Il POV (Point of view) o PDV (Punto di vista) è un elemento fondamentale di un romanzo. Dalla gestione del punto di vista si può facilmente distinguere un neofita da un autore navigato. Gli errori di POV, infatti, sono tra i più comuni nelle opere degli esordienti.

Ma cos’è ‘sto punto di vista? Ebbene si tratta della prospettiva che assume la voce narrante. In altre parole, il punto di vista è la posizione dalla quale osserviamo lo svolgersi dei fatti.
Esempio:
“Mr. Anderson sfondò la porta con una spallata. Nel frattempo, Trinity portava Neo al nascondiglio. La donna pensò che lì sarebbero stati al sicuro, ma Neo sapeva che Mr. Anderson li avrebbe trovati in capo al mondo. E l’Eletto aveva ragione. Ma non sapeva quanto”.

Quest’orrido pezzo di testo è caratterizzato da un POV onnisciente, o a focalizzazione zero. Perché onnisciente? Perché la voce narrante sa tutto di tutti, può muoversi come le pare dentro e fuori i personaggi e raccontare la vicenda a modo suo.
Il POV onnisciente è assai comune nelle opere letterarie del passato. Oggi è considerato un approccio sorpassato e non si trova altrettanto spesso nei romanzi contemporanei.

Il narratore onnisciente viene preferito per le storie ad ampio respiro e per le opere corali o didascaliche. La possibilità di raccontare tutto ciò che si desidera senza essere legati a un personaggio è un vantaggio notevole per questo genere di opere.
Se dovessimo paragonare il punto di vista a una telecamera, allora il POV onnisciente sarebbe un drone ubiquo e capace di riprendere ciò che desidera, comprese le viscere e la materia grigia dei personaggi. Dio, in altre parole.
Un esempio classico di POV onnisciente è I Promessi Sposi.

Il punto di vista onnisciente può essere gestito in modi diversi. Potete, come voce narrante, seguire un personaggio più degli altri e decidere di distaccarvi solo in certi momenti. Potete veleggiare liberamente da un posto all’altro, mentire od omettere informazioni e così via. Potete altresì comportarvi come un narratore invadente, che interviene con commenti e considerazioni personali, o come un narratore oggettivo, che si limita a constatare avvenimenti e sentimenti.

“Marcello nascose l’oggetto dietro la schiena. Che fosse un giocattolo per la bambina? Magari la bambola che desiderava. Sì, il buon Marcello aveva di certo comprato la Barbie quella mattina, mentre tornava dal lavoro.
La povera bambina scoprì poco dopo, suo malgrado, che il regalo era una gragnuola di cinghiate profuse sulla schiena, per il brutto voto preso in narratologia”.

Terza persona limitata.

Punto di vista terza persona limitata

Terza persona limitata

I tempi verbali sono in terza persona, come nel punto di vista onnisciente, ma la voce narrante segue un personaggio (detto personaggio POV) e narra ciò che accade intorno a lui. Se fosse una telecamera, la terza limitata sarebbe attaccata alla spalla del personaggio, così da riprendere ciò che lo riguarda (e, in certi casi, capace di leggergli il cervello!).

Punto di vista terza persona oggettiva

Terza persona oggettiva (o POV cinematografico)

La focalizzazione può essere esterna (POV cinematografico) o interna (Terza Persona Intima). In quest’ultimo caso la voce narrante può limitarsi a raccontare ciò che pensa il personaggio e/o riportare direttamente i pensieri e le emozioni dello stesso come fossero parte della narrazione stessa. È un trucco che funziona ed è molto usato oggigiorno. La terza persona limitata è forse il punto di vista più comune nei romanzi contemporanei.

Punto di vista Terza persona intima

Terza persona intima

Esempio:
“Markus estrasse la pistola dalla cintola, mirò alla pelata di Marcello. Quel figlio di puttana aveva tramortito una bambina dell’età di sua figlia! Sua figlia! Non meritava un colpo in testa, ma un caricatore.
Markus abbassò la mira. Lo stomaco può contenere un bel po’ di proiettili. Addio, orco“.

Come vedete non c’è nessun “pensò”, è tutto riportato direttamente dalla voce narrante, compreso il pensiero in corsivo di Markus in discorso diretto (consuetudine largamente accettata).
Sì, in terza limitata e con focalizzazione interna si scrive molto, molto meglio che in terza onnisciente (focalizzazione zero). Inoltre, il motivo per cui il punto di vista onnisciente è passato di moda è l’immedesimazione nel protagonista, ben più efficace con la focalizzazione interna. Abbiamo infatti, con la terza persona intima, il fenomeno del narratore inattendibile (o inaffidabile).

Si tratta di un’occorrenza (o di una tecnica, volendo) che si basa per lo più sulla prima persona. Narrando la storia dal punto di vista del personaggio, infatti, essa diventa una “versione” dei fatti, corrotta e distorta dal personaggio in questione. Del resto, tutti vediamo con occhi diversi. Interpretiamo diversamente i fatti, li giudichiamo su basi differenti, li percepiamo finanche in modo opposto. Basti pensare all’impiccagione di un serial killer: se narrassimo la vicenda dal suo punto di vista, senza nemmeno sapere, magari, quali mostruosità egli abbia compiuto, essa apparirebbe come un atto crudele; se, al contrario, narrassimo la storia con gli occhi di un testimone o di un parente delle vittime, beh… ci faremmo un’altra idea.
Un esempio classico? Pensate a L’assassino dentro di me di Jim Tomphson, da cui è stato tratto il bellissimo e sottovalutatissimo The Killer Inside Me (con l’ottimo Casey Affleck). Oppure La Coscienza di Zeno di Calvino, in cui Zeno distorce i fatti in modo da giustificarsi ogni volta. O ancora, il film Rashomon di Akira Kurosawa, in cui vari testimoni (multiple voci narranti) danno la loro versione sulla morte di un samurai.

The Killer Inside Me film

Guardatelo!

Anche in terza persona (seppure in misura considerevolmente minore) filtrando gli eventi che interessano il personaggio coi suoi occhi, i suoi pensieri e le sue emozioni, questi ne risultano condizionati. Del resto il nostro uomo potrebbe non essere chi pensiamo sia, o potrebbe perfino mentire a sé stesso (come accade spesso, tra l’altro, a causa del Fatal Flaw).
Ricordate che la narrativa contemporanea si fonda in gran parte sul personaggio POV e sul suo arco di trasformazione!

Prima persona.

Punto di vista Prima persona presente

Prima persona (Presente)

Eccoci arrivati alla mia scelta preferita. I tempi verbali sono in prima, la focalizzazione è, per forza di cose, interna. La narrazione in prima persona fa coincidere la voce narrante con il personaggio POV, consentendo al lettore di immedesimarsi appieno nel protagonista e di vivere personalmente le sue avventure.
In questo caso la tecnica del narratore inattendibile viene naturale, in quanto il personaggio-narratore può facilmente essere in errore su qualcosa e convincere a sua volta il lettore del suo errore.

Scrivere in prima persona è particolarmente difficile perché significa calarsi al 100% nel protagonista: pensare con la sua testa, guardare coi suoi occhi, parlare col suo registro e il suo bagaglio di conoscenze. Per questo motivo è facile, specie se si è alle prime armi, commettere incoerenze.
Esempio:
“Mi sfilo lo scaldacollo ed entro nel negozio. Giancarlo sistema un gioco da tavolo sullo scaffale. Si volta, mi nota. Si apre in un sorriso a denti stretti. «Ma buongiorno!», urla. È tornato lo sfigato, pensa. Ma perché viene qui ogni santo giorno?”

L’errore sta nel fatto che il POV in prima persona non può sapere cosa pensano gli altri personaggi. Voi sapete leggere nel pensiero?

“Mi nascosi nel baule, chiusi gli occhi e mi appallottolai. Martino entrò, camminò su e giù nella stanza. Strizzò gli occhi, osservò le impronte di sangue che avevo lasciato sul materasso. Sollevò un angolo della bocca, fece una smorfia sagace e soddisfatta.
«Beccato».
Aprì il baule”.

Qui assistiamo a un altro tipo di errore, altrettanto comune. Il protagonista si nasconde e chiude gli occhi, eppure vede perfettamente le espressioni e i gesti di Martino. È possibile che senta i passi, certo, ma non che lo veda sorridere o altro.

“Inghiottisco una forchettata di arrosto. Squisito, Elettra si è superata. Nel frattempo, lei sta per rincasare. Approccia il portone, tira fuori le chiavi”.

Siamo gli occhi, le orecchie e la mente del narratore. Come facciamo a sapere che Elettra sta rincasando?
Il punto di vista in prima persona non vuole mai un cambio di luogo o un qualsiasi allontanamento dal personaggio POV; è come se uscissimo dal nostro corpo in un’esperienza extrasensoriale. Potrebbe essere accettabile solo in una simile, curiosa evenienza.

Siamo nell’antico Egitto. Il protagonista è uno schiavo nubiano che lavora alla costruzione di una piramide (mito smentito dagli storici, ma è solo un esempio!).

“«Tirate!», grida Debet. La frusta mi schiocca sulla schiena, mi porta via un lembo di pelle.
«Ahio!», strattono la corda. Quello stronzo ha esagerato. «Vacci piano! Hai mai pensato a una terapia per la gestione della rabbia?».
«Come osi, schiavo?», Debet mi sferza la testa. Una crepa si apre sul cranio, il sangue zampilla e bagna la sabbia. Un ciuffo di capelli fluttua e ricade al suolo. «Tira la fune, lurido negro!».
«Ehi! Razzista!»”.

Qui c’è un altro errore classico e terribilmente grave: il registro. Ai tempi degli antichi Egizi non esistevano terapie per la gestione della rabbia o cose simili, né ci si esprimeva come nelle commedie americane. Il razzismo era la normalità e gli schiavi non potevano permettersi di parlare così ai loro padroni. Questo stralcio sarebbe giustificabile se il personaggio POV fosse un afroamericano tornato indietro nel tempo, e solo in questo caso.

“«Tanti auguri Gigino!», mamma mi prende in braccio. «Tre anni! Ti stai facendo grande!».
Mi sfugge una risata amara. «Grazie madre. Spero di crescere come si deve e di non commettere i vostri errori».
Mamma mi rimette giù. Il suo caldo abbraccio mi viene subito a mancare, e si tramuta in gelida nostalgia”.

Ok, può mai un bambino di 3 anni parlare così o pensare in questi termini? Scusabile solo nel caso in cui ci trovassimo nel mondo di Un genio in pannolino, forse il peggior film della storia.

“Presi il portatile tra le mani. Non avevo mai toccato un computer prima d’ora. Roba da sfigati. Me lo rigiro: è leggero, sottile. Prendo il cacciavite e apro lo sportello inferiore, estraggo la batteria e la scheda RAM. Sollevo la tastiera: ecco la ventola e il processore. Soffio via la polvere dalla scheda video”.

Bene, se quest’uomo non ha mai toccato un computer, come fa a saperlo aprire (cosa non scontata coi portatili) e a conoscere così bene i componenti? Impossibile. Incoerente. Dovete attenervi al personaggio. Fatelo e non sbaglierete.

Queste regole ed errori si applicano anche alla terza persona limitata con focalizzazione interna, il cui filtro non è “totalizzante” come nella prima ma è comunque connesso al personaggio e compromesso dal medesimo. Per quanto riguarda la terza onnisciente potete fare un po’ come vi pare, facendo parlare l’autore al posto dei personaggi, giustificando le incoerenze o spiegandole. Per esempio:
“Lo schiavo pensò che fosse ingiusto essere trattati così, solo per il colore della pelle. Un razzismo ante-litteram si perpetrava nell’efferato regno dei Faraoni”.

È l’autore che parla, quindi non ci sono problemi. A meno che, ovviamente, non attribuiate le frasi o i pensieri precisi ai personaggi. In tal caso l’incoerenza rimane.

Seconda Persona.
Scelta curiosa di punto di vista. Autori creativi sapranno certamente sfruttarla in modi originali, ma di norma è utilizzata quando la voce narrante intende rivolgersi al lettore.
Lettere, diari, blog. L’Avete notato? Io uso sempre la seconda persona per i miei post!
Un esempio classico è il bel Flatlandia di Abbott. Si tratta quasi di un saggio divulgativo, nella forma, essendo un diario atto a educare i lettori su Flatlandia.

Per quanto mi riguarda, preferisco la prima persona e la terza limitata con focalizzazione interna. Sono le forme senz’altro più immersive. La prima persona, in particolare, non ha eguali in quanto a immedesimazione, valore retorico ed emotivo. Tuttavia, ogni punto di vista ha i suoi pregi e i suoi difetti, nonché casi preferenziali.
Per esempio, com’è ovvio, la prima persona è inutilizzabile se il personaggio POV muore in un qualsiasi punto della storia. L’alternativa è impiegarla e interrompere il romanzo, lasciando il seguito all’immaginazione dei lettori. Questo è il caso di Memorie di Dirk Raspe del grande Pierre Drieu La Rochelle. Purtroppo, però, la scelta non fu dettata da motivi stilistici, ma dal suicidio dell’autore. Hihi!

Presente, Passato o Futuro?

Il tempo della narrazione è estremamente importante. Esso va scelto con cura, in base alle nostre attitudini e a ciò che richiede il testo. In generale, posso affermare senza paura di smentite che il presente sia il tempo più immersivo e che il passato lo sia leggermente di meno. Di contro, il passato dà un respiro più ampio e maggiore libertà nel narrare la vicenda. Il futuro, invece, è una scelta di nicchia, una trovata con poche e creative applicazioni.

Il presente è il tempo simultaneo. Il lettore vive i fatti insieme ai personaggi e al narratore nella narrazione qui-e-ora e scena-per-scena.
L’uso del presente è cresciuto esponenzialmente, nel tempo. Non so dire se ora sia più popolare del passato; probabilmente no, ma si avvicina.

Il passato narra, per forza di cose, di ciò che è già avvenuto. L’artificio narrativo fa sì che, leggendo, ci sembri che gli eventi stiano accadendo, ma i tempi al passato ostacolano tale immedesimazione. In un diario, tuttavia, il passato consente una certa libertà d’azione, nonché un’introspezione decisamente maggiore rispetto al presente. Anche negli altri romanzi il passato risulta meno concitato, più meditativo, e si presta ai monologhi interiori, ai pensieri dei personaggi e all’auto-psicanalisi (ma senza esagerare, o distruggerete il ritmo e la scena che avete costruito!). Rallentare un’azione in svolgimento per descrivere riflessioni, emozioni e quant’altro è più semplice e naturale se l’azione in questione è avvenuta in passato e non sta accadendo in quel preciso istante.

POV Prima persona passato

Prima persona (Passato)

Credo che il passato dia davvero il meglio coi diari, e che le sue potenzialità introspettive vadano sfruttate appieno. Un diario al presente, invece, somiglia al post di un blog, o a un saggio. È ottimo per spiegare ma non per raccontare ed emozionare (Vedi Sole e Acciaio di Yukio Mishima. Estrema psicanalisi, ma in forma di saggio).

Cambiare il Punto di Vista.

Nello stupendo Pan, Knut Hamsun racconta del tenente Glahn usando la prima persona. Il romanzo termina, però, con un necessario cambio di POV (sempre in prima).

I cambi di punto di vista sono sconsigliati, se non in pochi casi. Cambiare punto di vista significa cambiare la prospettiva da cui si guardano e raccontano i fatti, nonché la stessa voce narrante. Siccome l’intento del romanzo è quello di far immedesimare il lettore nel personaggio e fargli vivere le sue avventure e i suoi travagli, cambiare POV significa andare in controtendenza rispetto agli scopi della narrativa stessa.
Se il POV cambia, il lettore viene “estratto” con la forza dal suo personaggio e costretto a entrare nel corpo di un altro. Operazione rischiosa, difficile, spesso controproducente. Inoltre sarà l’autore stesso a doversi abituare a un nuovo punto di vista: i pensieri cambieranno, il registro cambierà, i dettagli notati dal nuovo protagonista e le sue azioni dovranno necessariamente rispecchiarlo. Non è per niente semplice, né per l’autore né per il lettore.

Ovviamente ciò implica l’interruzione dell’arco di trasformazione del personaggio, l’innesco di una nuova crescita, un nuovo subplot ecc. dipendenti dagli scopi e le attitudini del nuovo POV. Si tratta di un errore comune tra i neofiti, gli autori che non hanno le idee chiare o quelli davvero ignoranti. Ma non è detto che sia una mossa sbagliata a prescindere: come tutto, deve esserci uno scopo. In quali casi, dunque, potrebbe risultare positivo, se non necessario, cambiare punto di vista?
Quando il vostro POV muore.
Non è una grande idea avere un punto di vista che muore, soprattutto se ciò accade molto avanti nel testo. Tuttavia, ciò può creare colpi di scena interessanti e spiazzare il lettore. Se c’è un co-protagonista o un personaggio vicino al POV defunto, che magari ne condivide anche gli obiettivi o che ha un forte legame con quest’ultimo, è una buona idea fargli “ereditare” il punto di vista che avete appena perso.
L’ho sperimentato personalmente e l’idea funziona bene, ammesso che ci siano le basi. Un co-protagonista ampiamente sviscerato, con lo stesso plot e un subplot collegato a quello del POV defunto, nel mio caso.

Altro motivo per cambiare punto di vista potrebbe essere un prologo o un’appendice di poche pagine. Altra idea efficace per, ad esempio, innescare un incidente scatenante precedente alla narrazione o per una risoluzione dopo il climax. Entrambe le trovate funzionano estremamente bene; le ho provate personalmente. Il punto di vista “temporaneo”, che sia nel prologo o nell’appendice, deve però essere strettamente collegato al POV principale che lo seguirà (o che lo precede).

E voi che ne pensate? Quale punto di vista preferite e quale tempo della narrazione? Vi capita di uscire dal POV e commettere errori? Commentate!

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere. Autopubblico su Amazon un altro romanzo nel 2014, seguito dalla seconda edizione nel 2015 e da un racconto lungo. Li ho rimossi, non hanno fruttato alcunché.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, il cui futuro è ancora incerto.
No, nonostante le nottate, il sudore e la passione, non ho mai vinto e non sono approdato da nessuna parte. Ma sono ancora in piedi.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *