I dialoghi sono una cosa seria. Non vanno presi sottogamba.
È facile incartarsi quando tocca far parlare i personaggi, ed è facile storcere il naso quando una battuta che leggiamo ci pare fuori luogo. Si tratta, senza ombra di dubbio, di un aspetto critico della narrativa, poiché i dialoghi costituiscono una buona fetta di un intero romanzo o, in certi casi, la parte preponderante. Con i dialoghi si può annoiare, divertire, stimolare, inorridire, perciò occorrono attenzione e strategia.

Cominciamo, dunque, con alcune considerazioni fondamentali.
Se dovessimo trascrivere una giornata di chiacchiere di vita vera scopriremmo che si tratta per lo più di suoni gutturali, frasi smozzicate, monosillabi, interiezioni e strafalcioni grammaticali. Insomma, un disastro illeggibile.
A meno che non stiate scrivendo una storia iperrealista, vi sconsiglio un simile approccio.

La chiave, nei dialoghi, sta nel capire che essi debbono essere verosimili ma non veri. Ciò che fuoriesce dalla bocca dei nostri personaggi non deve risultare né forzato o surreale né, allo stesso tempo, superfluo o noioso da leggere. Ciò si sposa con il principio di trasparenza della narrativa contemporanea, che suggerisce di sfruttare la realtà per ottenere il massimo effetto retorico. Realismo come mezzo, non come fine. Ricordate che il vostro obiettivo è coinvolgere ed emozionare i lettori, non ricreare un diorama della vita tipo dell’italiano medio.

Ma come può un dialogo essere verosimile e non vero? Vediamolo insieme.

Prima di tutto bisogna sincerarsi che i personaggi parlino col registro adatto. Capita spesso, nei testi di autori emergenti (e affermati…), di leggere frasi che non potrebbero mai uscire dalla bocca di chi le ha proferite. Il registro è fondamentale, poiché caratterizza il personaggio e deve essere coerente con l’immagine che avete dato di esso.

Marco era un analfabeta sdentato. Non sapeva né leggere né scrivere né far di conto. Non aveva nemmeno frequentato il primo anno d’asilo.
Un giorno, Marco uscì di casa e andò dal salumiere. «Salumiere, mi dia un etto di prosciutto per piacere».
«Ecco a lei».
«La ringrazio messere e a ben rivederci. Gentili e distinti saluti alla signora, mi raccomando».

Marco è un analfabeta sdentato del 21° secolo, ricordate? Come diavolo fa a esprimersi come un damerino del secolo scorso? Questo è un classico caso di dialogo fuori registro. Al contrario, Marco si sarebbe dovuto esprimere rozzamente e con qualche difetto di pronuncia, a causa della sua (s)dentatura.

Un giorno, Marco uscì di casa e andò dal salumiere. «Fignore», sputacchiò Marco. «Da me profutto».
«Prego?».
«Profutto!», gridò Marco, indignato. La saliva zampillò sul bancone. «Duehento gummy pe faprego».
«200 grammi di prosciutto? Subito».

E qui passiamo al secondo punto. È necessario che i personaggi adottino il registro adeguato, ma senza arrivare agli estremi. C’è gente che si esprime peggio di Marco, certo; eppure, pensate a un intero romanzo con Marco come protagonista, magari narrato in prima persona. Sarebbe impossibile da leggere, a causa di tutti gli strafalcioni e le frasi incomprensibili. Perciò, per venire incontro ai lettori, non dobbiamo esagerare.

Lenin e Stalin fuori registro

«Hmmm… non male questo Mein Kampf. Vero, Herr Lenin?».
«Come? Ah, sorry, mi ero perso nei tuoi BBE».
«Nei miei… cosa?».
«Beautiful Blue Eyes, handsome. *wink wink*».

Verosimili ma non veri, ricordate? Solo quanto basta.

Se il protagonista del nostro romanzo fosse un camorrista di qualche sobborgo del napoletano, dovremmo scrivere i dialoghi in dialetto stretto. Chi potrebbe mai leggerli, eccetto quelli che conoscono l’idioma in questione? Per rientrare nel registro e caratterizzare il personaggio è sufficiente tratteggiare i dialoghi con gli acquerelli scelti. Una frase di napoletano qui, una là; ti faccio come uno scolapasta qui, ti scanno come un porco là; un po’ di forme gergali qui, un po’ di simm sett ott e nuje là. Allo stesso modo, per Marco sarebbe sufficiente sbagliare qualche sostantivo o coniugare male qualche verbo.

La chiarezza è regina. Vogliamo che il lettore capisca ciò che scriviamo, no? Possiamo scrivere il capolavoro del secolo, ma se nessuno è in grado di leggerlo… a che serve?
Registro adatto e niente eccessi, dunque. Eppure, manca ancora un elemento fondamentale per un buon dialogo. Per essere definito tale, infatti, quest’ultimo deve essere brillante.

Avete presente quando fantasticate su una risposta che avete dato o su un vostro silenzio e fabbricate una versione, per l’appunto, brillante della vostra performance? Ecco, è ciò che ci vuole. I personaggi debbono parlare come se ci avessero pensato col senno di poi: battute pungenti, ironiche, intelligenti, convincenti e che suonino bene. Leggetele ad alta voce, fate in modo che filino lisce. Badate, non debbono essere “eccessivamente” brillanti, né poetiche, né allitterate o rimate. Ricordate di non esagerare, nel bene e nel male, così da ottenere il giusto livello di verosimiglianza.

Paradossalmente capita di leggere più di frequente dialoghi esagerati che dialoghi noiosi, e ciò è dovuto alla tendenza di strafare degli autori. Il risultato, però, è peggiore della cura, poiché certe battute auliche possono suonare kitsch e fuori posto. Meglio annoiare, a questo punto. Non siate altisonanti, a meno che non stiate scrivendo il discorso di un politico, di un prete o di un elfo in un high fantasy. Contesto, ricordate. Registro.

dialogo assurdo da fumetto

Parlavamo anche di chiarezza. I dialoghi si fanno, per definizione, in compagnia, pertanto saranno due o più personaggi a parlare tra loro. Insorge un nuovo problema: come far capire al lettore quale sia il personaggio che sta parlando?
Avrete letto spesso, anzi spessissimo, frasi come “disse Giacomo” o “affermò Lorenzo” o ancora “Girolamo disse:”. Ebbene si tratta delle famose dialogue tag, la cui funzione è proprio quella di indicare chi stia aprendo bocca. In realtà, ci sono metodi più efficaci per identificare gli interlocutori.

In un dialogo a due lo scambio non può che occorrere tra i due personaggi, pertanto non ci sarà bisogno di identificarli a ogni battuta. Per esempio, se è Marco ad aprire bocca, sarà Antonio a rispondere, e poi di nuovo Marco, e Antonio, e Marco… l’importante è chiudere le virgolette, andare a capo e aprirle di nuovo. Lo fanno praticamente tutti e, se anche il lettore non fosse abituato a tale norma, questi si abituerà nel giro di poche battute.
Tuttavia, anche in un dialogo a due può capitare di perdere il filo. Potremmo distrarci un attimo, o semplicemente perderci in uno scambio più lungo del normale. Per questo motivo conviene ricordare ogni tanto, tra uno scambio e l’altro, l’ordine delle battute.

Una cosa è scrivere:

«Allora, che fai oggi?», chiese Marco.
«Vado a ballare», rispose Antonio.
«Posso venire?».
«Salta su».

Una cosa è scrivere:

«Allora, che fai oggi?», chiese Marco.
«Vado a ballare», rispose Antonio.
«Dove?».
«Giù, sul lungomare».
«Davvero?».
«Sì, vuoi venire?».
«Yes! Andiamo!».
«Salta su».
«Grande! Sei un amico».
«Figurati».

Più il dialogo si protrae, maggiore è la necessità di punti di riferimento.
Le dialogue tag si trovano un po’ ovunque, dai romanzi recenti a quelli classici. Oggi, tuttavia, esistono alternative di gran lunga più efficaci. Pensateci: è utile specificare, ma la funzione narrativa delle tag è inesistente. Se Marco sta parlando, sappiamo già che “dice”, “afferma”, “risponde” e così via. È tautologico e non aggiunge nulla alla narrazione (né sottrae, badate. Il lettore è abituato a fare come se le tag non ci fossero). Si potrebbe, a questo punto, scrivere tra parentesi il nome del personaggio che parla o specificarlo in anticipo come si fa nei testi teatrali.

Una tecnica ben più efficiente (e, pertanto, elegante) è quella che definisce gli interlocutori e, allo stesso tempo, arricchisce i dialoghi per mezzo dei beat.
I beat sono azioni svolte dai personaggi durante i dialoghi, in modo tale da spezzarli. I pregi, rispetto alle tag, sono molteplici.

«Allora?», Marco infilò la testa nel finestrino dell’auto. «Che fai oggi?».
Antonio accese il motore. «Vado a ballare».
«Dove?».
«Giù, sul lungomare».
Marco trasalì, urtò il tettuccio. «… Ahio!», ritrasse il capo dall’abitacolo. «Davvero?».
«Sì», Antonio si protese sull’altro sedile, aprì la portiera e la spalancò con una spinta. «Vuoi venire?».
«Yes!», Marco spiccò un salto e alzò il pugno. Si buttò sul sedile anteriore. «Andiamo!».
Antonio sospirò. Inserì la prima. «Guarda che scherzavo. Non devi sempre prendermi alla lettera».

Coi beat possiamo inserire delle azioni nei dialoghi per renderli più dinamici, per integrarli meglio nella narrazione e per identificare gli interlocutori. Un dialogo che si protrae oltre una manciata di battute, infatti, rischia di diventare statico e di far dimenticare al lettore il contesto narrativo in cui si trovano i personaggi.
Grazie ai beat, piazzati sapientemente tra una battuta e l’altra, il lettore viene costantemente rimandato alla scena, ai personaggi e alla narrazione stessa, che così non rischia di rallentare o fermarsi. Il lettore, per farla breve, non solo continua a immaginare la scena in svolgimento, ma immagina anche i personaggi che vi dialogano. Del resto, noi tutti ci muoviamo mentre parliamo; non stiamo fermi come statuine e non ci dissolviamo nell’iperuranio.

L’importante è ricordarsi di essere chiari ed efficienti, ovvero di impiegare beat visuali, di immediata comprensione, e con una funzione addizionale a quella identificatrice. Se ci fate caso, il dialogo di poc’anzi tra Marco e Antonio ci ha rivelato qualcosa della personalità di entrambi, oltre ad averci catapultati al momento della partenza alla volta del locale.
Non abusate di beat banali o inutili; cercate di usarli per ottenere qualcosa, che sia per caratterizzare un personaggio, per dare atmosfera, per proseguire la trama o altro. Allo steso modo, i dialoghi devono avere uno scopo. I dialoghi inconcludenti sono fatica sprecata per l’autore e per il lettore.

Questo ci porta al punto seguente. I dialoghi devono essere significativi, a differenza delle chiacchiere della vita reale. Noi parliamo del tempo, del piatto di pasta… del nulla, la maggior parte delle volte. In narrativa, al contrario, ogni scambio deve servire uno scopo. Con ciò includo la caratterizzazione: magari non vi servirà mostrare, ai fini del plot, una disquisizione sulla cacca di cane da parte di Antonio, ma potrebbe servirvi per suggerire al lettore la cripto-coprofagia del personaggio in questione.

Un trucco efficace per scrivere ottimi dialoghi si trova nel manuale Come scrivere un romanzo dannatamente buono di James N. Frey. Uno scambio efficace deve necessariamente presentare un conflitto. Un dialogo privo di conflitto è meno coinvolgente, interessante, stimolante del suo opposto, a parità di funzione narrativa. Ecco perché Frey consiglia di considerare i dialoghi come veri e propri scontri tra i personaggi, impliciti o espliciti che siano.

Per approfondire: Come Scrivere un Romanzo Dannatamente Buono, di James N. Frey, Le Fonti editrice. Difficile da reperire, purtroppo. La traduzione, comunque, è pessima; fareste meglio a leggere l’originale

Del resto, la narrativa in generale si basa sul conflitto e sulla drammatizzazione. Questi suggerimenti sono, in fin dei conti, le logiche conclusioni dei giusti princìpi.
Ma quanti dialoghi dovremmo inserire nel nostro romanzo? E quante descrizioni? Uno stile più dialogato è preferibile a uno incentrato sulle descrizioni?

La risposta alla prima domanda è: quanti ne sono necessari. I dialoghi, come detto, devono servire uno scopo e devono rientrare nella trama, non uscirne, non prendere una piega autonoma. Tenete a mente che, per quanto riguarda lo stile, i dialoghi e le descrizioni producono effetti differenti. Se i primi sono, per l’appunto, un elemento di relazione che solletica l’empatia e la mente astratta del lettore, le descrizioni si occupano invece dell’intimo contatto che abbiamo col protagonista e dell’atmosfera. Senza descrizioni non c’è un vero legame col protagonista, con la sua intimità, in quanto sono esse a porci nella sua situazione, nei suoi panni, nella sua solitudine. Inoltre, se parliamo di una narrazione in prima persona, le descrizioni ci dicono del protagonista più delle sue parole, poiché sono filtrate dai suoi occhi e dalla sua mente.

Uno stile troppo descrittivo può risultare stucchevole, denso, nonché banale rispetto alle dinamiche relazionali dei personaggi. Al contrario, uno stile troppo dialogato rischia di non creare la giusta atmosfera, di non approfondire abbastanza la “terza dimensione” dei personaggi e di non veicolare il sufficiente impatto emotivo alla narrazione. Certo, i dialoghi scorrono lisci rispetto alle descrizioni il più delle volte, soprattutto se queste ultime sono statiche e non scandite dalle azioni. Tuttavia, immaginate un romanzo troppo dialogato come se fosse una persona che chiacchiera e non chiude mai il becco. Una persona prolissa appare accattivante all’inizio, per poi risultare pesante e scialba.

Suggerimento finale: un dialogo non è mai brillante al primo tentativo. Sviluppatelo, lasciate che fluisca naturalmente, così da non bloccare la narrazione. Ci tornerete dopo: di norma, i dialoghi sono soggetti a profondi tagli e modifiche a romanzo terminato. Non è un caso che parlassimo del “senno di poi”.

Come? Non ho parlato del discorso indiretto? Chiaro, perché è una schifezza indegna di un romanzo decente!

E voi che ne pensate? Come scrivete i vostri dialoghi? Commentate!

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere. Autopubblico su Amazon un altro romanzo nel 2014, seguito dalla seconda edizione nel 2015 e da un racconto lungo. Li ho rimossi, non hanno fruttato alcunché.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, il cui futuro è ancora incerto.
No, nonostante le nottate, il sudore e la passione, non ho mai vinto e non sono approdato da nessuna parte. Ma sono ancora in piedi.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *