La Trilogia dell’Area X (Southern Reach Trilogy) di Jeff VanderMeer è composta da Annientamento, Autorità e Accettazione. Si tratta delle uniche opere tradotte in Italiano, al tempo in cui scrivo, del sopracitato autore.
Jeff Vandermeer è, infatti, un autore americano di grande successo. Vincitore del Premio Nebula, Hugo e baciato dai grandi numeri, si tratta di uno degli autori di speculative fiction (o narrativa speculativa) più quotati e seguiti. Fa strano che, dunque, i nostri lungimiranti editori non l’abbiano notato prima, e che abbiano portato qui una delle opere più “contestate” e complicate dell’autore. Ma, forse, lungimiranti non lo sono poi tanto.

Come suo solito, Jeff VanderMeer ci narra una storia dalle tinte surreali e di difficile collocazione: non è vera fantascienza, né semplice fantasy dalle tinte horror, ma speculativa fino alle radicali conclusioni. Per questo motivo la Trilogia dell’Area X si può etichettare, similmente ad altre opere dell’autore, nella pozzanghera informe che prende il nome di New Weird.

Einaudi ha sublimato la pubblicazione con tre meravigliose cover di Lorenzo Ceccotti, che rendono bene il concetto e ne amplificano il fascino. Peccato per la quarta di copertina dell’ultimo volume, marchiata dal commento della popolare Michela Murgia.
«VanderMeer stupisce per la profondità con cui tratta una storia d’amore come se fosse un territorio contaminato dal mistero. L’area X non è solo lo spazio di crisi tra l’umanità e i suoi eccessi, ma è anche il nebuloso territorio della relazione tra un uomo e una donna».

Manco a dirlo, amore di misera importanza ai fini della storia. Ammesso che esista.

Annientamento.

Annientamento Jeff VanderMeerTitolo originale: Annihilation

Autore: Jeff VanderMeer

Anno: 2014

Genere: Fantasy, horror,
fantascienza

Lingua: Inglese

Editore: Farrar, Straus and Giroux

Pagine: 195

 

Cominciamo con Annientamento, il primo volume del trittico.
La farò breve: mi è piaciuto un sacco. E mi capita assai raramente di poterlo dire.

Annientamento è narrato in prima persona attraverso la voce della “biologa”, che ci parla del viaggio nell’Area X tramite le pagine del suo resoconto. Si tratta insomma di un diario, sia personale che relativo alla spedizione partita dalla Southern Reach. Quest’ultimo è uno stabilimento preposto alla sorveglianza e al… conoscimento del succitato rappezzamento di terra.
La Southern Reach prende ordini dalla “Centrale”, l’ineffabile comando dei servizi segreti.

Qui una brevissima sinossi di Annientamento, tratta da Wikipedia. Non si può dire molto, purtroppo, o si rischia lo spoiler.

Quattro scienziate — un’antropologa, una topografa, una biologa e una psicologa — vengono inviate dall’agenzia governativa Southern Reach nella disabitata Area X. Sono la dodicesima spedizione in quel territorio: i componenti delle undici spedizioni precedenti o sono spariti durante la missione, o sono morti di cancro poco dopo essere tornati. Tra questi ultimi anche il marito della biologa, del tutto incapace — come gli altri compagni tornati a casa — di spiegare cosa si nasconda nell’Area X e come siano riusciti a far ritorno da essa.

 

Quello della biologa è un viaggio nell’ignoto assoluto, insondabile, che si comporta come tale e riecheggia di un archetipo narrativo di grande successo.
Sulla quarta di copertina del secondo volume compare, infatti, una significativa citazione di «Vanity Fair»: «La Trilogia dell’Area X somiglia a Lost ma anche a Hunger Games e Philip K. Dick: si legge come si guardano le serie Tv, per abbuffate e senza riuscire a staccarsi».

A parte che non ha senso il parallelismo con l’autore Dick, il cui stile, per altro, era assai diverso rispetto a quello di Jeff VanderMeer, ma le analogie del blurb non sono le uniche.

I lettori più sprovveduti hanno già gridato al plagio. Le opinioni di Amazon sono a dir poco imbarazzanti, in questo senso: un goffo e ignorante show di presunte copie e citazioni, utili a mettersi in mostra. C’è chi dice che Annientamento sia un plagio di Solaris; chi ci vede Stalker, chi lo trova simile a 2001: Odissea dello Spazio e così via.
Kim Stanley Robinson ha affermato, in merito alla Trilogia dell’Area X, che «è come se gli avventurieri di Verne o Wells, intenti a esplorare un’isola misteriosa, fossero approdati in un kakfiano mondo d’incubi».

Ciò che manca ai recensori di Amazon, ovviamente, è il Q.I. adatto per capire che si tratta di un topos narrativo che trascende le epoche e le singole opere. Già con l’Odissea di Omero gli antichi Greci parlavano dell’ignoto alieno, incomprensibile, e del viaggio dell’uomo nel mistero incontaminato. E di questo tratta la spedizione della biologa nell’Area X, almeno nel primo volume. La cosa prende, in seguito, connotati diversi. Ma ciò che trascina il lettore è la voglia di scoprire, di capire quell’ignoto che proprio non intende rispettare le regole del gioco.

La recensione peggiore e che mi ha perfino irritato, però, rimane questa:

Trilogia dell'Area X rece Amazon

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Oltre alle considerazioni di cui sopra, vorrei soffermarmi sul commento alla prosa. Se quest’uomo leggesse Hemingway verrebbe assalito da conati e convulsioni epilettiche.
Proprio lo stile, a mio avviso, è il forte del primo volume. La biologa narra come ci si aspetterebbe, data la sua personalità: in modo asciutto, conciso, ma da cui traspare una grande sensibilità.

Ovviamente non c’è nulla che non vada nel ritmo, se non nella testa del recensore di Amazon. La prosa è, per l’appunto, diretta e intimista allo steso tempo. La biologa si lascia spesso andare ad analogie, considerazioni personali, persino sprazzi di immagini poetiche. E io odio quando un autore si sbrodola in cazzate invece di narrare gli eventi. Ma in questo caso si tratta della biologa, non dell’autore, ed è perfettamente giustificato: rientra nel carattere del personaggio e aiuta a calarsi nel medesimo. La biologa si esprime come una persona abituata a stare sola, ad amare i suoi spazi, il suo microcosmo, e in questo l’autore ha lavorato davvero bene.
L’immedesimazione nel personaggio POV è profonda, il filtro è totalizzante. E questo contribuisce a generare critiche sulla passività del personaggio. Non è passivo affatto, ha solo una vita interiore maggiore di quella esteriore. Rimugina su ogni sguardo, parola, azione. “Overthinking”.

Per quanto riguarda il suo ruolo nella vicenda, invece, esso si rivela determinante rispetto alle colleghe. Certo, è vero che non succede chissà che: la voce narrante è la parte più attiva della narrazione, ma non posso dire che quest’ultima sia davvero lenta, se non verso la fine. Succedono un bel po’ di cose e si rimane più volte spiazzati; la tensione sale e scende come dovrebbe. Il libro non è neanche lungo, e questo facilita la lettura.
Onestamente, sono critiche infondate; ciò che si può dire è che, invece, non ci sia un vero finale. Non si risolve niente, in poche parole, e c’era da aspettarselo poiché si tratta di una trilogia. Ma il sense of wonder e dell’ignoto, l’immedesimazione nel personaggio, la prosa asciutta e introspettiva, rendono piacevolissima e stimolante la lettura.

Un breve estratto, tanto per assaggiare:

Notai che l’antropologa controllava la sua scatola nera constatando con sollievo che la spia rossa non si era accesa.
Altrimenti avremmo dovuto rinunciare all’esplorazione, passare ad altro. Io non volevo, malgrado fossi sfiorata dalla paura.
— Quanto sarà profonda, secondo voi? — chiese l’antropologa.
— Ricordate che le vostre misurazioni fanno testo, — rispose la psicologa, un pochino accigliata. — Le misurazioni non mentono.
Questa struttura ha un diametro di 18,71 metri. È sopraelevata di 20,06 centimetri dal suolo. La scala appare posizionata in direzione, o quasi, del nord geografico (…)
La fiducia della psicologa nelle misurazioni e la sua spiegazione razionale riguardo all’assenza della torre dalle mappe mi fece una strana… tenerezza? forse voleva semplicemente tranquillizzarci,
ma preferirei credere che stava cercando di tranquillizzare se stessa. Nella sua posizione, di guida probabilmente più informata di noi, si sarà sentita sola e in difficoltà.
— Spero non sia più profonda di una tomba così possiamo continuare con i rilevamenti, — disse la topografa, cercando di scherzarci sopra, ma poi, come noi, si accorse che era una battuta macabra e restammo tutte in silenzio.
— Però sappiate che a me dà ancora l’idea di una torre, —
confessai. — Non riesco a vederla come un tunnel —. Ci tenevo a fare questo distinguo prima di scendere, anche se poteva influenzare la loro valutazione del mio stato mentale. La vedevo come una torre, conficcata nel sottosuolo. Il pensiero che ci trovassimo proprio in cima mi dava una specie di vertigine.
Mi fissarono tutte e tre, come se fossi lo strano grido al tramonto,
poi la psicologa disse, a malincuore: — Se serve a farti stare meglio, non vedo che male c’è.
Restammo di nuovo in silenzio, lì, sotto la volta degli alberi.
Uno scarafaggio si avviticchiò in salita verso i rami, trascinando granelli di polvere. Solo allora, credo, ci rendemmo conto di essere davvero entrate nell’Area X.
(Pag. 18-19)

Nonostante l’assenza di risposte, dunque, c’è tanto a cui pensare, da interpretare e rivalutare. Annientamento, anzi la Trilogia tutta, si presta a più riletture alla luce di quello che si scopre pian piano. VanderMeer ha piazzato un numero infinito di riferimenti e piccoli indizi indecifrabili o facili da ignorare a una prima lettura.

Un altro aspetto che rende Annientamento ancora più prezioso è l’influenza che la stessa Area X esercita sul personaggio punto di vista. Essa finisce per modificare il modo in cui la biologa pensa e si esprime, le sue e le nostre percezioni, fino a portarle in una dimensione onirica.

Annientamento è un romanzo eccezionale, che esso piaccia o meno. Per questo motivo si è aggiudicato il “Premio Nebula per il miglior romanzo” nel 2014.
Ma il seguito, purtroppo, è molto deludente.

Conclusione: Consigliato!

Contro:

  • Inconcludente
  • Potrebbe risultare lento ad alcuni
  • Volutamente onirico e fumoso a tratti
  • Il POV intimista non piace a tutti.
    È un diario, e ciò va tenuto in considerazione

Pro:

  • Immersivo, totalizzante
  • Prosa asciutta e piacevole
  • Ricco di spunti stimolanti; si presta a una rilettura
  • Coinvolgente e teso grazie al fascino dell’ignoto
  • L’aspetto introspettivo e psicanalitico non è per niente banale, ma ottimamente realizzato.
    Il che è raro, soprattutto quando non si tratta di un diario autobiografico
Voto: Quattro caschi!
Quattro caschi Palombaro

Autorità.

Autorità Jeff VanderMeer
Titolo originale: Authority

Autore: Jeff VanderMeer

Anno: 2014

Genere: Fantasy, horror,
fantascienza

Lingua: Inglese

Editore: Farrar, Straus and Giroux

Pagine: 341

 

Autorità è un punto di svolta nella storia, come dichiarato dallo stesso autore. Il protagonista è Controllo, o John Rodriguez, il nuovo direttore della Southern Reach inviato dalla Centrale. Ma Controllo è figlio di Jackie Severance, nonché nipote di Jack Severance: i vertici della Centrale stessa, per la quale ha lavorato precedentemente all’antiterrorismo.

Qui una brevissima sinossi del secondo volume, tratta da Wikipedia. È difficile non spoilerare qualcosa.

Il nuovo direttore John Rodriguez, che si fa chiamare Controllo, viene ad assumere le sue funzioni all’agenzia Southern Reach. Le superstiti dell’ultima spedizione sono “tornate” all’esterno del confine, materializzandosi nei pressi di casa, anche se sembrano notevolmente cambiate di carattere. Controllo viene accolto di malavoglia dalla vicedirettrice Grace, che non perde occasione per osteggiarlo. La donna deplora che tra le superstiti lui concentri la propria attenzione sull’interrogatorio di una in particolare…

 

La narrazione è in terza limitata e segue, per l’appunto, le vicissitudini di Controllo. Lo stile è similare al primo, nonostante il cambio di POV: intimista, psicanalitico, ricco di analogie. Pure troppe. Il ritmo è più lento, la prosa è meno asciutta e farcita di chiacchiere, avverbi e aggettivi.
In questo caso, le numerose considerazioni sono dovute all’insicurezza patologica di Controllo, anch’egli abituato a rimuginare ma per ragioni diverse rispetto alla biologa. Entrambi i personaggi, comunque, hanno seri problemi di relazione.

Dal punto di vista stilistico, insomma, VanderMeer si è lasciato un po’ andare rispetto al primo volume, e ciò contribuisce alla ridondanza di contenuti.
In Autorità, infatti, le distrazioni sono all’ordine della pagina e la trama avanza molto, molto, molto lentamente. Annientamento, a confronto, è un romanzo adrenalinico.
Il problema è l’intenzione dell’autore di rifilarci l’intera vita di Controllo. Non c’è scampo, dobbiamo sapere ogni cosa di lui, delle sue emozioni e sensazioni in merito alla minima sciocchezza.
Come se non bastasse, Autorità è assai più corposo di Annientamento. Il risultato è un romanzo noioso, lento e (maggiormente) inconcludente. Il peggiore della Trilogia, e il peggior sequel che si poteva desiderare.

Ecco un breve estratto, così da rendervi conto:

Lei gli aveva fatto un sorriso. Uno di quelli veri.
Controllo li sapeva distinguere, troppe volte aveva visto il pallido splendore dei sorrisi falsi con cui sua madre provava a riaccendere il suo amore per lei. Quando sorrideva davvero,
quando era sincera, il suo viso acquistava una bellezza che sorprendeva chiunque la vedesse, come se avesse nascosto la sua vera identità dietro una maschera. Invece chi era sempre sincero non veniva quasi mai apprezzato per quella qualità.
— È un’occasione per migliorare, — aveva detto lei. — Per cancellare il passato.
Il passato. Quale parte del passato? La sede di lavoro al Nord era stata la decima che aveva cambiato in quindici anni, per cui la Southern Reach sarebbe stata l’undicesima. I motivi c’erano,
non mancavano mai. Nel suo caso ce n’era uno solo.
— Che cosa dovrei fare? — Se avesse dovuto cavarle la risposta di bocca era di sicuro un lavoro che non gli sarebbe piaciuto.
Ma era già stanco della natura ripetitiva del posto attuale,
dove in fondo gli chiedevano di mettere delle pezze più che di risolvere le cose. E poi era stanco dei giochi di potere.
Forse era sempre stato quello il suo problmea, in fondo.
— Hai mai sentito parlare della Southern Reach?
Sì, più che altro da un paio di colleghi che ci avevano lavorato.
Allusioni vaghe, in linea con la versione ufficiale della catastrofe ecologica. Voci su una catena di comando a dir poco eccentrica. Voci su una variazione significativa, sul fatto che la questione fosse più complessa. Ma in fondo era sempre così.
Non capiva, sentendo sua madre pronunciare quelle parole, se fosse emozionato o meno.
— Perché io?
(Pag. 60-61)

Certo, ci sono accadimenti e colpi di scena, ma molto più diluiti rispetto al primo volume e di minore impatto.
La biologa era presente nell’Area X; la viveva e raccontava in prima persona. Controllo non è coinvolto in prima persona, se non da una certa distanza, per cui la sua relazione con l’ignoto non è altrettanto coinvolgente, né totalizzante.

La biologa non è un personaggio passivo, nonostante possa sembrare tale in un primo momento. Non lo è come voce narrante, non lo è nel suo modo di relazionarsi, e non lo è ai fini della trama. Controllo, al contrario, è un vero è proprio cadavere narrativo: non apre mai bocca quando dovrebbe, non dice mai la cosa giusta, non combina nulla o quel poco che fa non porta mai a niente. La trama non avanza grazie a lui, ma nonostante lui. È totalmente passivo, e ciò rende insopportabili sia lui che l’intera vicenda.

Lo so, è voluto: VanderMeer ha inteso creare un uomo privo, per l’appunto, di qualsiasi autorità o controllo. Su di sé, sugli altri.
Un uomo totalmente incapace di esprimersi, di realizzare le proprie intenzioni. E ciò per avvicinarlo alla biologa.
Il punto è che creare un personaggio simile non è una saggia idea.
I lettori odiano i protagonisti passivi, e le storie pure!

Pian piano Controllo finisce per essere assorbito dalla questione e si trova anch’egli fisicamente coinvolto, ma ciò solo verso la fine del volume. Poi si scopre che gran parte delle informazioni rivelate sul suo conto hanno una certa importanza, che Lui ha uno scopo narrativo preciso, ma anche questo con notevole ritardo e poca chiarezza. VanderMeer vuole che tutto risulti significativo, ma non sa spiegare il perché.
Infine, nel terzo volume Controllo diventa il personaggio più inutile di tutti, il che fa dubitare della scelta di dedicargli un intero romanzo. Anche i collegamenti che emergono tra il secondo e il terzo volume si fanno irrilevanti e nebulosi. Una densa bruma ricopre l’intera Trilogia.

Conclusione: Sconsigliato.

Contro:

  • Tutto

Pro:

  • L’inizio del volume è ancora coinvolgente e la fine risveglia l’interesse del lettore. Ma non ne vale la pena
Voto: Zero caschi!

Accettazione.

Accettazione Jeff VanderMeer

Titolo originale: Acceptance

Autore: Jeff VanderMeer

Anno: 2014

Genere: Fantasy, horror,
fantascienza

Lingua: Inglese

Editore: Farrar, Straus and Giroux

Pagine: 341

 

Accettazione è meglio di Autorità, ma sancisce anche tutti gli errori dell’autore.
Da un lato, finalmente, la trama procede spedita e non vi è altro di cui preoccuparsi. Dall’altro, la risoluzione si allontana e si fa più fumosa. Pare evidente che l’autore non sapesse che pesci pigliare, alla fine. «E mo come lo concludo?», avrà pensato.
Non c’è una vera risposta, non c’è una vera ragione: VanderMeer tenta di richiudere in modo dignitoso i tanti vasi aperti, ma non esiste un modo. E comprendo che la spiegazione non debba essere esauriente, poiché si basa tutto sull’inesplicabilità del fenomeno; ma i fili logici diramati dall’autore dovrebbero avere uno scopo, o tanto valeva non crearli.

Approfondirò la questione nello spoiler a fine recensione, per chi fosse interessato. Basti sapere che il finale è deludente, che la risoluzione tradisce le aspettative e che si nota l’assenza di pianificazione da un volume all’altro. Come dire: non si può adattare il seguito al libro precedente; è l’originale a doversi adattare al sequel. E ciò, ovviamente, non è stato fatto, perciò il risultato è un guazzabuglio che si poteva evitare.

Ad ogni modo, Accettazione è il romanzo più eclettico del trittico. Ci sono ben 4 punti di vista diversi che si alternano da un capitolo all’altro, tutti in terza limitata tranne uno. E quell’uno è in seconda persona presente. Scelta rara, curiosa, ma gestita bene tutto sommato.
Si potrebbe non comprendere, in un primo momento, la necessità di ricorrere a tale evenienza. Ma il motivo c’è, oltre a voler differenziare il POV dagli altri, ed è abbastanza evidente. Comunque, come gran parte della Trilogia, la cosa richiede un’interpretazione attiva da parte del lettore.

Nonostante i frequenti cambi di POV, il terzo volume scorre più in fretta del secondo, poiché si assume il compito di traghettarci all’atteso finale. I personaggi, poi, li conosciamo fin troppo bene grazie ai precedenti due volumi. La scelta si rivela apprezzabile, almeno per quanto mi riguarda, e aiuta a ridestare l’interesse del lettore. Nessuno avrebbe voluto un altro romanzo col POV di Controllo, e gli altri attori non sarebbero bastati a spiegare tutto. Nemmeno ci riescono in coro.

Interessante la scelta di caratterizzazione dei personaggi. Si tratta per la maggior parte di neri, ispanici, omosessuali e lesbiche, senza apparente motivo se non nel caso di Controllo.
È sempre di cattivo gusto inserire note di colore senza scopo ai fini della trama, poiché risaltano nella lettura. L’agenda politica che sottende a questa scelta è ovvia: mostrare che si tratta di “normalità”, scelte che non necessitano, appunto, di giustificazione alcuna o riferimenti all’interno del testo.
Come per tutto ciò che non appartiene all’aspetto narrativo, però, il risultato degrada la validità artistica dell’opera e richiama l’attenzione proprio su ciò che VanderMeer intendeva normalizzare. Infilare la politica nell’arte non è mai una buona idea, perché danneggia entrambe le cose.

Prima di concludere, aggiungo che i diritti di Annientamento furono acquistati dalla Paramount Pictures. Il film uscirà nel 2018 e sarà scritto e diretto da Alex Garland, già sceneggiatore/regista di Ex Machina. Il ruolo della biologa sarà impersonato da Natalie Portman.

Ecco lo spoiler in cui discuto del finale più approfonditamente.
Alla fine della fiera, la creazione dell’Area X è dovuta a un organismo alieno. Un organismo artificiale spedito sul pianeta da una specie che non esiste più, o che ne ha perso il controllo.
La funzione di questo organismo è quella di “curare” ciò che è malato: l’ambiente, nella triviale parabola ecologista che permea la Trilogia. Ecco perché l’Area X è così selvaggia, ecco perché tutto ciò che sia un costrutto dell’uomo viene alterato, rigettato, distrutto. Come gli stessi membri delle spedizioni, uccisi e modificati per renderli “omogenei” alla natura. Curati anch’essi, dunque, perché parte del Tutto.
Ciò che non è chiaro è la funzione delle copie. Perché gli umani vengono sdoppiati? A cosa servono le copie? Potrebbero fungere da agenti dell’Area X nel mondo esterno, ma sappiamo che non rispondono a un imperativo alieno. Sono solo… confusi, ovattati, estranei. Potrebbero essere strumenti, però, atti a espandere i confini dell’Area X, come nel caso di Saul, Whitby e della direttrice.
E poi, perché quando Controllo varca il portale sul fondo della Torre i confini cessano magicamente di esistere? L’unica risposta logica che si può dare è che in tal modo l’organismo si sia reso conto di aver portato a termine il suo compito. Ma non ha senso! E se lo ha, deve essere infinitamente contorto!

Conclusione: Sconsigliato.

Contro:

  • Finale penoso e pieno di loose ends
  • È troppo tardi, ormai

Pro:

  • Stile eclettico e POV ben gestiti
  • La trama giunge finalmente al termine
Voto: Un casco!
Un casco Palombaro

Il Palombaro

Il Palombaro = Giuseppe Chiodi. 1992. Napoli. Nel 2009 termino il mio primo romanzo e seguo il corso di narrativa di AgenziaDuca.it, che accende il mio interesse per l'argomento. In seguito, conseguo un certificato C2 di Cambridge English e lavoricchio come traduttore freelance (inglese - italiano). Ma ho poca fortuna. Continuo a scrivere. Autopubblico su Amazon un altro romanzo nel 2014, seguito dalla seconda edizione nel 2015 e da un racconto lungo. Li ho rimossi, non hanno fruttato alcunché.
Seguo, nel 2016, il corso "Lavorare in Editoria" dell'agenzia letteraria Herzog, e collaboro per alcuni mesi con la casa editrice Tullio Pironti di Napoli. Nel frattempo, scrivo un gran numero di racconti (buona parte inviati a concorsi letterari) e un nuovo romanzo, il cui futuro è ancora incerto.
No, nonostante le nottate, il sudore e la passione, non ho mai vinto e non sono approdato da nessuna parte. Ma sono ancora in piedi.
Perché il Palombaro? Perché esplora nuovi mondi, come l'astronauta, e allo stesso modo indossa uno scafandro che ne annulla la personalità. Il Palombaro diventa un simbolo di mistero e di scoperta, ma nel nostro stesso mondo. L'immersione equivale alla totale immedesimazione nelle nostre azioni e all'esclusione di tutto il resto. E poi, adoro il mare!

*L'immagine dell'avatar appartiene a http://danstender.deviantart.com/ *