima che riacquistasse la vista. Ma ora, per fortuna, ci vede.

Se si tratta di un eroe, il personaggio verrà motivato dalle orrende aspettative che si prospettano nel caso in cui abbandoni la via del cambiamento. E si riprenderà, tornando sulla via del rinnovamento.
Se, in caso contrario, si tratta di un antieroe come Carlito (e di una tragedia) il nostro non si riprenderà e alla discesa non seguirà il rinnovamento. L’arco s’interromperà: non ci sarà alcun cambiamento, nei fatti, e il personaggio resterà vittima della sua inadeguatezza.
Carlito, a un passo dal treno, viene assassinato. Ha capito troppo tardi, e spinto dalle necessità, che a fare quella vita si fa una brutta fine. Lo stesso vale per tanti gangster o criminali nel mondo del cinema. Heinsenberg ha avuto varie possibilità di uscirne, ma si è spinto oltre il limite per la sua personale soddisfazione: muore solo come un cane, ripudiato dalla sua famiglia. In altre parole, il Fatal Flaw dei personaggi ha già avuto la meglio su di loro. Il mondo è crudele, dovevate pensarci meglio.

Carlito's Way

«Ultimo giro di bevute, il bar sta chiudendo. Il sole se ne va. Dove andiamo per colazione? Non troppo lontano. Che nottata… Sono stanco, amore. Stanco…»

Alla discesa segue il momento di trasformazione, in cui il personaggio decide, finalmente, di cambiare (in termini pratici). L’esito di questa decisione si svolge nel climax: in Gran Torino Clint decide di sacrificarsi e, infine, si fa uccidere per salvare la famiglia di Thao.
Si tratta del raggiungimento dell’obiettivo del plot e del subplot.

Infine c’è la risoluzione, che ho già anticipato nell’articolo precedente. Senza di essa, senza le implicazioni dello sforzo inumano fatto dall’eroe, il romanzo o il film apparirebbe incompleto.
Nel climax de Il Mondo dei Replicanti Bruce Willis brucia la totalità dei surrogati, mettendo in pratica il suo cambiamento interiore (ha avuto il coraggio di scegliere la realtà invece di rifuggirla come gli altri). Nella risoluzione vediamo le implicazioni di questo gesto, che lo rendono universale: le persone escono dalle loro case, riassaporano la realtà dopo aver “dormito” nei loro surrogati. Ma soprattutto, Bruce riabbraccia sua moglie, quella vera. Qui il punto di vista tematico assume pienamente il significato trasmesso dalla sceneggiatura, ovvero che solo avendo il coraggio di vivere, di sudare e toccare con mano, possiamo sentirci uniti gli uni con gli altri. Non a caso James Cromwell ha inventato quei cosi e ha continuato a nascondersi dietro di essi; per questo, nel climax, ha optato per la soluzione più egoista: uccidersi e far fuori tutti.

Ecco lo schema della struttura completa.

Atto I
(Inconsapevolezza)
Atto II
(Esaurimento e consapevolezza)
Atto III
(Rinnovamento)
Incidente scatenante: Spinta verso il punto di rottura: Discesa:
Richiamo all’azione: Momento di illuminazione: Momento di trasformazione:
Momento determinante: Grazia: Climax:
Risveglio (1° turning point): Caduta:Risoluzione:
Esperienza di morte (2° turning point):

E voi cosa ne pensate? Trovate utile dividere le vostre storie in elementi? Usate anche voi la struttura dell’arco di trasformazione? Commentate!

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere. Autopubblico su Amazon un altro romanzo nel 2014, seguito dalla seconda edizione nel 2015 e da un racconto lungo. Li ho rimossi, non hanno fruttato alcunché.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, il cui futuro è ancora incerto.
No, nonostante le nottate, il sudore e la passione, non ho mai vinto e non sono approdato da nessuna parte. Ma sono ancora in piedi.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *